È la Taverna l’anti Dibba in mano a Grillo
  • Nel M5s, diviso dalle faide interne e agitato dal caso Venezuela, la vicepresidente del Senato scalda i motori: sarebbe stata lei a suggerire all’ex comico la stoccata ad Alessandro Di Battista. Intanto è rivolta contro Vito Crimi e serpeggia il malumore tra senatori e deputati.
  • Anche se sul presunto finanziamento al M5s manca chiarezza, non è affatto una novità che il regime chavista sia generoso con i gruppi di sinistra esteri. I cordoni della Borsa li tiene il potentissimo ministro del Petrolio.

Lo speciale contiene due articoli.

Altro che Venezuela: l’epicentro della crisi interna al M5s è a Roma, all’interno dei palazzi del potere, quelli che dovevano essere aperti come una scatoletta di tonno. I pentastellati sono alla ricerca di una guida, una guida vera, stabile e di polso, ovvero che non sia Don Vito Crimi. Avevamo scritto ieri della nostalgia canaglia che attanaglia i grillini: quella di Luigi Di Maio, ex capo politico, tanto criticato quando era al timone del movimento, quanto rimpianto oggi, anche da chi a suo tempo gli ha fatto la guerra. Di Maio, però, non ha alcuna intenzione di tornare alla guida del M5s, si dedica al suo ruolo di ministro degli Esteri e riceve complimenti per certi versi inaspettati: «Sulla politica estera», ha detto ieri Matteo Renzi alla Stampa, «di affermazioni strampalate i 5 stelle ne hanno fatte tante. Alessandro Di Battista è arrivato a dire che Obama è un golpista. Al tempo stesso», ha aggiunto Renzi, «occorre riconoscere che la gestione di Di Maio alla Farnesina, anche in rapporto alla vicenda del Venezuela, è stata sinora inappuntabile». Lo stesso Di Maio, a L’aria che tira, su La7, a proposito della frattura tra Beppe Grillo e Alessandro Di Battista, ha commentato: «Mai come in questo momento di grande difficoltà per l’Italia e per il mondo intero serve essere uniti anziché divisi. Se potrò cercherò di far confluire tutte queste energie positive insieme. Se posso dare una mano a permettere che anche quelle che sono differenze di vedute possano andare nella stessa direzione», ha aggiunto Di Maio, «io ci sarò, ma sempre nella piena fiducia di chi si occupa del movimento, che oggi è Vito Crimi».

Oggi è Vito Crimi: è domani? A quanto apprende la Verità, ad aspirare al ruolo di leader del M5s, oltre a Di Battista, c’è Paola Taverna. La vicepresidente del Senato, in una intervista al Fatto Quotidiano, ha pronunciato parole che, ai tempi della prima repubblica, sarebbero state un vero e proprio annuncio di candidatura: «La mia ambizione», ha argomentato la Taverna, «è coniugare Beppe con Di Battista e Di Maio e la nostra rinomata eterogeneità».

Stando a indiscrezioni attendibili, sarebbe stata proprio la Taverna, che gode di un rapporto privilegiato con Beppe Grillo, a convincere il fondatore che fosse il caso di assestare un colpo duro al Dibba. Taverna che, lanciando il tour virtuale coordinato insieme a Danilo Toninelli, ha sottolineato che saranno gli iscritti su Rousseau a decidere se serve ancora un capo politico o è preferibile una segreteria collegiale. Di Battista aspira alla candidatura a sindaco di Roma, alla guida del M5s, in sostanza a qualunque cosa: come ammette anche chi nel M5s non tollera il suo modo di picconare tutto e tutti dall’esterno, può contare su un ampio sostegno da parte dei militanti delusi dal governo con il Pd, e quindi, in caso di votazioni on line, sarebbe un osso duro da battere. La Taverna dunque è in campo per sfidare Di Battista, ma ha un grosso problema: è senatrice, come Crimi, e in queste ultime settimane si è prodotta una profonda all’interno dei parlamentari del M5s tra il gruppo alla Camera e quello al Senato: «Vito», rivela un big del M5s alla Verità, «è senatore, e da quando è diventato capo politico il gruppo a Palazzo Madama è diventato sempre più importante rispetto a quello alla Camera. È anche un problema di comunicazione: ormai in tv vanno per lo più senatori e pochissimi deputati. Uno squilibrio evidente, considerato che i deputati del M5s sono il doppio dei senatori».

È vero che i deputati (202) sono il doppio dei senatori (96) ma è vero pure che al Senato si giocano ogni volta le sorti del governo, visto che la maggioranza è assai più risicata rispetto a Montecitorio, e che quindi gli stessi senatori fanno pesare la loro importanza dal punto di vista numerico. In ogni caso, il M5s veleggia nel mare in tempesta, e l’affaire-Venezuela è una grana non da poco: «Siamo davanti», dice il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, fan del regime di Maduro, a Rai Radio 1, «alla più grande fake news della storia. I media hanno fatto 24 ore di fango. Ieri tutti i quotidiani, tg inclusi, sono andati avanti con una notizia che era una balla colossale. Noi abbiamo rinunciato nel 2013 a 50 milioni di rimborsi elettorali, quale sarebbe il senso di prendere 3,5 milioni dal Venezuela? A parte che è una tangente, una cosa che non ci appartiene. In quella carta», aggiunge Di Stefano, in relazione al documento pubblicato da Abc, «il simbolo del Venezuela è totalmente contraffatto, addirittura è girato al contrario, persino il nome ministero della Difesa è sbagliato perché non si chiama più così dal 2007». Dagli alleati di maggioranza arrivano commenti non esattamente affettuosi: «È giusto che si indaghi sul caso M5s-Venezuela», attacca Matteo Renzi a Rtl 102,5 «come si è indagato su Salvini per la vicenda russa. Spero che siano delle fake news come dicono loro». «Io sono e resto fieramente garantista», scrive su Facebook il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marucci, «anche in questo caso. Certo sul regime del Venezuela, le posizioni rispetto al M5s non potrebbero essere più distanti, noi rigorosamente con la democrazia, il partito di Grillo, Di Maio e Di Battista fino all’ultimo con il dittatore Maduro. Fino almeno a prova contraria, sono convinto che una posizione così lontana dalla nostra cultura politica, sia stata presa in buona fede». E alla fine si è espresso anche Giuseppe Conte: «I responsabili del M5s hanno già assicurato che si tratta di una fake news. Penso che non ci sia nulla da chiarire», ha detto il premier in un’intervista a France Presse.


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