Zinga scommette sul voto per monopolizzare il Pd e segare le gambe al M5s
  • Stroncando Matteo Renzi («inaffidabile»), il segretario allontana l’idea della questua in Aula. L’ala sinistra è con lui, gli ex margheritini preferiscono gli accordicchi.
  • Con Luciana Lamorgese, sbarchi triplicati. Ma la stima di Sergio Mattarella può valerle Palazzo Chigi.

Lo speciale contiene due articoli.

Ieri è stata una giornata davvero campale, per Nicola Zingaretti. Mentre prosegue la strana precrisi causata dalle dimissioni della pattuglietta ministeriale di Italia viva, il segretario del Partito democratico ha inanellato una serie di dichiarazioni tra il pugnace e l’aggressivo, mostrando un volto lontano dal suo carattere pacioso. «C’è un dato che non può essere cancellato dalle nostre analisi», ha tuonato Zingaretti, «ed è l’inaffidabilità politica di Italia viva: un dato che credo dovremmo tenere in considerazione comunque, e che mina la stabilità in qualsiasi scenario si possa immaginare un coinvolgimento (del Pd, ndr) e una nuova possibile ripartenza».

Parole dure come staffilate, che sembrano voler bloccare un qualsiasi dialogo con Matteo Renzi e con i renziani, tagliando preventivamente le gambe a un Conte ter. Ma Zingaretti poi ha negato spazio anche a ogni ipotesi di allargamento della maggioranza, spiegando sia «impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista», perché il Pd «non si può permettere di governare con chi si è identificato con Donald Trump». Ieri, insomma, l’avvolgente segretario democratico s’è trasformato di colpo nel personaggio più divisivo sulla scena, il più arroccato e oltranzista. Nessuna disponibilità, nessuna apertura.

Anche per questo, forse, ieri giravano strane voci nei corridoi della politica: voci che ipotizzano che la strategia sommersa del segretario democratico non stia affatto rivolgendosi al reclutamento di una pattuglia di «responsabili», o a un rimescolamento di carte che dia vita a un nuovo governo, ma al contrario stia puntando la prua dritta sulle elezioni anticipate in giugno. In base a questo retroscena, con il passaggio elettorale Zingaretti cercherebbe di garantirsi due risultati personalmente positivi. Il primo è quello, fondamentale, d’impadronirsi davvero del suo partito. Divenutone segretario nel marzo 2019, Zingaretti ha infatti ereditato i gruppi parlamentari candidati e fatti eleggere nel marzo 2018 da un vertice politico che era a immagine e somiglianza del suo predecessore, cioè Renzi. Se si tornasse a votare, invece, Zinga potrebbe organizzare liste zeppe di fedeli e fedelissmi. E potrebbe anche regalare più spazio elettorale all’ala che come lui proviene dal vecchio Partito comunista (e poi è trasmigrata nei Democratici di sinistra), quella metà abbondante del Pd che i vecchi compagni come Pierluigi Bersani si ostinano a definire nostalgicamente «la Ditta».

Il secondo obiettivo è meno personalistico-ideologico, e più concreto. Zingaretti non vede l’ora di sciogliersi dal disastroso abbraccio con il Movimento 5 stelle, la cui inconsistenza e incoerenza provocano ormai imbarazzi quotidiani. I bene informati dicono che con questi compagni di strada, Zingaretti non se la sentirebbe più di caricare sul Pd le gravose (e pericolose) responsabilità di governo che si stanno addensando nel periodo più difficile nella storia repubblicana. Del resto, è sempre più evidente che un esecutivo in condominio con i grillini non ha le caratteristiche tecniche per affrontare le prossime settimane e i prossimi mesi, quando arriveranno al pettine i più spaventosi problemi degli ultimi decenni. Per di più con la matematica certezza che ogni mossa, ogni decisione, ogni scelta comporterà rischi politici a dir poco mortali. Zingaretti si starebbe facendo convincere al voto anche suoi sondaggi, che generosamente prevedono per il Pd tra il 22 e il 25% dei consensi: in base a questi dati, la pattuglia democratica alla Camera e al Senato non dovrebbe essere molto più piccola di oggi. E comunque sarebbe più numerosa di quella grillina.

Il retroscena vuole anche che sull’idea delle elezioni si sia velocemente allineata a Zingaretti un po’ tutta la componente del Pd che viene dal Pci. Ieri anche il vicesegretario Andrea Orlando ha sparato ad alzo zero contro Renzi, dichiarato che «con una crisi economica galoppante, Italia viva s’è assunta la responsabilità di provocare una crisi che getta il Paese nell’incertezza e nella confusione». E ha aggiunto, con toni poco ottimistici: «Avevamo detto che si sarebbe creata una situazione di confusione e un salto nel buio. I nostri appelli non sono stati ascoltati e purtroppo questo è avvenuto». Come a dire: ora non c’è davvero più nulla da fare.

Che il Pd non sia unito, del resto, ieri è emerso plasticamente dalle dichiarazioni della sua altra ala, quella «democristiana» che alla dissoluzione della Dc era confluita nella Margherita e oggi farebbe di tutto pur di evitare le urne, uno sbocco che vivrebbe come un disastro. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ieri si è sbracciato alla ricerca dei famosi «responsabili» e si è appellato alla «massima unità del Pd, che è il partito della responsabilità e della ricerca della soluzione a questa crisi». Sulla stessa linea Graziano Delrio, capogruppo alla Camera: «Vogliamo che la crisi sia parlamentarizzata», ha proposto, perché si possa andare alla ricerca di ogni possibile soluzione. La stessa posizione aperturista è venuta da un altro esponente «popolare» del Pd, il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini: anche lui si è appellato ai responsabili e ha chiesto di «dialogare apertamente e alla luce del sole con chiunque sia disponibile a sostenere un governo europeista, in grado di gestire l’emergenza sanitaria». Se il retroscena è giusto, insomma, la sigla Pd ormai potrebbe significare «Partito diviso» (in due).


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