Il rialzo dei tassi da parte della Bce e il nuovo regime fiscale sui fringe benefit hanno giocato un brutto scherzo ai bancari. I mutui a tasso agevolato sono infatti da considerarsi fringe benefit e, tra il nuovo regime fiscale previsto per i compensi «in natura» (dunque beni non erogati in soldi) voluto dal governo Meloni e l’aumento del costo dei mutui innescato con il rialzo dei tassi voluto dalla Bce, il mutuo agevolato è diventato un salasso «mangia stipendio» per i dipendenti delle banche.
Secondo quanto stabilito dal testo unico delle imposte sui redditi, è infatti considerato reddito imponibile, e pertanto utile ai fini della tassazione del dipendente, il 50% della differenza tra l’importo degli interessi calcolati al tasso ufficiale di riferimento vigente al 31 dicembre di ciascun anno e l’importo degli interessi calcolato al tasso applicato sugli stessi.
Per quanto concerne, invece, la soglia imponibile dei fringe benefit, la norma contenuta nel decreto «aiuti quater» identificava, fino a dicembre 2022, il tetto dei 3.000 euro quale controvalore complessivo, oltre i quali tali benefit concorrono ad alimentare la base imponibile del lavoratore. In parole povere, questo significa che, per i finanziamenti concessi dalle banche ai dipendenti con tassi agevolati, le banche applicano mensilmente, in qualità di sostituto d’imposta, una trattenuta in busta paga nel caso in cui il tasso di riferimento del finanziamento concesso al lavoratore sia inferiore a quello di mercato (come nel caso dei mutui agevolati, appunto) o se la somma complessiva dei fringe benefit percepiti dal lavoratore (compresi il differenziale tra i tassi) supera la soglia di esenzione dei fringe benefit stabilita anno per anno (3.000 euro per il 2022 e 258,3 euro per il 2023).
Da quest’anno, insomma, la penalizzazione per i dipendenti bancari con un mutuo agevolato aumenta ancora, visto che la soglia è tornata a livello originario di 258,3 euro e, così, il numero dei lavoratori penalizzati dal riconteggio degli interessi è diventato ancora maggiore.
In casi come questi, vale forse la pena fare un esempio concreto. Ad oggi il tasso voluto dalla Bce è del 3,5%. Ipotizziamo che un mutuo agevolato concesso a un dipendente bancario per un capitale residuo da rimborsare di 350.000 euro abbia un tasso dello 0,65% (rispetto a una media di mercato del 3,5%). La differenza tra il tasso della Bce e quello offerto al lavoratore è del 2,85%. Secondo la norma, ai fini della tassazione, si deve prendere in considerazione il 50% di tale differenziale: cioè 1,42%. Il capitale residuo moltiplicato per questo valore equivale a 3.550 euro.
Si capisce dunque che l’importo è sensibilmente superiore alla soglia di 258,3 euro. Per questo motivo contribuisce alla determinazione del reddito imponibile e risulta, pertanto, assoggettata ad imposizione fiscale e contributiva. In pratica, per pagare questa somma la banca trattiene una parte dello stipendio del lavoratore. Il lavoratore bancario si trova quindi schiacciato tra il dover pagare più tasse in busta paga e un mutuo il cui costo nell’ultimo anno è aumentato di tre o quattro volte.
È chiaro che siamo davanti a un buco normativo per cui un professionista bancario paga di più per ottenere un finanziamento scontato rispetto ai valori di mercato. Un vero e proprio controsenso a cui bisogna porre rimedio.
La questione, insomma, riveste un carattere di assoluta importanza per tutto il settore e necessita di un intervento legislativo che risolva un problema che affligge i circa 300.000 lavoratori bancari presenti in Italia, di cui almeno 70.000 con mutuo agevolato. Con queste premesse, verrebbe da pensare che sia più conveniente per un professionista degli istituti di credito accendere un mutuo da cliente tradizionale dove il tasso pratica è più salato, ma la tassazione decisamente più favorevole.
La Fabi e gli altri sindacati bancari stanno valutando con Abi tutti i possibili interventi per arrivare in tempi brevi a una soluzione.
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