- Il centrodestra chiede quattro mesi di sospensiva, ma è probabile se ne riparli nel 2024. Il Pd disperato: «Dissociati». Il M5s, che era contro il Salvastati, ora critica l’esecutivo.
- Il premier risponde alle indiscrezioni di stampa sulla proposta di pagamento parziale della terza rata del Pnrr: «Lavoriamo bene. Gli spoiler non hanno centrato il loro obiettivo».
Lo speciale contiene due articoli.
«E anche oggi di ratifica del Mes se ne parla domani». Anzi, fra quattro mesi. È il contenuto della «questione sospensiva» firmata dai capigruppo di maggioranza Foti (Fdi), Molinari (Lega), Barelli (Fi) e Lupi (centristi) cui si aggiungono altri sette deputati. L’articolo 40 del regolamento della Camera prevede infatti che la discussione non debba tenersi (in tal caso si parla di pregiudiziale) o semplicemente debba essere rinviata (ed è il caso appunto della sospensiva), qualora il ramo del Parlamento lo ritenga opportuno. Nella proposta di sospensione che verrà approvata verosimilmente la prossima settimana si fa riferimento esplicito a criticità che i lettori della Verità ben conoscono, ma che mai erano finite in modo tanto esplicito in un atto di indirizzo politico della maggioranza: la linea di credito rafforzata con le sue pesantissime condizioni (leggasi: troika in casa), il «rischio di stigma» sui titoli del nostro debito, l’incongruenza di incorporare col Mes riformato i vincoli del Patto di stabilità già superati dai lavori sulle nuove regole. Proprio su questo punto il testo della sospensiva vincola l’eventuale voto sul Salvastati al futuro Patto e al «completamento dell’Unione bancaria e dei meccanismi di salvaguardia finanziaria».
In realtà è facile prevedere che tra quattro mesi ci sia poi un nuovo rinvio. Questo per due motivi: 1) È impossibile che si arrivi alla definizione di tutte queste nuove regole di qui a ottobre; 2) In quel momento sarebbe comunque in corso la sessione di bilancio e quindi la discussione verrebbe rimandata al 2024. Sembra materializzarsi, anche se un po’ alla volta, lo scenario ipotizzato da alcuni analisti. Le forze di maggioranza intendono affrontare la discussione non prima dell’esito delle Europee del 2024. Il premier Meloni – a margine del Consiglio europeo a Bruxelles – ha spiegato che nessuno dei leader presenti ha in effetti chiesto spiegazioni in merito. Un dibattito molto «italiano», avrebbe detto Stanis La Rochelle nella serie Boris. Schiuma rabbia il più agguerrito sostenitore della proposta della ratifica: «Sembrano blogger sovranisti»; twitta acido Luigi Marattin di Italia Viva. «Indecisione di potere»; tuona Benedetto Della Vedova di +Europa. «Meloni dissociata dalla realtà» è l’affondo del capogruppo dem al Senato Francesco Boccia. «Sono indecisi su tutto», rincara Giuseppe Conte, leader del M5S. Movimento che, dopo aver fatto campagne e campagne elettorali contro il Mes, ha fatto parte dei due governi (Conte uno e due) che con un dubbio mandato parlamentare hanno sottoscritto l’accordo.
Ma al di là del comprensibile nervosismo dell’opposizione, perché il centrodestra ha optato per un rinvio invece che per una respinta della ratifica? Una similitudine calcistica, in proposito, aiuta a meglio comprendere la situazione. In una partita di campionato, all’approssimarsi della chiusura della stagione capita spesso di dover assistere a scontri diretti decisivi – ad esempio – per la salvezza. Ebbene in questi incontri, la situazione fra le due squadre non è mai simmetrica. Una delle due ha cioè sempre ha disposizione due risultati utili rispetto all’avversaria: non solo la vittoria ma anche il pareggio. Qui accade esattamente la stessa cosa. La maggioranza ha a disposizione il continuo rinvio della decisione, oltre che il voto contrario. Anzi la vera vittoria è proprio il rinvio, a pensarci bene. Rimandando l’approvazione si ottengono infatti gli stessi risultati che si avrebbero votando contro la ratifica (il Mes non entra in vigore, né con esso i suoi rischi). Inoltre, si mettono d’accordo coloro che sono più possibilisti rispetto ai contrari. Ma soprattutto non si arriva a nessun muro contro muro con Bruxelles. Il dossier rimane lì aperto sul tavolo, assieme a tanti altri, e si negozia come hanno sempre fatto tutti, senza bersi la favola dell’Europa buona e degli Stati cattivi.
Al Pd, da sempre abituato a dire sì a tutto ciò che viene deciso a Bruxelles, questo atteggiamento appare più blasfemo che incomprensibile. Ma per altri Paesi questa è la normale prassi negoziale. La convinzione espressa che «prima o poi la Meloni ratificherà» continuamente ripetuta dall’opposizione appare più un mantra che una logica deduzione. Quello che gli inglesi chiamano wishful thinking, confondere cioè aspettative e speranze. Il motivo è banale. Al Mes riformato verrebbe infatti conferito il potere di affibbiare pagelle sulla sostenibilità dei debiti pubblici anche di paesi non clienti. È matematicamente certo, quindi, che una volta ratificato, il nuovo fondo non si farebbe alcuno scrupolo a dichiarare insostenibile il nostro debito. Fioccherebbero le vendite a raffica sui nostri Btp e si impennerebbero i rendimenti. Insomma, la classica danza dello spread.
Arriverebbe quindi l’ennesimo governo tecnico con dentro il Pd. Che dunque al Nazareno tifino Mes è logico: è la loro strada per Palazzo Chigi, visto che la Schlein continua a non vedere arrivare i suoi elettori. Ma perché mai dovrebbe perdere la faccia Giorgia Meloni votando per la ratifica e facendosi rinfacciare la grave incoerenza? Logica vuole che uno dia via la faccia per una contropartita. Qui l’unica conseguenza sarebbe un calcio nel sedere a lei e alla maggioranza. Il Pd non si capacita cioè che la maggioranza non sia disposta pagare pur di vendersi, come avrebbe detto Victor Hugo.
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