- Servono 2 miliardi di dollari per i rimedi. Partiti 50 progetti in tutto il mondo, i risultati tra un anno: ecco chi è in lizza.
- «Su certe cure ci sono troppe chiacchiere in giro», dice Silvio Garattini, presidente del Mario Negri di Milano. «Stati Uniti e Cina sono più avanti dell’Europa, dove ognuno fa per sé. I ricercatori italiani? Molti sono andati all’estero».
Lo speciale contiene due articoli.
Per realizzare un antidoto contro il Covid-19 servono 2 miliardi di dollari. Parola di Richard Hatchett, amministratore delegato di Coalition for epidemic preparedness innovations (Cepi), organizzazione nata nel 2017 per ripartire fondi pubblici e privati destinati a sviluppare vaccini contro le malattie infettive emergenti. Il coronavirus si diffonde rapido, ma i vaccini devono essere sviluppati, testati in laboratorio, poi sottoposti a sperimentazioni cliniche prima su pochi volontari, nella seconda fase su alcune centinaia di persone, poi su migliaia. Se tutto va bene, trascorreranno diversi mesi, si spera solo un anno.
Gli investimenti sono l’ultimo dei problemi, non a caso la Cepi ha già raccolto 660 milioni di dollari principalmente da Germania, Regno Unito, Danimarca, Finlandia e Norvegia, Paese dove ha sede l’organizzazione sostenuta anche dalla fondazione Bill & Melinda Gates che ha promesso 60 milioni di dollari. La Cepi ha concesso 29,2 milioni di dollari di finanziamenti a otto tra aziende, consorzi e università compresa quella di Pittsburgh, dove lavora il professore italiano Andrea Gambotto che sta mettendo a punto un antidoto, applicabile attraverso un cerotto con 400 aghi.
Gli unici due vaccini già in fase 1, nella quale si indaga sulla sicurezza e l’efficacia nell’uomo, sono quello americano dell’azienda Moderna, nel Massachusetts, e quello cinese della società privata CanSino biologics. Circa una cinquantina di progetti si stanno sviluppando nel mondo, tra i tanti anche l’istituto di ricerca israeliano Migal ha annunciato di possedere la tecnologia per un vaccino. Per l’italiana Advent Irbm, che lavora a fianco del Jenner Institute dell’Oxford University, i primi test clinici partiranno la prossima estate. Un’altra italiana, Takis, specializzata nei vaccini di tipo genetico, ha iniziato sperimentazioni contro il Covid-19, chiede 2 milioni di euro attraverso il crowdfunding, al momento ha raccolto 43.000 euro. Nella corsa è quasi scontato che finiscano avvantaggiate le aziende che possono contare su maggiori fondi. Per questo Seth Berkley, direttore di Gavi alliance che si occupa di campagne di vaccinazione nei Paesi in via di sviluppo, ha lanciato un appello perché sia «esclusivamente il merito scientifico» a far decidere quale vaccino può proseguire nella sperimentazione. Berkley ha chiesto «una straordinaria condivisione di informazioni e risorse, compresi i dati sul virus, sui candidati vaccini, adiuvanti, linee cellulari e progressi nella produzione». Saranno solo buoni propositi?
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