Taglio alle tasse sui guadagni di Borsa. Così l’Ue vuol «sottrarci» i risparmi
Ursula von der Leyen (Ansa)
Piano di Bruxelles per spingere gli europei a investire i 10.000 miliardi «fermi». L’idea è far pagare un’imposta forfettaria. Chi copre il buco? In Italia riparte la trattativa per evitare lo scatto di tre mesi dell’età pensionabile.

Che da tempo Bruxelles abbia messo i risparmi dei cittadini europei nel mirino non è una novità. Il tema dei miliardi immobilizzati nei conti correnti viene ritirato fuori con toni sempre più emergenziali ogni volta c’è qualche grande «grana» da risolvere. Dalla transizione ambientale fino al riarmo, ogni questione viene buona per puntare al tesoretto che nelle intenzioni dell’Unione dovrebbe entrare in circolo attraverso la finanza e dare una spinta all’economia. In particolare puntando sulle azioni e le sue varianti (fondi, Etf ecc). Servono degli incentivi e Bruxelles dovrebbe definire già nelle prossime settimane un piano che ha l’obiettivo di «usare» le risorse che risparmiatori e pensionati tengono al riparo nei conti correnti: circa 10.000 miliardi di euro.

Come fare? La Savings and Investments Union (Siu), l’Unione dei risparmi e degli investimenti, è ancora da scrivere, ma secondo voci sempre più insistenti, rilanciate anche da Bloomberg negli scorsi giorni, per favorire questo processo si punta a sviluppare un modello europeo di conti o prodotti di investimento ad hoc per i piccoli risparmiatori puntando su un trattamento fiscale di favore.

A furia di studiare e fare analisi, Bruxelles ha individuato nel modello svedese il benchmark di riferimento. In più di due lustri di sperimentazione l’Isk svedese, un conto non vincolato, coperto dalla garanzia statale, che consente agli investitore di operare sul mercato azionario e dei fondi comuni senza nessuna intermediazione, ha dato grandi soddisfazioni. Secondo i dati di Euroclear Sweden, quasi un quarto degli svedesi possiede direttamente azioni di società quotate in borsa, con partecipazioni che ammontano in media a circa 56.552 dollari. I dati più recenti dicono poi che circa il 70% di tutti gli svedesi investe direttamente denaro in fondi comuni. Morale della favola: le Ipo (offerte pubbliche) in Svezia sono state più di 500 negli ultimi dieci anni superando di gran lunga quelle tedesche, francesi e spagnole.

Segreto? Il processo è molto semplificato e su questi conti non si pagano le tasse relative alle plusvalenze di Borsa (in Italia il 26% dei guadagni), esiste una no-tax area fino a 14.000 euro che verrà portata e 28.000 nel 2026 che esenta gli investitori da qualsiasi onere e per il resto si versa solo un’imposta annuale standard.

La domanda è: si tratta di un modello esportabile anche nel resto dell’Europa? Attenzione. Perché, pensiamo al caso della scarsissima cultura finanziaria italiana, si rischia di «mettere» in mani inesperte un giocattolo molto rischioso da usare. E poi come al solito c’è l’aspetto di bilancio. Chi andrebbe a coprire il buco miliardario che verrebbe ad aprirsi nei bilanci dei singoli Stati per i mancati incassi da plusvalenze. Lo Swedish National Audit Office ha infatti calcolato che l’introduzione dell’Isk ha determinato una riduzione sostanziosa delle entrate per lo Stato che solo parzialmente sarebbe stata compensata dallo sviluppo di questi conti e dall’incremento della liquidità depositata dagli svedesi. Discorsi teorici, ovvio, perché fino a quando la Commissione non avrà reso noti i dettagli del suo piano sarà impossibile stabilire l’impatto sui conti pubblici. Ma il pericolo è che si vengano a creare ulteriori squilibri di bilancio e che risparmiatori inesperti siano spinti verso strumenti rischiosi.

Intanto in Italia si è ufficialmente aperto il dossier pensioni. Un tema da sempre particolarmente sensibile. Soprattutto quando si parla di aumento dell’età pensionabile imposto dagli altri e quindi non volontario. C’entra ancora la legge Fornero che aveva stabilito il meccanismo che lega l’incremento dell’aspettativa di vita ai requisiti necessari per lasciare il lavoro. Nel 2027, infatti, dovrebbe scattare un nuovo innalzamento, di tre mesi, dell’età per iniziare a ricevere l’assegno previdenziale: si passerebbe così da 67 anni a 67 anni e 3 mesi, sempre con almeno 20 anni di contributi. E lo stesso scalino riguarderebbe anche la pensione anticipata, che prescinde dall’età e si attesta a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Slitterebbe tutto in avanti di 90 giorni.

Il governo ci ha messo la faccia e ha promesso che l’incremento non ci sarà. Servono però le risorse che secondo gli ultimi dati Istat ammontano a non meno di 3 miliardi di euro. Difficile trovare un tesoretto del genere. Alternative? Rinviare lo scatto di due anni. In questo caso i costi scenderebbero abbondantemente sotto il miliardo.

La partita si sta giocando in vista della prossima legge di bilancio. Mancano ancora alcuni mesi ma in realtà i partiti sono già da tempo in fibrillazione su diversi dossier e su quello previdenziale in particolare. Il Messaggero, sulla scorta dei dati della Ragioneria Generale dello Stato, ha pubblicato dei numeri che non lasciano dormire sonni tranquilli. I dati dicono che l’eliminazione del meccanismo dell’adeguamento automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita avrebbe un effetto decurtazione sugli assegni pensionistici. Si parla di tagli del 9% per i dipendenti e dell’8% per gli autonomi, perché anche i coefficienti di trasformazione (i numeri che trasformano i contributi accumulati in assegno) vengono adeguati alla speranza di vita. Un problema che non riguarda l’immediato (servirebbero decenni), ma che va monitorato

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