I soldi di Conte sono come i carrarmati di Mussolini
  • Il Mef prende fondi non spesi da decreti precedenti e li sposta sugli indennizzi. Il trucco serve a evitare altro extra deficit. Però, con nuove restrizioni alle porte, il buco nei conti è inevitabile.
  • I (miseri) risarcimenti dovrebbero arrivare entro il 15 novembre. E guarda caso, il 16 scatta la tagliola di 263 adempimenti fiscali.

Lo speciale contiene due articoli.

Il decreto Ristori stanzia nel complesso 5,4 miliardi di euro a deficit. Mentre ne prevede 6,2 come saldo netto a finanziare. Tradotto: l’80% della spesa impatterà sul debito di quest’anno, il rimanente sui conti del 2021. Nel complesso, il governo, l’altra sera, ha promesso di dare la mancia a ristoratori e baristi (la media delle erogazioni a fondo perduto è di circa 5.000 euro una tantum), vantandosi di non dover chiedere un ulteriore scostamento di bilancio. In fase di pandemia non dovrebbe essere motivo di successo.

Il decreto Ristori è infatti l’emblema dell’incapacità di spendere i soldi e di farli girare come si fa con il gioco delle tre carte. O come faceva Benito Mussolini, che alla sfilate mandava sempre gli stessi carrarmati. Basti pensare che i due miliardi circa per la cassa integrazione che copriranno il periodo che va da metà novembre a fine gennaio fanno parte degli stessi stanziamenti erogati dai decreti Cura Italia, Rilancio e Agosto. Solo che si tratta della fetta non spesa. Stesso discorso per i 2,4 miliardi da erogare a fondo perduto ai codici ateco obbligati a chiudere alle 18 dal dpcm del 24 ottobre. Pure questi soldi arrivano da fondi non spesi nei mesi e nelle settimane precedenti. Non si tratta però di magia ma di una possibilità che il ministro Roberto Gualtieri si è fatto approvare lo scorso giugno. Con il decreto 52, datato appunto 16 giugno, il ministro ha la possibilità di verificare in tempo reale il tiraggio (l’andamento della spesa) delle diverse misure approvate nei decreti d’urgenza e decidere in autonomia di riallocare il denaro non speso in nuovi fondi legati a successivi decreti. Giuseppe Liturri, sulle nostre colonne, ha denunciato in tempo reale l’anomalia della norma che va a sottrarre al Parlamento la prerogativa di verifica delle scelte del governo. Non a caso il premier va in Aula a chiedere il permesso di sforare i conti e fare nuovo deficit. E quando si presenta deve anche dichiarare che cosa farà con quel denaro. In questo modo invece il Mef ha mano libera per creare vasi comunicanti e spostare dove vuole i fondi. La mossa è grave perché azzera del tutto l’attività di valutazione ex ante ed ex post delle misure adottate. È ancor più grave perché bypassa le convenzioni democratiche e sopprime la trasparenza. I cittadini vengono travolti dalla propaganda dei miliardi stanziati, ma non sono mai informati dell’entità effettiva di quelli erogati e spesi.

Bisogna inoltre considerare che ogni decreto varato necessita di decine di decreti attuativi, perennemente in ritardo. Il decreto Agosto prevede ben 66 ricaschi attuativi. A oggi solo uno è stato approvato. Al Cura Italia di marzo ne mancano 9, su un totale di 34. Il decreto Rilancio non è nemmeno a metà strada: 52 approvati e 85 in coda. Il che significa che parte del denaro stanziato non può essere erogato fino al termine delle pratiche. Innescando di fatto un circolo vizioso, che impedisce agli imprenditori di ricevere i fondi e dall’altra parte confonde le acque e modifica il «tiraggio» delle spese stanziate. La capacità di un governo si misura nell’azzeccare le previsioni ma anche nel portare a termine le promesse avviate. In tempi di pandemia significa spendere fino all’ultimo euro possibile. Invece, qui accade il contrario. E Gualtieri non dovrebbe vantarsene in tv. Al contrario, ci saremmo aspettati un mea culpa.

Purtroppo, il gioco delle tre carte non sembra finire qui. Nonostante più volte i giallorossi abbiano dichiarato di non dover modificare la Nadef e la legge Finanziaria inviata a Bruxelles, la continua riallocazione dei fondi crea buchi di bilancio sul 2021. Appare chiaro che l’idea di fondo era quella di spostare le risorse non utilizzate quest’anno al prossimo. L’andamento dei contagi e il rischio di un inasprimento del lockdown imporranno, a fine novembre, lo stanziamento di altre risorse, il che allargherà la forchetta del deficit. Balleranno forse 10 miliardi. Tanto, se si considera che su altri 15 pende la spada di Damocle del Recovery fund. La manovra del 2021, definita 15 giorni fa, spera di poter utilizzare il denaro legato ai progetti del Recovery plan. Ieri pomeriggio la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, se n’è uscita con una dichiarazione tanto vera quanto sconcertante: «Prima di rafforzare il Recovery, va finalizzato». Lapalissiano. Non per il premier, che continua a negare l’evidenza. Solo che la realtà non può permettersi tale lusso. Si dovrà presto ammettere che i fondi Ue saranno minimi, e che per sostenere le aziende ferite dal Covid servirà molto altro. Il tutto con margini di trattativa con Bruxelles bassi. Ricordiamo che per il 2021 i giallorossi si sono impegnati a fare 19 miliardi di deficit solo per azzerare le clausole di salvaguardia sull’Iva. Vedremo che accadrà. Nel frattempo si vive alla giornata, e quella di ieri è finita (nonostante le dichiarazioni) con la pubblicazione consueta della Gazzetta ufficiale. Che però ancora non conteneva il decreto Ristori.


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