- Continuano a crescere le spese mediche a carico delle famiglie: 594 euro ogni anno per ciascun cittadino. La sanità convenzionata è un’industria che nel 2017 ha prodotto un giro d’affari di quasi 40 miliardi di euro. Ecco chi ne ha approfittato: i grandi gruppi del settore, ma anche finanziarie e assicurazioni.
- Dall’Abruzzo alla Toscana, 44 impianti in mano a società pubbliche sull’orlo del fallimento per colpa degli sperperi. A rischio centinaia di posti di lavoro.
Lo speciale contiene due articoli.
Complice la crisi, curarsi per gli italiani è diventata un’impresa quasi impossibile. Un vero e proprio insulto alla nostra Costituzione, che all’articolo 32 definisce la salute «diritto dell’individuo e interesse della collettività», oltre a garantire la gratuità delle cure per gli indigenti. Bellissime parole che però stanno perdendo il loro prezioso valore man mano che passa il tempo. E l’effetto collaterale di questa involuzione della nostra società è rappresentato dalla crescita impressionante delle spese mediche a carico delle famiglie. La sanità privata, secondo l’ultimo rapporto Oasi del Cergas (Università Bocconi), è un business che nel 2017 è valso un giro d’affari di 39,7 miliardi di euro, pari al 26% della spesa sanitaria totale. Solo cinque anni prima, lo stesso settore pesava 34,5 miliardi, pari al 23,9% del totale. Chi è stato a guadagnare di più da questa impennata nella spesa delle famiglie?
Uno studio del 2016 dell’Ufficio studi di Mediobanca mette in evidenza la crescita vertiginosa dei fatturati dei grandi gruppi privati italiani. Il volume generato dai 5 maggiori player del mercato è cresciuto infatti dai 2,11 miliardi del 2010 ai 2,87 miliardi del 2014, facendo registrare un incremento del 36%. Volano ancora più in alto gli utili, passati nello stesso periodo da 8,3 a 75 milioni (+803%). Stesso discorso vale anche per i dipendenti delle strutture, saliti dai 13.000 del 2012 ai quasi 19.000 del 2014. Il panorama degli operatori è estremamente frammentato, ma le grandi realtà non mancano. La classifica è guidata dal Gruppo San Donato, holding della famiglia Rotelli, con sede a Bologna, che vanta 1,5 miliardi di fatturato all’anno. Nel 2012 il gruppo ha rilevato dalla Fondazione Monte Tabor la titolarità delle quote dell’Ospedale San Raffaele, diventando di fatto unico proprietario del nosocomio fondato nel 1958 da don Luigi Verzé. Oggi la prima azienda ospedaliera in Italia opera in Lombardia e in Emilia Romagna e gestisce ben 19 ospedali, per un totale di quasi 5.600 posti letto. Nelle strutture lavorano circa 17.000 addetti, di cui 5.700 medici.
Segue in classifica il Gruppo Humanitas, con un fatturato di 780 milioni di euro nel 2017 e circa 4.000 addetti. L’omonimo Istituto, con sede a Rozzano, è considerato un centro di eccellenza per la cura dei tumori, ma il gruppo di proprietà della famiglia Rocca (l’attuale presidente Gianfelice è per Forbes l’ottavo uomo più ricco d’Italia, nonché nipote di Agostino, pioniere della siderurgia italiana) è anche molto altro. Le cliniche gestite oltre alla realtà rozzanese sono sette: la Gavazzeni a Bergamo, la Mater Domini a Castellanza, il centro catanese di oncologia a Catania, la casa di cura Cellini a Torino e San Pio X a Milano, l’ospedale Gradenigo di Torino. Sul terzo gradino del podio troviamo il Gruppo Villa Maria, circa 460 milioni di fatturato per 8.800 dipendenti (3.500 medici). Il Gvm rappresenta un network internazionale di 27 strutture presenti in Italia, Francia, Albania, Polonia e Russia. Dal 2014 al 2018 i posti letto sono cresciuti di oltre 700 unità (da 2.460 a 3.235), mentre i ricoveri sono passati nello stesso periodo da 80.000 a 116.000 (+45%). Segue in questa particolare classifica l’Istituto oncologico italiano, nato per volontà di Umberto Veronesi ed Enrico Cuccia, che può vantare circa 460 milioni di fatturato per 1.800 dipendenti. Nel Cda ci sono nomi di peso: oltre al presidente Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, troviamo Fulvio Conti (presidente di Telecom, già al vertice di Enel), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca) e Francesco Tanzi (executive vicepresident e cfo di Pirelli). Blasonata la pattuglia dei soci, che comprende, oltre alle già citate Unipol, Telecom, Mediobanca e Pirelli, anche Allianz, Banco Bpm, Mediolanum, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Chiude la top five la Servisan, azienda che oltre al Policlinico di Monza gestisce altre otto strutture (6 in Piemonte, una in Valle d’Aosta e una in Romania). La holding che controlla Servisan, oltre 1.800 addetti con un giro d’affari di 211 milioni, è controllata dalla famiglia De Salvo e gestisce anche il Novara calcio.
Ma dove c’è chi guadagna dev’esserci anche chi perde. Sfatiamo subito il solito mito dell’Italia con le mani bucate. Rispetto ad altri Paesi europei, il nostro spende molto di meno per la salute. Sempre secondo l’ultimo rapporto Oasi, la sanità pubblica impiega il 13,4% della spesa pubblica complessiva, contro il 21,4% della Germania, il 19% dell’Olanda, il 18,5% del Regno Unito, il 18,4% dell’Irlanda e della Svezia. Ma ci superano anche Austria, Belgio, Danimarca, Francia e Spagna. Per contro, la spesa «out of pocket», cioè a totale carico delle famiglie, è una delle più alte d’Europa. Ogni cittadino spende infatti all’anno 594 euro (24% del totale), contro il 12% della Germania, il 10% della Francia e l’11% dei Paesi Bassi. Un dato che fa impressione è rappresentato dal fatto che la spesa out of pocket, evidentemente non a caso, è più alta nei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi: oltre all’Italia, troviamo la Grecia (34%), Portogallo (28%) e Spagna (24%).
Uno degli effetti dell’austerità è stato quello di indebolire la sanità pubblica. Come se non bastasse, il nostro Paese, con il 2%, ha il tasso più basso di spesa intermediata (cioè assistita da assicurazioni, non profit, eccetera), contro valori molto più alti (7%) in Austria, Francia e Paesi Bassi.
Le vere vittime di questo andazzo sono i cittadini italiani. Negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli studi che hanno tentato di spiegare le varie sfaccettature del fenomeno. Lo scorso novembre, durante l’audizione tenuta in Senato, l’allora presidente dell’Istat Maurizio Franzini ha rivelato che 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione) rinuncia a visite o accertamenti specialistici per via delle liste d’attesa troppo lunghe, mentre sono ben 4 milioni i concittadini che decidono di non curarsi a causa di problemi economici (pari al 6,8% degli italiani). Dati impressionanti che ben descrivono la gravità della situazione. La rinuncia per le interminabili liste d’attesa colpisce soprattutto chi è un po’ più in là con l’età (il 5% della fascia 45-64 anni e il 4,4% degli over 65), mentre l’incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche tra quanti dichiarano le risorse della propria famiglia scarse o insufficienti è pari al 5,2% contro l’1,9% di coloro che possiedono risorse ottime o perlomeno adeguate. Conta anche la geografia: mentre la percentuale più bassa si riscontra al Nord Est (2,2%), quella più alta è nelle Isole (4,3%). Categorico il giudizio di Franzini: «Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell’accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti».
Commentando i risultati dei IX rapporto Rbm-Censis presentato appena pochi giorni fa, l’amministratore delegato e direttore generale di Rbm Assicurazione salute, Marco Vecchietti, ha commentato che «nel 2019 quasi un italiano su due (il 44% della popolazione) si è “rassegnato” a pagare personalmente di tasca propria per ottenere una prestazione senza neanche provare a prenotarla tramite il Ssn». La spesa sanitaria privata, secondo lo stesso rapporto, pesa sempre di più, essendo passata dal 2,57% del 2007 al 3,3% del reddito pro capite. Drammatica la situazione dei malati cronici: quasi uno su due ha dovuto fare delle rinunce per poter pagare le cure. Molti intaccano i risparmi (43,8% dei cronici, 26,3% dei sani), mentre è sempre più frequente il ricorso all’indebitamento attraverso un prestito (27,1% dei cronici, 10,5% dei sani). La maggior parte delle rinunce o rinvii riguarda le spese odontoiatriche (23%), seguite dalle visite specialistiche (20,7%), dalla prevenzione (15,6%) e dalla diagnostica (12,3%). Più penalizzati ancora una volta gli over 60. La spesa privata in questo caso raggiunge livelli altissimi, con 1.436 euro pro capite (il 96% dei quali out of pocket) pari al 7,17% del reddito.
La spesa a carico dei cittadini è troppo alta, e anche l’Ocse ci bacchetta, invitando a portarla almeno al 15%. Secondo il ministro della Salute, Giulia Grillo, è necessario intervenire. «Stiamo lavorando sulla spesa out of pocket», ha dichiarato lo scorso novembre, «vogliamo ridurla facendo efficienza e appropriatezza (combattere per esempio l’eccesso di prestazioni inutili). E stiamo lavorando anche su riduzione ticket farmaci e specialistica. Posso dire che l’interlocuzione con il Mef ci incoraggia». Se non si fa fronte subito a questa emergenza sanitaria, l’Italia non diventerà solo più anziana, ma anche più povera e più malata.
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