200.000 euro al comitato Sì
a fondo perduto. Vacilla la difesa di Bianchi
  • L’avvocato, dopo aver incassato dal gruppo Toto una ricca parcella da 2 milioni, elargì 200.000 euro alla fondazione Open e altrettanti alla struttura che sosteneva la battaglia referendaria di Matteo Renzi. Questi ultimi sono stati versati a fondo perduto.
  • Con Danilo Toninelli alle infrastrutture, Strada dei parchi si è vista prolungare di 10 anni la concessione autostradale e ha ottenuto 2 miliardi per i lavori di messa in sicurezza.
  • L’ex presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, è stato processato, assieme a Carlo Toto, con l’accusa di aver ricevuto doni in cambio di appalti. In aula si giustificò definendosi «damo di compagnia» del magnate della A24.

Lo speciale contiene tre articoli.

Se è vero che i soldi non hanno colore, è altrettanto vero che non hanno sempre lo stesso peso. Nell’inchiesta di Firenze, in cui è indagato per traffico d’influenze illecite l’avvocato Alberto Bianchi, le impronte che lascia il denaro su conti correnti e bilanci sono il filo d’Arianna che gli inquirenti stanno seguendo per individuare le labili frontiere tra politica e affari, tra prestazioni professionali e lobbying. Si sa che Bianchi, presidente della fondazione Open, la cassaforte di Matteo Renzi chiusa un anno fa, ha ottenuto per un incarico legale – relativo a una complessa transazione di 75 milioni di euro con Autostrade – una parcella di 2 milioni di euro dal gruppo Toto Costruzioni. Due terzi di questa cifra sono rimasti nella disponibilità dello studio associato mentre un terzo è stato trattenuto dall’avvocato stesso. Parliamo di circa 750.000 euro lordi, ovvero 400.000 netti. Somma che è stata ulteriormente «spacchettata» in due mosse. Duecentomila euro sono stati versati, da Bianchi, alla fondazione Open, in crisi finanziaria, e da questa successivamente restituiti quasi del tutto (190.000 euro sono tornati indietro un anno dopo). L’altra metà è stata invece bonificata sui conti del Comitato nazionale per il Sì al referendum del dicembre 2016, e – a quanto si sa – non più resa. E sono proprio questi ultimi i denari che maggiormente stanno incuriosendo gli investigatori, per un motivo molto semplice. Bianchi, per sua stessa ammissione, da presidente della fondazione sarebbe stato chiamato a rispondere di eventuali situazioni debitorie e, quindi, aveva tutto l’interesse a neutralizzare questo rischio. Che lo abbia fatto anticipando personalmente la cifra è il motivo di approfondimento investigativo di queste ore, soprattutto riguardo alla compatibilità, con lo statuto della fondazione, di questa operazione dare-avere. Nel secondo caso, i soldi sono stati invece versati a «titolo personale» nelle casse di un comitato che non solo aveva concluso la propria missione ma che, soprattutto, aveva una struttura molto meno rigida di Open riguardo a responsabilità civili nei confronti di terzi creditori. In una interrogazione parlamentare del 2016, infatti, Sinistra italiana già sollevava dubbi sulla eccessiva elasticità di cui godeva la gioiosa macchina da guerra renziana: «Le attuali normative non prevedono alcuna forma di rendiconto delle spese e dei finanziamenti da parte del Comitato nazionale basta un Sì, né tantomeno alcuna forma di controllo e di verifica, come invece previsto per le spese elettorali dei partiti e dei movimenti politici». La domanda, quindi, è una: perché, a un certo punto, l’avvocato Bianchi ha deciso di sacrificare, dai propri profitti personali, ben 200.000 euro per una causa persa come quella del referendum 2016?

All’epoca, il tesoriere del Comitato era il commercialista fiorentino Lorenzo Anichini. Contattato dal nostro giornale, ha preferito non rilasciare dichiarazioni al riguardo, limitandosi solo a chiarire che i promessi 500.000 euro di finanziamento pubblico, che il Comitato avrebbe dovuto ricevere per le spese referendarie, «non sono mai stati incassati». In quei mesi si parlò addirittura di una trattativa tra il Comitato e la ex Cassa di risparmio di Firenze per ottenere una linea di credito per la campagna referendaria. Nel consiglio di amministrazione della Cr sedeva Marco Carrai, imprenditore fedelissimo di Matteo Renzi, mentre nel consiglio d’indirizzo c’era proprio Alberto Bianchi.

Anichini è uno dei petali minori del Giglio magico, ma non per questo è meno importante. Attualmente ricopre ben 18 incarichi – come sindaco o supplente – in altrettante società. È presidente del collegio sindacale della Stazione Leopolda, la società a responsabilità limitata che gestisce l’area fiere diventata famosa per i meeting renziani. Stessa posizione è quella in Gse spa (Gestore dei servizi energetici, una controllata del ministero dell’Economia): Anichini è stato nominato nel luglio 2017 e resterà in carica per tre anni.

Il commercialista toscano è inoltre sindaco della Centrale del latte della Toscana spa, in cui nel 2004 trovò spazio come consigliere di amministrazione pure Andrea Bacci, amico di famiglia dei Renzi e ristrutturatore della villa di Matteo a Pontassieve. Anichini fa parte del collegio sindacale pure di Bat (British American Tobacco) con scadenza del mandato fissata al 31 dicembre 2019. La multinazionale Usa delle sigarette è un nome ricorrente nelle vicende renziane. Ha finanziato con 110.000 euro la fondazione Open, di cui Bianchi era presidente, e ha apertamente sostenuto il corso dell’allora premier rottamatore. Il quale, nell’ottobre 2014, torcendo un po’ il protocollo, andò a inaugurare lo stabilimento bolognese della Philip Morris in cui venivano prodotte le sigarette di nuova generazione che, a quei tempi, beneficiarono di uno sconto del 50% sulle accise nella versione finale del decreto di riforma del comparto. Pochi mesi prima, Renzi aveva pure incontrato a Roma il gran capo dell’azienda a stelle e strisce, Nicandro Durante. Erano i giorni del renzismo d’assalto assai lontani da quelli odierni del renzismo sott’assedio.


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