Il fisco ha condonato la multa agli Agnelli
  • Chiuso il contenzioso per l’acquisizione di Chrysler. Intanto la Ragioneria avvisa: nella manovra primo buco da 217 milioni.
  • Taglio del cuneo: il sistema creato da Roberto Gualtieri ha un effetto distorsivo sulle aliquote marginali effettive. Le tasse saliranno in modo significativo per chi riuscirà a guadagnare qualcosa in più, magari con gli straordinari. La vera soluzione sarebbe una riforma radicale del fisco.

Lo speciale contiene due articoli.

Dopo aver presentato i conti del 2019 con utili superiori a 2,7 miliardi, i vertici di Fca hanno tenuto a precisare che se il coronavirus dovesse permanere chiuderanno uno stabilimento in Europa. Dove? In Italia? Non si sa, ma la conferenza stampa si è conclusa con un dettaglio non irrilevante per il fisco del nostro Paese.

Il direttore finanziario, Richard Palmer, ha riferito che il contenzioso con l’Agenzia delle entrate è stato chiuso con una transazione. L’Erario contestava a Fca di aver sottostimato le attività Usa di Chrysler (al tempo della ristrutturazione e acquisizione nel 2014) per 5,1 miliardi di imponibile e chiedeva di pagare 1,3 miliardi di euro tra multa e mancate tasse. L’accordo, invece, prevede che il futuro imponibile aumenterà di 2,5 miliardi e le maggiori tasse saranno compensate da 400 milioni di perdite fiscali e altri 2,1 miliardi di perdite fiscali sugli asset italiani. Tradotto l’accerto finalizzato è su un perimetro di 2,6 miliardi e l’ammontare riconosciuto al fisco si ferma a 730 milioni. Come però ha confermato ieri sera Palmer non ci sarà alcun esborso cash e nessuna multa o sanzione è stata comminata. Un bel colpo per Fca, nel pieno delle opportunità legali concesse da una transazione. Prima dell’azienda controllata dalla famiglia Agnelli ci sono stati numerosi precedenti. Alcuni più soft altri decisamente più hard. Stona però un dettaglio (non da poco) nella scelta dell’Agenzia delle entrate: l’assenza totale di sanzioni. L’ultimo dei contribuenti non potrà mai sperare di vedersele cancellare. È cosa insita nel poter accedere a una transazione. Solo che al Paese servono soldi. E Fca è ormai azienda straniera. A dimostrare quanto ci servono soldi se non bastassero i dati del Pil, c’è il fatto che la notizia cade nel peggiore dei giorni.

Ieri la Ragioneria generale dello Stato ha ammesso quello che è il primo buco di bilancio dovuto alla manovra 2020. Sono 217 milioni legati allo slittamento dell’entrata in vigore dell’obbligo della moneta virtuale per le detrazioni Irpef. Un brutto inizio per un governo che da subito ha sbandierato novità mirabolanti.

Il bonus asili e la lotta al contante attraverso l’obbligo dei Pos sono stati infatti i pilastri sui quali il Conte bis ha poggiato le proprie promesse fiscali. Sugli asili si è passati da posti per tutti agli incentivi, per finire a dicembre 2019 con la mancata erogazione dei bonus. I soldi erano finiti. Il mese scorso i contribuenti hanno ricominciato a incassare le agevolazioni, probabilmente il governo ha deciso di erodere il budget del 2020. E questo è niente, perché l’altro pilastro -l’uso forzato della valuta virtuale – si sta già dimostrando un boomerang. Per spingere nella direzione opposta al contante, il governo ha deciso di legare le detrazioni Irpef (almeno quelle al 19%) alla doppia tracciabilità delle operazioni. Cioè, non basta pagare in contanti con la ricevuta, bisogna usare il bancomat o la carta di credito. Secondo gli esperti del Mef, la novità avrebbe subito spinto giù l’asticella dell’evasione fiscale.

Una speranza comunque necessaria per far quadrare i conti della manovra 2020. Solo per l’anno in corso l’esecutivo ha dichiarato di recuperare più di 3 miliardi di euro dal contrasto all’illegalità fiscale. Il sogno è stato infranto ieri dalla Ragioneria generale dello Stato che ha fatto presente alle forze politiche che lo slittamento dell’entrata in vigore dell’obbligo della moneta virtuale per le detrazioni Irpef al primo aprile causa subito un buco di bilancio di 217 milioni di euro. Il paradosso sta anche nel fatto che i tecnici del Mef avevano calcolato l’avvio della novità fiscale già dal primo gennaio, in barba allo statuto del contribuente e alle norme dell’Agenzia che prevedono tra l’ok del Parlamento e la ricaduta pratica almeno 90 giorni.

Al di là dei dettagli, in soli due giorni il governo ha già stracciato due volte la carta che dovrebbe tutelare i contribuenti. Purtroppo non è una novità. Tutti i governi l’hanno fatto con la differenza che ci mettevano la faccia. Ogni volta che veniva partorito un decreto o una legge contraria allo statuto, il testo prevedeva almeno la dicitura «in deroga allo statuto del contribuente». Ora, nemmeno la fatica della postilla. L’altro problema a cui si va incontro è l’inaffidabilità delle previsioni. Siamo solo a febbraio, è il buco da finto recupero dell’evasione è già a 217 milioni, a luglio verranno al pettine gli altri nodi. La strategia (anche se numericamente infondata) si basa sulla stretta della circolazione delle banconote. La Bce ha pesantemente redarguito il governo sostenendo che il limite al contante sia una forzatura ingiustificata. Il pressing è in atto e molto probabilmente salterà, trascinando con sé tutta l’impalcatura che nasconde l’illusione del contrasto all’evasione fiscale. A quel punto i gaillorossi dovranno correre per tappare i buchi di bilancio e dovranno spremere ancor di più i contribuenti. E nessuno di questi potrà appellarsi a transazioni internazionali, farsi abbonare sanzioni o multe. Come ha spuntato dal canto suo Fca.


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