Per una volta Landini parla di salari Ma sul fiscal drag sbaglia due volte
Maurizio Landini (Ansa)
L’inflazione non ha tolto risorse ai lavoratori grazie alle riforme del governo. E dal 2022 gli stipendi hanno superato il carovita

Negli ultimi tempi al segretario della Cgil, Maurizio Landini, non ne va bene una. Terminata l’infatuazione per flottiglie varie in giro per il Mediterraneo, ha deciso di occuparsi di qualcosa di più coerente con il suo «core business»: i salari dei lavoratori. E si è gettato su un tema su cui credeva di poter vincere facile: il fiscal drag. Cioè la crescita della pressione fiscale e del gettito a causa dell’aumento dei salari nominali e dell’automatica applicazione di aliquota marginali più alte, per via della struttura progressiva dell’imposizione.

In altre parole, tutti gli aumenti contrattuali faticosamente ottenuti per recuperare almeno parzialmente l’inflazione e quindi mantenere inalterato il potere d’acquisto e i salari reali, alla fine provocano un maggiore carico fiscale.

Le decine di miliardi che Landini ha asserito essere state sottratte ai salariati solo per questa via, alla prima verifica, si sono però sciolte come neve al sole. Una recente ricerca della Bce ha dimostrato che le riforme fiscali del 2022-2023, unitamente alla riduzione dei contributi sociali, hanno quasi completamente azzerato questo tipo di prelievo fiscale surrettizio sui salari. Inoltre, aspetto che Landini trascura, da metà 2022 ad oggi i salari reali sono aumentati, risalendo dal minimo e, ovviamente, anche per questo motivo, l’imposizione progressiva ha fatto sentire il proprio morso. Quindi Landini fornisce numeri errati due volte: la prima quando denuncia un fiscal drag che è stato quasi del tutto restituito, la seconda quando non riconosce che la pressione fiscale sui salari può anche aumentare, com’è accaduto, senza che sia all’opera il fiscal drag ma solo per il (benvenuto) aumento dei salari (reali), cioè aumenti nominali dei salari che a partire dal 2022 hanno superato l’inflazione cumulata nello stesso periodo.

Inoltre Landini farebbe bene a guardarsi intorno per scoprire cosa accade in Europa, soprattutto in Spagna, il cui mercato del lavoro egli spesso loda. Scoprirebbe così che – come riportato dal quotidiano Abc il 24 ottobre – «la pressione fiscale in Spagna è salita di quattro punti, dal 34% al 38% del Pil, superando la media Ocse, con entrate fiscali cresciute del 34% tra 2020 e 2023 per la mancata indicizzazione dell’Irpef».

In Spagna i salariati hanno preso gli aumenti con una mano e li hanno restituiti con l’altra, subendo così ben 4 punti interi di aumento di pressione fiscale, che in Italia invece abbiamo misurato nell’ordine di alcuni decimali.

Resta vero il fatto che, rispetto alla fine del 2019, i salari reali in Italia – pur dopo il recupero degli ultimi tre anni – siano ancora più bassi dal 2% al 4%.

E qui dovrebbe aprirsi il vero dibattito che purtroppo Landini elude e, al cui centro, campeggia la parola magica: produttività (del lavoro), cioè il valore aggiunto per occupato (o per ore lavorate). Il Sacro Graal di ogni dibattito. Tanto che il semplice nominarlo avrebbe effetti risolutivi sulla dinamica dei salari. Quasi come la famosa «amalgama» del presidente del Catania Angelo Massimino, che bastava comprarla per risolvere i problemi della squadra. Purtroppo, scherzi a parte, non funziona così.

Tema riproposto, proprio ieri sul quotidiano La Repubblica dal professor Guido Tabellini, secondo il quale «i salari sono fermi perché non cresce la produttività del lavoro». A sua volta stagnante a causa del «ritardo tecnologico, delle piccole dimensioni delle imprese, dei divari territoriali e dell’arretratezza del Mezzogiorno». La solita cassetta degli argomenti degli «offertisti», secondo i quali la produttività è simile a un pulsante On/Off. Basta girare su On e la cinghia di trasmissione dalla produttività ai salari reali si muove.

Una dinamica smentita dai dati che in Italia ha visto la crescita dei salari reali fermarsi ben prima (primi anni Ottanta, con un’altra piccola salita qualche anno dopo) di quella della produttività (metà anni Novanta). In altre parole, è storicamente provato che la crescita della produttività non ha causato e non causa la crescita dei salari, che troppo a lungo sono rimasti al palo. Al limite è condizione necessaria, ma non sufficiente. Invece, la produttività è principalmente un effetto, non una causa. Nelle imprese si investe e quindi si aumenta l’intensità di capitale e, fermo tutto il resto, anche la produttività, solo se e quando ci sono prospettive di domanda. E ci sono prospettive di domanda e di consumo quando ci sono salari e redditi da spendere. Una domanda che langue impedisce di pianificare ed eseguire investimenti e di raggiungere così una scala dimensionale che, da sola, è fattore di produttività. Da questo punto di vista, è condivisibile la proposta di Tabellini, per un uso più incisivo della contrattazione aziendale, rispetto al dominio dei contratti nazionali.

Nel ragionamento del professore, manca perciò il convitato di pietra: la sistematica compressione della domanda e dei salari, riconosciuta perfino da Mario Draghi come elemento costitutivo dell’eurozona, come causa della stagnazione della produttività. Un fatto che data proprio dalla seconda metà degli anni Novanta, con l’ingresso di fatto nell’euro, formalizzato poi nel 1999.

Ma siamo già su ben altro livello rispetto agli argomenti di Landini. Anche se sarebbe interessante che egli stesso spiegasse perché in quegli anni il prodotto e la produttività sono cresciuti ma i salari reali sono rimasti piatti, aprendo così una forbice nella distribuzione a favore della quota profitti e sfavore della quota salari. Altro che fiscal drag.

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