Il ministro degli Affari Esteri canadese Anita Anand (a destra) dà il benvenuto al ministro degli Esteri cinese Wang Yi (a sinistra) prima del loro incontro a Ottawa (Ansa)
Il Canada rafforza ulteriormente i legami con la Cina. Una mossa, con cui il governo di Ottawa punta a ostacolare il rilancio della Dottrina Monroe, promosso dalla Casa Bianca.
Venerdì, il ministro degli Esteri canadese, Anita Anand, ha avuto un incontro con l’omologo cinese, Wang Yi. «Il Canada è concentrato sulla crescita della propria economia e sulla diversificazione delle relazioni commerciali», ha affermato la Anand durante il faccia a faccia.
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.
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Nel riquadro il politologo Randall L. Schweller. Sullo sfondo un'immagine dell'ultimo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Il politologo Randall L. Schweller: «È pericolosa la tendenza americana a inquadrare la competizione con Pechino in termini ideologici. Ma grazie alle armi nucleari non ci sarà una grande guerra. Putin? Non è un vera minaccia per l’Ue».
L’America e la Cina si spartiranno il mondo? La guerra tra l’egemone e il suo rivale è davvero inevitabile? Sono domande a cui cerca di rispondere il saggio di Randall L. Schweller, professore alla Ohio State University, esponente del realismo politico.
Broken cycle. World politics in the age of dissent, da poco uscito per Cambridge University Press, adotta una concezione ciclica della storia delle relazioni internazionali: da una grande guerra emerge una potenza predominante; poi, uno «sfidante» mette in questione lo status quo (è la fase del «dissenso», in cui ci troveremmo ora); dopodiché, esso viola apertamente le regole dell’ordine globale; e allora scoppia una nuova guerra per l’egemonia. Secondo Schweller, però, adesso il ciclo si è inceppato.
Perché, professore?
«Perché non ci sarà un’altra guerra per l’egemonia: gli armamenti moderni sono diventati troppo distruttivi e la pace troppo conveniente, nel senso che a conquistare ampi territori c’è poco da guadagnare e molto da perdere. La forza che restaura l’ordine politico - la guerra per l’egemonia - non è più utilizzabile».
Dovremmo rammaricarcene?
«Dovremmo sperare che la guerra per l’egemonia non ricompaia mai più».
E allora?
«Il fatto è che essa produce anche effetti positivi sulla politica internazionale. Svolge tre funzioni necessarie: fa tabula rasa delle istituzioni globali; concentra il potere nelle mani di un’unica grande potenza; e mostra in maniera chiara chi comanda e chi no. Così, consente a un nuovo egemone di ricostituire il sistema che è collassato, creando un ordine globale legittimo a sua immagine».
Parlava di armi distruttive.
«Le armi nucleari hanno reso impensabile la guerra tra grandi potenze. Qualunque leader comprende che nessuno potrebbe vincere un conflitto nucleare. Perciò sono convinto che il ciclo della guerra egemonica sia concluso».
Se non ci sarà un’altra grande guerra, cosa accadrà?
«La domanda essenziale per la stabilità globale nei prossimi decenni riguarda la natura della rivalità sinoamericana e il modo in cui i due poli, specie gli Usa, sceglieranno di gestirla».
Ci spieghi.
«Gli Stati Uniti dovrebbero concedere una sfera d’influenza alla Cina nel Pacifico occidentale? Dovrebbero contenere la Cina come fecero con l’Unione sovietica, per limitare la sua capacità geopolitica? O dovrebbero tirarsi indietro e permettere che si formi un equilibrio di potenza regionale?».
Qual è la risposta?
«Una combinazione delle tre. I sistemi bipolari sono estremamente stabili e poco esposti allo scoppio di grandi guerre. A differenza che nella multipolarità, in cui i pericoli sono diffusi, le responsabilità poco chiare e le definizioni degli interessi vitali facilmente oscurabili, le superpotenze, in un mondo bipolare, possono delineare strategie per promuovere i loro interessi e fare i conti con il loro principale avversario, con minore necessità di soddisfare i loro alleati».
Valeva per Usa e Urss e varrà per Usa e Cina?
«La geografia rafforza l’idea che la bipolarità Usa-Cina sarà più rilassata di quella Usa-Urss».
Come mai?
«La Cina è accerchiata da potenze regionali: Giappone, Corea del Sud, Russia, Australia, India; gli Usa e i loro alleati non hanno bisogno di fissare una linea dove fermare l’aggressione cinese nella regione dell’Asia Pacifica».
Quindi?
«Washington e Pechino possono gestire la competizione strategica con relativa facilità. La Cina e gli Usa sono più rivali geopolitici che avversari totali. Entrambi hanno più da guadagnare dal mantenimento di profondi legami economici che dalla loro recisione. La Via della seta e il Made in China 2025 (il piano strategico per sviluppare la manifattura cinese, ndr) possono generare ansia da competizione, specie all’interno di vari centri di potere a Washington, Detroit e nella Silicon Valley; ma essi non pongono alcuna minaccia esistenziale agli Stati Uniti. Non esiste risposta militare a una grande strategia non violenta, costruita sull’espansione del commercio e della navigazione. La coesistenza è l’unica opzione sensata».
L’egemonia, scrive lei, comporta responsabilità e obblighi globali. La Cina è disposta a sobbarcarseli?
«Durante la prima decade del nuovo millennio, gli Usa lamentavano che la Cina volesse i privilegi del potere ma non le responsabilità che i player mondiali sono tenuti ad assumersi. A molti osservatori occidentali, la Cina sembrava una scansafatiche che andava costretta a intraprendere azioni adeguate in caso di crisi globali. Poi, è arrivata la grande recessione del 2007-2008».
E cosa è successo?
«La risposta fiscale e monetaria di Pechino ne ha mitigato gli effetti e ha promosso una ripresa economica più rapida negli anni seguenti. Ben lontana dall’essere una potenza rivoluzionaria, la Cina ha agito da “portatore d’interessi responsabile”, termine coniato dal vicesegretario di Stato Robert Zoellick nel 2005, pompando liquidità nel sistema finanziario globale. In più, nonostante il suo potere finanziario e monetario, la Cina continua ad astenersi dall’offrire un’alternativa al Washington consensus; anzi, respinge qualunque idea di “Consenso pechinese”. Al di là dei suoi interessi fondamentali - difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale, compresi Tibet e Taiwan, e assicurarsi l’accesso a energia e risorse naturali in altre parti del mondo, specie in Africa e America Latina - il governo cinese ha giocato solo un ruolo limitato e sporadico nella maggior parte delle aree di governance globale. E ciò non dovrebbe sorprenderci».
Perché?
«Gli Usa si assunsero responsabilità globali solo molti anni dopo esser diventati lo Stato più potente sulla Terra, quando producevano quasi la metà dell’output economico mondiale. Una posizione che la Cina non si avvicina neppure a raggiungere a questo grado del suo sviluppo. Perché, dunque, Washington dovrebbe aspettarsi che la Cina, la cui quota di economia mondiale è all’incirca il 15% e il cui Pil pro capite è il settantatreesimo al mondo, renda contributi sostanziali alla governance globale?».
I contrasti ideologici sono un pericolo per la pace?
«Certamente. Lo abbiamo già visto durante la Guerra fredda. Il pericolo deriva più dalla tendenza liberale americana a dipingere ogni minaccia come ideologica, che dall’aumento di potenza della Cina. Le minacce ideologiche si prestano a una retorica da somma zero: o i nostri valori trionfano, o lo faranno i loro; la tolleranza della diversità globale semplicemente non è contemplata. Nella psiche americana, le sfide manichee tra le forze del bene e quelle del male risuonano molto più intensamente rispetto alla pura e semplice politica di potenza. I decisori politici americani sanno di dover inquadrare la competizione in termini ideologici. Oggi, un consenso - forse l’unico - tra democratici e repubblicani rappresenta la Cina come una minaccia esistenziale allo stile di vita americano, che trama per minarne i valori e le istituzioni democratiche, per rimpiazzarli con quelli cinesi. Le voci dei guerrieri “freddi” dei nostri giorni esortano gli Usa a mettersi alla guida di una coalizione di Paesi liberaldemocratici, dall’Europa all’Asia, per tenere sotto controllo le pratiche economiche predatorie di Pechino, opporsi ai suoi tentativi di sbarrare l’accesso a porzioni dei beni comuni globali, scoraggiare aggressioni da parte della Cina e mantenere la pace».
È sbagliato?
«È la più disastrosa strategia di primato globale americano. Nella migliore delle ipotesi, affidarsi a una caricatura rischia di generare riflessi condizionati allarmistici e reazioni eccessive. Nella peggiore, dipingere la Cina come una minaccia esistenziale potrebbe rivelarsi una profezia che si autoavvera».
L’Europa com’è messa?
«Gli Usa scaricheranno molti dei loro oneri in aree remote, costringendo gli alleati ad abbandonare la loro eccessiva fiducia nella potenza americana e lasciando che si assumano maggiori responsabilità per la loro difesa e la stabilità. Quando ciò accadrà, si formeranno bilanciamenti di potere regionali».
Ad esempio?
«L’Unione europea può facilmente controbilanciare la Russia. Dal 1989 al 2020, il Pil della Russia non ha mai superato il 15% di quello dell’Ue; nel frattempo, la sua popolazione è diminuita dal 35,2 al 32,2% di quella dell’Ue. L’Asia orientale costituisce una sfida più difficile e, tuttavia, è uno scenario relativamente poco complicato per la stabilità. La potenza della Cina può essere controbilanciata dal Giappone e dalla Corea del Sud insieme al Vietnam, all’Indonesia e all’Australia».
L’Europa sopravvaluta la minaccia russa?
«Non credo che la Russia ponga una minaccia esistenziale all’Europa. Vladimir Putin non è Adolf Hitler. Hitler era uno spericolato giocatore d’azzardo che lanciò una guerra genocida senza precedenti nella storia. Si descriveva come un politico che avrebbe condotto la Germania alla conquista di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territorio. Queste aree sarebbero state germanizzate tramite coloni che avrebbero tirato su famiglie numerose, per rimpiazzare i morti nelle guerre di conquista e fornire soldati per le guerre future. Tale processo sarebbe terminato solo quando i tedeschi avessero ereditato il pianeta intero. Vi sembra simile a Putin?».
A parecchi, sì.
«Putin è un piantagrane che disprezza l’Occidente. Tuttavia, in termini di potenza nazionale e influenza globale, la Russia non appartiene alla stessa categoria di Cina, Usa o Ue. La Russia è una potenza di second’ordine, in declino, con una popolazione in diminuzione e in invecchiamento, piena di corruzione e quasi del tutto dipendente dai ricavi petroliferi. L’Italia, il Canada e il Brasile hanno economie più ampie di quella russa. La cattiva gestione della guerra in Ucraina da parte del Cremlino non è sinonimo di grande potenza; semmai, di un governo irresponsabile di uno Stato debole».
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Crosetto frena su Kiev nella Ue. Nuovi lanci di droni ucraini sulle raffinerie russe.
Nel giorno in cui droni ucraini hanno colpito una raffineria nel cuore della Russia, l’agenzia Bloomberg ha ieri anticipato che l’Unione europea, temendo il peggioramento del mercato petrolifero mondiale per la tensione nel Golfo Persico, si appresterebbe a congelare il meccanismo automatico del price cap, il tetto al prezzo del greggio russo pensato per far mancare a Mosca parte degli introiti.
Il price cap, aggiornato ogni 6 mesi da Bruxelles, è stabilito nel 15% in meno del prezzo di mercato del greggio russo degli Urali. Nei fatti l’Ue vieta alle aziende europee di fornire servizi di assicurazioni e trasporti per il petrolio russo venduto sopra il «tetto». Oggi la soglia è di 44,10 dollari al barile, ma in luglio dovrebbe essere rivista e potrebbe toccare 65 dollari. Congelare il cap significa che anche nel prossimo semestre l’Ue seguiterà ad accettare un prezzo massimo del greggio russo di 44,10 dollari al barile, sottraendo al Cremlino la cresta dovuta all’aumento dei prezzi.
La misura verrebbe abbinata ad altre nel 21° pacchetto di sanzioni europee: aggiunta nella lista degli enti sanzionati di ulteriori banche, commercianti di petrolio, raffinerie e operatori di criptovalute in Paesi terzi con cui Mosca triangola il blocco, sanzioni a 20 ulteriori petroliere della «flotta ombra» e possibile estensione del regime alle navi gasifere. Dal punto di vista economico la Russia incasserà meno, ma politicamente il congelamento del price cap viene interpretato a Mosca come segno di incertezza e timore da parte dell’Europa. Il consigliere economico del Cremlino, nonché amministratore del Fondo sovrano russo Rdif, Kirill Dmitriev ha commentato: «Come previsto, la crisi energetica sta costringendo l’Ue a essere più realistica e a iniziare a correggere gli errori del passato. L’Europa ha bisogno della Russia per sopravvivere». I russi pensano forse che valga la pena veder decurtati i profitti pur di constatare che l’Europa da un lato non può rinunciare del tutto al petrolio russo, dall’altro, con l’andar del tempo e il protrarsi della crisi mediorientale, potrebbe vedersi costretta ad ammorbidire la sua posizione per non dipendere troppo da forniture arabe instabili.
La notizia è arrivata mentre il presidente ucraino Volodymir Zelensky confermava raid di droni spintisi nelle ore precedenti sulle raffinerie russe di Saratov, a 700 km oltre la frontiera, causando danni: «Nella notte, i nostri guerrieri hanno applicato le sanzioni a lungo raggio dell’Ucraina contro una raffineria di petrolio nella Saratov russa». Per «sanzioni a lungo raggio», Kiev intende le incursioni in territorio russo su obbiettivi economici. L’offensiva contro gli impianti di petrolio e gas prosegue da settimane. Sempre ieri, il comandante dei reparti di droni ucraini, Robert «Madyar» Brovdi, ha tirato le somme dell’ultimo mese di campagna: «In maggio abbiamo colpito 18 impianti di petrolio e gas in Russia, a Mosca, Saratov, Tuapse, Volgograd, Novorossiysk, Grushovaya, Syzran, Kstovo, Ryazan, Taman, Perm, Kirishi, Samara, Yaroslavl-Lvds, Primorsk, Taganrog, Gpz Astrakhan e Orenburg. Più della metà di quelli presenti nell’elenco sono stati fermati o hanno interrotto il loro funzionamento nel corso del mese». Anche l’Ucraina fa fronte a incursioni di droni e missili russi, chiedendo agli alleati nuovi sistemi di difesa antiaerea.
L’Europa, pur discutendo di una possibile adesione di Kiev all’Unione, deve però pensare anzitutto alle proprie difese. Lo ha ribadito il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto: «L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea è molto difficile, non solo politicamente ma anche a livello economico. È possibile una crisi nel settore agricolo gravissima per molti Paesi Ue, che nessuno può permettersi». Piuttosto, secondo il ministro, «è sempre più urgente organizzare un grande sistema di difesa comune europeo che vada oltre gli attuali confini Ue a 27», includendo «Norvegia, Balcani e anche Ucraina».
Ieri l’Ucraina ha ricevuto un ulteriore sistema antiaereo Iris-T dalla Germania, ma intanto ispettori dell’Aiea arrivati alla centrale nucleare di Energodar, controllata dai russi nella regione di Zaporizhzhia, hanno riscontrato «danni compatibili con l’impatto di un drone», confermando le accuse di Mosca circa il raid ucraino di sabato. Sempre a Zaporizhzhia, nei combattimenti in una «zona boschiva», i russi avrebbero ucciso, secondo la Tass, «mercenari tedeschi e britannici, fra cui Jason Largan Jaycee, nato nel 2003, e Laterman Philippe Maximilian, nato nel 2000».
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