- Altro che vecchi e massacrati dallo spread: la crisi ha riportato in auge Bot e Cct, in voga quando i prezzi salivano a doppia cifra.
- Mario Breglia, presidente di Scenari immobiliari: «Comprare un appartamento oggi è un’operazione a rischio».
- Salvatore Bruno, responsabile investimenti di Generali Investments Partners: «Quando saliranno disoccupazione e prezzi, è probabile che la Fed decida di allentare la stretta monetaria e di abbassare i tassi. Sarà un segnale anche per le banche centrali».
Lo speciale contiene tre articoli.
Bentornati titoli di Stato. L’aumento dei tassi d’interesse e le perturbazioni dei mercati hanno creato la condizioni perfetta per un ritorno di fiamma, anche se l’investitore italiano è sempre stato più simile alla cauta formichina, piuttosto che allo spericolato Gordon Gekko del film Wall Street. Sicuri e soprattutto molto generosi (a causa di un debito pubblico ingestibile), Bot e Btp per decenni hanno calamitato la maggior parte del risparmio privato del Paese. Al punto che è stata coniata l’espressione di «Bot people» a indicare questa fascia di risparmiatori che li preferivano a qualunque altro strumento finanziario.
A metà degli anni Settanta i Bot dominano la scena finanziaria, raggiungendo nel 1977 il 59% del totale dei titoli «classati» dalla Banca d’Italia. Erano gli anni in cui il debito del Paese era finanziato dai risparmi degli italiani e lo sarà in gran parte per tutti gli anni Ottanta. Un report di Bankitalia del 1994 sui bilanci delle famiglie segnalava che gli 80.000 miliardi di titoli (espressi in vecchie lire) che il Tesoro emetteva ogni mese sul mercato non rischiavano di non essere sottoscritti. Però i rendimenti a due cifre degli anni Settanta – per i Bot anche il 15-16% – erano una grande illusione dal momento che l’inflazione al 20% li mangiava quasi completamente. Negli anni Ottanta dopo il «divorzio» tra la Banca d’Italia e il Tesoro, e a seguito di una politica di bilancio che accumulava crescenti disavanzi annuali, il debito pubblico esplode, i tassi volano e superano l’inflazione. Fino a quando, nel 1992, il governo Amato presenta il conto agli italiani di vent’anni di spese folli e li spreme con una manovra lacrime e sangue da 93.000 miliardi delle vecchie lire.
La moneta unica europea ha imposto il processo di convergenza così che i rendimenti, prima a due cifre, si sono allineati a quelli degli altri Paesi Ue attorno al 4-5%. Poi gli stimoli monetari insieme al piano di acquisto dei bond, varati da Mario Draghi quando governava la Bce, hanno portato i tassi sotto la soglia dell’1%. Ed è proprio la fine di questa strategia annunciata dalla Banca centrale europea ad aver mandato in fibrillazione il mercato, anche perché nel frattempo il nostro debito pubblico è salito sopra il 150% del Pil e l’economia italiana è in affanno.
La situazione attuale non è certo paragonabile a quella degli anni Settanta, ma il Btp decennale schizzato al 4%, un livello che non si vedeva dal 2014, ha riacceso i riflettori su questo tipo di investimento. Se l’inflazione nei prossimi anni dovesse scendere, secondo le stime, il Btp a 10 anni si rivelerà redditizio in termini anche reali.
Se quindi potrebbe riaccendersi la passione per i titoli di Stato, continua invece a essere freddo il rapporto tra investitori e mercato immobiliare. Il doppio aumento dei tassi di interesse annunciato dalla Bce, 25 punti base a luglio e probabilmente 50 a settembre, oltre allo stop dell’acquisto bond, hanno avuto l’effetto di una doccia gelata su chi aveva intenzione di acquistare casa o aveva già chiesto un finanziamento in banca.
L’escalation dei mutui è già cominciata, il che si aggiunge ad altri fattori che rendono scarsamente vantaggioso l’acquisto di un immobile come forma di investimento. Innanzitutto, una legislazione che favorisce l’inquilino moroso a danno del proprietario. Liberare un appartamento, a fronte di una prolungata irregolarità nel pagamento della locazione, è sempre più difficile. Il problema delle morosità è sempre più diffuso ed è un disincentivo a stipulare contratti lunghi. Anche la formula della casa vacanza ha perso smalto. Nel turismo c’è ripresa, ma l’offerta dei B&B supera abbondantemente la domanda e così si rischia di trovarsi l’appartamento vuoto per gran parte dell’anno mentre le spese di manutenzione, le utenze e l’Imu corrono. Non va meglio per gli affitti business. Lo smart working è ancora diffuso e gli spostamenti per lavoro non sono ripresi con il ritmo pre Covid. Lo stesso vale per gli studenti fuori sede. Molte università durante la pandemia si sono organizzate con corsi online e c’è una riscoperta degli atenei del Sud. Sono sempre più i giovani che rinunciano alle prestigiose università del Nord per studiare vicino casa, abbattendo così i costi del trasferimento.
A ogni crisi torna in auge, tra i cosiddetti beni rifugio, anche l’oro. Ma questo metallo prezioso è difficile da acquistare e comunque a un piccolo portafoglio converrebbe investire in oro finanziario, che non va custodito in una cassaforte in casa o in una cassetta di sicurezza in banca. È un settore comunque da esperti.
Il risparmiatore italiano, tradizionalmente molto prudente, ora lo è ancora di più. E i presagi degli esperti sono neri, tra gli strascichi della pandemia e l’incognita della guerra ucraina ancora lontana da una soluzione. Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan, ha previsto che «un uragano sta per abbattersi sull’economia», mentre Andrew Bailey, governatore della Banca d’Inghilterra, ha definito «apocalittico» lo scenario attuale della Gran Bretagna. Ma l’italiano medio non ha bisogno di questi foschi scenari per avvertire l’arrivo di un tempesta: glielo dicono le bollette salate e il pieno di benzina a livelli stellari. I depositi sui conti correnti sono a livelli record. Se sta per piovere, meglio prepararsi con l’ombrello.
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