Per imporci più green la Lagarde naviga sugli oceani inquinati
Christine Lagarde (Ansa)
Strampalato intervento del presidente della Bce: chiede tagli alla CO2 o avremo meno cibo dal mare e maggiore inflazione.

Che Christine Lagarde non si sentisse propriamente a suo agio nel ruolo di presidente della Bce lo si era capito da un po’ di tempo. Almeno da quando sono uscite le prime indiscrezioni su un suo futuro alla guida del World economic forum (Wef). Si era scomodato addirittura il Financial Times per raccontare i dettagli del dialogo con Klaus Schwab (il fondatore del Forum) sulla possibilità di lasciare anticipatamente l’incarico a Francoforte per intraprendere la nuova avventura. La Lagarde ha, poi, smentito garantendo che avrebbe completato il suo mandato, ma la sensazione che non veda l’ora di mollare le anguste stanze dove si decide il futuro della politica monetaria dell’Eurozona resta fortissima.

Del resto, all’ex direttrice del Fondo monetario internazionale piace spaziare. La divisa di algido gendarme della stabilità dei prezzi le sta stretta e spesso e volentieri si lancia in voli pindarici rispetto rispetto ai quali è poi difficile individuare il punto di caduta. L’ultimo esempio ce l’ha dato ieri quando è intervenuta al Forum sulla Blue economy e la finanza a Monaco, l’evento della Conferenza delle Nazioni Unite sull’oceano che punta a trovare delle fonti di finanziamento per sviluppare le attività economiche legate al mare. Si parte dal turismo e si arriva fino alla pesca, all’acquacoltura, ai trasporti marittimi e alle energie rinnovabili.

Ci siamo messi di impegno, ma non abbiamo capito cosa c’entrasse la Lagarde con questo convegno. E lascia ancor più basiti ciò che ha detto: «Un oceano sostenibile», ci ha spiegato, «rappresenta un pilastro importante a sostegno dell’economia globale, garantendo sicurezza alimentare e opportunità economiche. L’oceano ospita anche risorse naturali fondamentali, come medicinali e biocarburanti, vitali per i continui progressi nei settori sanitario e dell’energia pulita. Quindi, la posta in gioco nel preservare la salute dell’oceano è enorme». E fin qui, passi. La presidente si è lasciata andare a un fiume di retorica ambientalista che lascia il tempo che trova. Il problema arriva dopo, quando ha iniziato a parlare delle conseguenza che tutto questo potrebbe avere sulle decisioni di politica monetaria di Francoforte: «Oggi», ha incalzato i presenti, «stiamo sottoponendo la sostenibilità del nostro oceano a uno stress straordinario, con gravi implicazioni sia per il clima sia per l’economia. La sicurezza alimentare potrebbe essere compromessa portando potenzialmente a una maggiore volatilità dei prezzi, il che rappresenta una preoccupazione per le banche centrali incaricate di salvaguardare la stabilità dei prezzi. E se le zone costiere diventassero invivibili a causa dell’innalzamento del livello del mare o delle frequenti inondazioni, le persone potrebbero essere costrette a spostarsi».

Insomma, in un tempo dove i fronti di guerra si moltiplicano e gli equilibri geopolitici mutano in continuazione, una delle principali preoccupazione di chi guida la Banca centrale europea, riguarda l’inquinamento degli oceani. «Dobbiamo prepararci», ha alzato il grado d’ansia la Lagarde, «che ci piaccia o no, i rischi climatici si stanno manifestando. Dobbiamo adattare le infrastrutture e le economie a un mondo più volatile. Dobbiamo ridurre in modo deciso le emissioni di gas serra», come la CO2, «e mantenere a portata di mano gli obiettivi dell’Accordo di Parigi». È arrivata a un passo dal dire che, se andiamo avanti di questo passo, avremo meno cibo (almeno di mare) a disposizione e subiremo una nuova impennata del costo della vita. Ma il concetto era questo. Verrebbe da ricordare all’ex ministro dell’Economia francese che, se negli scorsi anni avesse pensato meno al suo futuro al World economic forum e agli oceani e di più alle critiche che le venivano mosse per i continui rialzi dei tassi, probabilmente l’economia e le famiglie europee non avrebbero subito la «gelata» dei portafogli con la quale hanno dovuto fare i conti.

E, del resto, sono ormai anni che La Verità sottolinea le decisioni e le uscite «strampalate» del numero uno della Banca centrale del Vecchio continente. Nel 2021, tanto per ricordarne una, un giovane economista della London business school, Diego Känzig, pubblico uno studio dove spiegava per filo e per segno quali sarebbero state le conseguenze economiche nefaste delle politiche green. C’erano delle previsioni azzeccate, alcune anche nei dettagli, sulla tempesta energetica, sociale e finanziaria in cui ci troviamo adesso.

La soluzione che proponeva era quella di mitigare gli effetti di queste politiche con delle politiche fiscali e monetarie mirate. Il paper mostrava anche come uno choc sulle politiche legate al carbonio avrebbe provocato un forte e immediato aumento dei prezzi dell’energia che avrebbe danneggiato soprattutto le famiglie a basso reddito. Christine Lagarde non ci pensò a lungo. Poco dopo la pubblicazione del paper decise di premiare il ricercatore: «Congratulazioni a Diego Känzig, vincitore del concorso per giovani economisti di quest’anno per il suo articolo sulle conseguenze economiche di un prezzo al carbonio», si leggeva nelle motivazioni, «la ricerca innovativa è essenziale per un’economia prospera. Grazie a tutti i nostri finalisti per i vostri impressionanti contributi».

Sarà stata pure innovativa quella ricerca, ma sorge il dubbio che il presidente della Bce quello studio non l’abbia mai letto o che stesse già pensando agli oceani o al World economic forum, altrimenti non si spiegherebbe come mai abbia fatto esattamente il contrario rispetto a quel che Känzig le suggeriva.

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