- Aldo Periale, presidente della coop che per i pm era diretta di fatto da babbo e mamma Renzi: «Ignoravo di firmare il falso, appena potuto sono scappato».
- Un filone dell’inchiesta sui genitori dell’ex premier punta sul destino dei depliant di big come Esselunga. Distrutti a milioni, invece che consegnati, per consentire di «sovrafatturare».
Lo speciale contiene due articoli
Non ditegli che secondo la Procura di Firenze lui è un mero prestanome. Perché potrebbe offendersi. Sostiene di conoscere bene i giornalisti, avendo lavorato nel mondo della pubblicità televisiva e radiofonica. Poi come il domatore con il leone fa schioccare la frusta: «Ho visto cose che voi umani…». La citazione di Rutger Hauer in Blade Runner sarebbe un inizio promettente se non fosse per la pronuncia alla Erminio Macario. A parlare è Aldo Periale, settantaduenne di Giaveno, paesone ai piedi delle Alpi e a pochi chilometri da Torino. Il suo nome è finito in questi giorni su tutti i giornali per il ruolo di presidente della Marmodiv, la cooperativa fiorentina di distribuzione di volantini che secondo i magistrati toscani aveva come amministratori di fatto, almeno sino al marzo scorso, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, da lunedì scorso agli arresti domiciliari con l’accusa di concorso in bancarotta e emissione e utilizzo di fatture false. In particolare Periale è indagato per aver firmato, tra il 20 marzo e il 18 giugno 2018, cinque note di pagamento destinate alla Eventi 6 dei genitori di Renzi, per un importo totale di circa 250.000 euro. Dietro a questi documenti contabili ci sarebbero copiose sovrafatturazioni (per un valore di circa 100.000 euro) che secondo l’accusa avrebbero consentito all’azienda di Rignano sull’Arno di abbattere le imposte sui redditi.
Eppure Periale con noi nega subito di essere complice di questo presunto reato, che vede indagato anche il nipote di Laura Bovoli, Paolo Terreni, oltre a lei stessa e al marito. «Io non sapevo assolutamente di queste cose. È ovvio che non fossi conscio di fare delle sovrafatturazioni per la Eventi 6», proclama quasi con il magone. Con la Marmodiv, purtroppo per lui, pensava di fare un affare. A portare in Toscana questo signore piemontese è stato un vicino di casa, Daniele Goglio, indagato insieme con lui anche per concorso in bancarotta (sempre della Marmodiv), il responsabile commerciale che ha avuto la sfortuna di conoscere il genovese Mariano Massone in una delle sue sgangherate iniziative imprenditoriali. Massone lo ha detto a Goglio e Goglio lo ha detto a Periale. Ed ecco a voi i cavalieri che fecero l’impresa o provarono a farla, quella di raddrizzare la Marmodiv in pieno dissesto. Si sono incontrati anche a Genova per un aperitivo per trovare una soluzione alla richiesta di fallimento da parte della Procura. Hanno coinvolto Massimiliano Di Palma, titolare della genovese Dmp, l’azienda con cui i Renzi quasi tre lustri fa distribuivano Il Secolo XIX. Lo stesso Di Palma, a dicembre, ci riferì che per parlare dell’affare aveva anche «mangiato una bistecchina intorno a Firenze con Tiziano Renzi».
Adesso Massone è ai domiciliari al pari del babbo e della moglie Laura, suoi storici soci, mentre Goglio e Periale sono indagati e sono stati sottoposti a perquisizione. A Di Palma, invece, è rimasto il cerino in mano, con la Procura che vuole capire perché abbia deciso di accollarsi i debiti della Marmodiv per salvarla dal dissesto.
Ieri il presidente della coop era a pezzi: «Io non c’entro nulla e non ho neanche voglia di parlare. Mi faccia la cortesia. Io complice di false fatture? Non so neanche di che sta parlando, so quello che leggo sui giornali. È tutta un’architettura (sic). Per mia fortuna non li conosco neanche la signora Lella o Lalla come la chiama Tiziano Renzi e non conosco neppure lui. Se li ho mai incontrati? Ma neanche per sogno». Periale, taglio d’occhi alla Sergio Cofferati e pizzetto brizzolato, ha proprio voglia di sfogarsi e sembra sincero: «Io non sapevo che cosa stesse succedendo, sebbene avessi intuito che qualcosa non andava perché nella coop tutti parlavano. Mi sono subito chiesto: “Ma dove cavolo mi sono infilato?”. L’ho dichiarato pure ai finanzieri: quando mi sono reso conto del casino e del chiacchiericcio che c’era dietro mi sono detto: “Ma questi sono impazziti. Bon, io ne devo uscire”. E sono anche stato costretto a uscirne subito perché ho avuto un problema con la centrale rischi delle banche e per questo non potevo operare con gli istituti di credito». Quasi un bene verrebbe da dire. Forse per questo ha firmato solo sino a inizio estate. «Già a giugno ho capito che conveniva alzare i tacchi e andarsene fuori dalle scatole, perché non era più possibile lavorare con tutto quello che accadeva e che si diceva. Ho capito che ero dentro a una cosa enorme, e non mi interessava più».
Ma in realtà non ha lasciato immediatamente la tolda di comando: «Non potevo uscire subito, ho fatto di tutto per riuscirci il prima possibile». Sospira, prende fiato. «Io vengo dal mondo della pubblicità su radio e tv e non avevo mai lavorato nel settore del volantinaggio. Tanti clienti mi raccontavano che i depliant funzionano più degli spot televisivi e allora, da venditore, mi sono incuriosito: “Cazzo voglio proprio vedere” mi sono detto. Ero quasi stufo di essere in pensione e di non fare nulla e quando mi si è presentata quest’opportunità ho accettato, anche perché con quello che prendo di assegno previdenziale una nuova attività ritenevo fosse un’ottima occasione». Ha subito cercato di rimettere in piedi il suo vecchio network di direttore della pubblicità della torinese Videogruppo, vicina al partito socialista di Giusi La Ganga. «A Firenze avevo un amico e collega, Fulvio Janovich. Pensai: “Facciamo una rimpatriata e poi gli chiedo come fare dei clienti nuovi”». Non ha avuto il tempo. A luglio Janovich è morto e la Guardia di finanza si è presentata per la seconda volta in pochi mesi nella sede della Marmodiv. «Avevo tutte le intenzioni di fare bene: ho partecipato alle assemblee, ho preso delle iniziative, ho motivato le persone, perché sono stato abituato a fare lavoro di gruppo. Ma poi hanno iniziato a emergere i problemi e se ti presentavi come Marmodiv, i clienti alzavano le antenne».
Ci viene il sospetto che, per sopportare tutto questo, Periale sia un renziano di ferro… «Macché. Io sono tendenzialmente di centrodestra e sono andato a fare un’attività con dei personaggi che non mi sono particolarmente simpatici. In più mi è arrivata una valanga addosso: l’attacco mediatico, i pm. E allora ti domandi: “Cavolo, ma chi me l’ha fatto fare?”».
In questi mesi abbiamo parlato con Periale diverse volte e in una delle prime occasioni avevamo provato a farlo confessare: «Lo ammetta, lei è una testa di legno…». La sua risposta fu ironica, ma forse anche profetica: «Al massimo sono una testa di qualcos’altro», ci concesse. E ammise: «Ho fatto una cazzata». Oggi pare difficile dargli torto.
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