Nel piano dell’Ue contro le Big Tech ci sono 3 opzioni che ci penalizzano
Manfred Weber (Getty Images)
Weber pensa a imposte sui servizi digitali, a regole per sanzionare X e all’obbligo di fornire prestazioni alle aziende dell’Unione. Alla fine pagherebbero solo i cittadini e Bruxelles non creerebbe un’alternativa.

Il numero uno del partito popolare europeo, Manfred Weber, l’ha ripetuto in tutte le salse. L’ultima volta ieri in concomitanza del consiglio di Forza Italia al fianco di Antonio Tajani. «Pesiamo come gli Usa, la risposta deve essere equivalente». Se da un lato scattano i dazi, qui devono partire contro misure. Compreso nuove e ulteriori barriere d’ingresso per le multinazionali Usa del digitale. Usiamo espressamente il termine «ulteriori», perché durante la prima Commissione Von der Leyen di ostacoli e complessità burocratiche ne sono state messe a terra a iosa. Il report sventolato da Donald Trump durante la conferenza stampa show nel giardino delle rose contiene un capitolo con tutti i dettagli. Quel report sulle barriere non solo è veritiero, ma è frutto di un complesso lavoro fatto dalle ambasciate nell’ultimo anno. Un lavoro elaborato in collaborazione con le multinazionali. Il riferimento non è solo alla Gdpr, al Digital services act o Iac act, ma anche a casi specifici riguardanti il cloud. Negli ultimi tre anni, Commissione e Consiglio hanno cercato più volte di creare una impalcatura normativa utile a mettere alle porte le multinazionali Usa (obbligandole ad aver headquarter nella Ue) al fine di favorire le aziende francesi del medesimo settore. Per fortuna, l’idea iniziale si è prima diluita e poi congelata. Diciamo per fortuna perché allo stato attuale avremmo semplicemente penalizzato i Pil nostrani. Dopo il caos generato dall’amministrazione Trump, il rischio è che queste barriere diventino più spesse e più alte.

È sicuramente difficile tenere la barra dritta in un mondo così polarizzato, ma vale la pena cercare di capire che cosa si nasconde dietro il muso duro mostrato da Weber. Qualcosa c’è e si può dividere in quattro opzioni. Su spinta francese, vedi il deputato Sandro Gozi, la prima opzione prevederebbe nuove imposte. O meglio una tassa su tutti i servizi digitali forniti dalle big tech. Esempio? Netflix per erogare i propri video a cittadini europei dovrà pagare un 25% extra. Facile capire cosa succederà. L’abbonamento passerà da 10 a 12 euro. I cittadini pagheranno di più. Non sembra un’ idea geniale. La seconda strada è quella del bastone. Usare le norme del Dsa o anche quelle del Digital market act per sanzionare Meta, piuttosto che X. Risultato? La partita torna sul tavolo di Trump e riparte un nuovo round bellico commerciale. Senza che l’Ue abbia alcuna alternativa alle piattaforme Usa. Non solo, siamo sicuri che la Casa Bianca a quel punto invece che colpire gli Stati con i dazi non passi a colpire le singole aziende? Che succederebbe se a Leonardo per rimanere partner del programma Jsf, quello del velivolo F35, venisse richiesto di spostare le attività negli Usa e creare là migliaia di posti di lavoro? Assurdo. Eppure non è da escludere.

La terza opzione sul tavolo della Commissione sarebbe quella di imporre a chi eroga servizi pubblici una quota sovrana. Tradotto, significherebbe, stando ancora sull’esempio del cloud, chiedere alle aziende di Stato o alla Pa di destinare una quota del servizio ad aziende europee. Ci vorrebbero anni, ma poi alla fine potrebbe anche crearsi una alternativa europea alla supremazia Usa in materia di tecnologia. L’incognita qui sta nelle tempistiche. Il mondo, come sappiamo, sta virando verso la supremazia digitale e il business dei dati. La domanda è se dobbiamo attendere sette o dieci anni per fornire una alternativa, quanto Pil perderemo nel frattempo? Al momento non è facile dare una risposta, ma i politici europei dovrebbero per onestà intellettuale dichiararlo a corollario dei loro slogan.

Infine, sul tavolo di Bruxelles c’è una quarta opzione forse la più percorribile. Chiedere alle big tech di pagare per le infrastrutture sulle quali viaggiano. Se ne discute da tempo. Ovviamente il costo dovrebbe essere a carico anche delle aziende Ue, le quali potrebbero poi beneficiare di altri incentivi. Una sorta di ricompensa. Il retro pensiero della Commissione è anche quello di utilizzare l’antitrust per imporre uno spezzatino dei colossi. Per operare nell’Ue, a Google potrebbe essere richiesto di separare la logistica dalla parte commerciale e così via. Il senso sarebbe quello di avere a che fare con quattro o cinque aziende più piccole invece che un solo colosso. Tutto ciò supporrebbe comunque una autonomia digitale che l’Europa non ha, per questo l’approccio del muso contro muso non porterà a nulla. Invece, i singoli Paesi potrebbero adottare una strategia diversa. Ad esempio convocare gli ad delle aziende Usa che operano già in Italia e chiedere loro di investire o coinvestire in nuovi progetti. In cambio, fornire supporto politico dalle parti di Bruxelles per bloccare le barriere digitali d’ingresso. È un livello più basso rispetto a Trump, ma potrebbe essere più efficace. Aws, Microsoft, Google potrebbero avere un concreto interesse, sapendo che il Dsa potrebbe essere smantellato. Per di più, è un insieme di norme che ai cittadini Ue non porta benefici. Certo, per farlo serve che i singoli governi abbiano a disposizione il veto. Ecco che torniamo al discorso politico di fondo. Si vuole smantellare il principio dell’unanimità per evitare che la politica nazionale si concentri sulla propria economia e avvii una concorrenza interna che a differenza della burocrazia Ue porterebbe benefici ai cittadini. È una strada impervia e difficile da percorrere, ma non bisogna dimenticare una cosa. Alle aziende, qualunque bandiera sventolino, interessa fare business. Meno ideologia e più affari potrebbe essere la stella polare in mezzo al caos.

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