- La chiamano «pink tax», vale a dire la tassa rosa e sta a indicare tutti quei prodotti che il sesso femminile paga di più, nonostante non esistano differenze nella composizione. Da rasoi a deodoranti fino a profumi e scarpe da tennis.
- In Italia, l’aliquota per gli assorbenti è pari a quella per i beni di lusso. Servirebbero “solo” 72 milioni per portarla al 5%.
- New York dice basta alle discriminazioni di prezzo e vieta ai parrucchieri di esporre listini «per lui» e «per lei».
Lo speciale contiene tre articoli.
L’hanno chiamata «pink tax» ovvero la tassa rosa. Il termine sta a indicare il divario esistente tra il costo della vita per un uomo e per una donna. Uno studio condotto dal dipartimento dei consumi della città di New York ha infatti evidenziato come in media il sesso femminile si trovi a spendere il 7% in più per prodotti generici e addirittura il 13% in più in prodotti per la cura personale.
Nel 2014, il ministro delle Pari opportunità francese, Pascale Boisard aveva espresso sui social il suo discontento verso la catena di supermercati Monoprix, “colpevoli” di vendere un pacchetto di cinque rasoi per donna a 1,80 euro, contro 1,72 per una confezione per uomo da dieci pezzi. Il tutto senza apparenti differenze nella composizione del prodotto. Marcella Corsi, professoressa di economia alla Sapienza di Roma ha sottolineato come «la discriminazione nasce dallo stereotipo culturale di una donna con molto tempo libero che impiega nello spendere i soldi che non guadagna. Una figura lontana dalla realtà e risalente agli anni Cinquanta».
Basta fare una piccola ricerca su Amazon per trovare che un rasoio da donna di un particolare marchio costa 8,49 euro, mentre la controparte maschile ne costa 5,99. Lo stesso vale per un deodorante spray. Commercializzati con la stessa dicitura («Protect and care»), nella linea da uomo una confezione da sei costa 22,30 euro mentre in quella da donna il prezzo è di 23,20. Una pagina Tumblr chiamata «Woman tax» è ricca di esempi come questo. E il divario parte dall’infanzia. Un pupazzo a forma di ippopotamo di colore azzurro è venduto a 12,90 euro, il corrispettivo rosa a 14,90.
Idealo, una piattaforma internazionale di comparazione prezzi, ha pubblicato lo scorso febbraio io un report che analizza l’impatto della «pink tax» oggi, a sei anni dalla nascita del termine. Lo studio, realizzato su nove categorie merceologiche presenti sul portale, ha evidenziato come, nel corso di un anno, i deodoranti femminili e i prodotti per il trattamento del viso da donna tendano a costare rispettivamente il +51,1% e il +57,2% dei corrispettivi maschili.
La categoria merceologica più interessante risulta però essere quella dei profumi. Analizzando 27 profumi tra quelli più popolari presenti su idealo Italia, il report ha individuato come i profumi da donna tendano a costare il 27% in più rispetto a quelli da uomo (parliamo di una differenza di +12,30 centesimi di euro a millilitro). In 20 casi su 27 il prezzo per millilitro più alto è stato per le donne.
Antonio Pilello, responsabile pr e comunicazione per l’azienda, ha commentato i dati dicendo: «Possiamo affermare con certezza che i rincari sui prodotti femminili sono sempre più alti rispetto a quelli sui prodotti maschili»
Come si può ovviare al fenomeno? Secondo Pilello sarebbe necessario studiare la fluttuazione dei prezzi, ovvero la variazione dei costi nel tempo. «Le donne, in particolare, devono prestare più attenzione poiché la fluttuazione media dei prodotti a loro dedicati è pari al 49,6%, mentre quella dei prodotti maschili è in media del 33%10. Le fluttuazioni, quindi, possono annullare completamente gli effetti della Pink tax, permettendo alle consumatrici di risparmiare».
Le oscillazioni di prezzo non si riferiscono solo a prodotti per la cura personale. Sempre secondo idealo le scarpe da tennis femminili nell’arco di tre mesi sono state vittime di oscillazioni di prezzo in media fino al 106,8%, mentre i costi di quelle da uomo variano al massimo del 46,1%. Stesso discorso vale per le scarpe da corsa (con variazioni del 67,8% per le donne e “solo” del 34,3% per gli uomini) e per le sneakers (72,7% per lei e 51,9% per lui).
Secondo l’avvocato Jennifer Weiss-Wolf, la pink tax non sarebbe altro che un effetto collaterale della legge di mercato. «È la classica filosofia capitalista. Se posso guadagnarci, dovrei farlo». Marcella Corsi è invece convinta che il problema stia nella «tipicizzazione» dei consumatori.
«Gli studi di mercato dimostrano che le donne sono più facilmente prese di mira da queste dinamiche, ma le stesse possono colpire anche gli uomini, o meglio categorie di uomini cui viene attribuita dal mercato una maggior capacità di spesa. Basti pensare allo stereotipo dell’uomo omosessuale ricco, fissato con la cura del corpo e con l’estetica».
In Spagna si sta invece iniziando a elaborare una nuova teoria. Non si parlerebbe più di pink tax ma di «pink budget». Secondo questo studio il problema non sono i prezzi in sé, ma il condizionamento sociale che porta le donne a a dover comprare in volumi maggiori e oggetti ben specifici, incidendo maggiormente nelle tasche delle consumatrici. Questo è principalmente dovuto all’ampiezza dell’offerta che vede l’esistenza di un numero decisamente maggiore di oggetti specificatamente femminili rispetto a quelli dalle spiccate caratteristiche maschili.
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