Regioni, Comuni, avversari e alleati Tutti contro il semaforo di Speranza
  • Attilio Fontana: «Lombardia inascoltata e penalizzata». Piemonte e Sicilia contestano i criteri, la Calabria annuncia ricorsi mentre Brescia pretende deroghe. Matteo Salvini: «Non ci stiamo». Il dem Graziano Delrio: «Ora il ministro riferisca».
  • Dopo aver contestato la zona rossa con il Pirellone, il sindaco di Milano si è riallineato. Poi l’ennesimo testacoda: «Sistema troppo complesso, ma gli ordini vanno eseguiti».

Lo speciale contiene due articoli.

La prima notizia è che il ministro Roberto Speranza è riuscito a creare l’unanimità di opinioni; la seconda è che tale unanimità è contro di lui. Il day after dell’annuncio del «semaforo» vede infatti un’impressionante convergenza di pareri ostili e reazioni sdegnate, dalle Regioni ai sindaci, passando per le opposizioni e perfino per segmenti della maggioranza giallorossa.

Eppure Speranza fa lui la parte dell’infastidito: «Le Regioni alimentano i dati con cui la cabina di regia effettua il monitoraggio». E ancora: «Nella cabina di regia ci sono tre rappresentanti indicati dalle Regioni. È surreale che anziché assumersi la loro parte di responsabilità ci sia chi faccia finta di ignorare la gravità dei dati che riguardano i propri territori». Situazione letteralmente incredibile: prima Roma alimenta il caos, poi comunica in extremis alle Regioni il loro destino (sulla base di dati di dieci giorni prima), e poi si irrita se qualcuno protesta.

Ma tale è stato il fuoco di sbarramento contro il titolare della Salute che stamattina Speranza dovrà presentarsi a Montecitorio a riferire.

Dalle Regioni, è un pandemonio. Ecco Alberto Cirio, governatore del Piemonte: «Ho passato le ore a rileggere i dati, regione per regione, a cercare di capire come e perché il governo abbia deciso di usare misure così diverse per situazioni in fondo molto simili. Voglio che mi si spieghi la logica di queste scelte, pretendo chiarezza».

È andato oltre Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Calabria, che ha annunciato un ricorso: «Impugneremo l’ordinanza che istituisce la zona rossa. Questa regione non merita un isolamento che rischia di esserle fatale». E ancora: «Le costanti interlocuzioni che ho avuto con i membri del governo e il commissario Arcuri non hanno prodotto alcuna modifica rispetto alla volontà, evidentemente preconcetta, di chiudere una regione i cui dati epidemiologici non giustificano alcun lockdown».

Analoga scelta potrebbe essere compiuta anche da Nello Musumeci in Sicilia, e in tal senso lo sollecitano segmenti della sua maggioranza. Musumeci parla di scelta «scriteriata» e aggiunge all’Adnkronos: «Per carità, sono felice per il Lazio, la Toscana o la Campania, ma mi chiedo perché loro siano gialli e noi arancioni. Noi non siamo assolutamente in sofferenza. Abbiamo solo 148 posti occupati in terapia intensiva con una disponibilità di 400 posti, abbiamo il 60 per cento di posti liberi per i positivi che necessitano di un ricovero. Anche noi ci chiediamo perché la Sicilia sia arancione: è una domanda che sorge spontanea quando si mettono a confronto i dati della nostra regione con quelli di almeno altre 4 o 5 regioni rimaste, buon per loro, zone gialle. Molti sostengono essere stata una scelta dettata da pregiudizi politici. Io ho il dovere di pensare che, invece, si sia trattato di una lettura svogliata e distratta del dato epidemiologico».

Rabbia anche dalla Lombardia, dove Attilio Fontana sottolinea come «le richieste formulate dalla Regione non siano state neppure prese in considerazione». Non solo: il governatore lombardo ha spiegato che l’ordinanza firmata da Speranza non ha «alcuna possibilità di deroga» in prima battuta. «Solo successivamente, dopo almeno due settimane, è possibile per il presidente di Regione chiedere delle misure di allentamento per determinati territori. Agli imprenditori che subiranno un altro duro colpo dal fermo delle loro attività», ha aggiunto Fontana, «garantisco che non arretrerò di un passo finché il governo non avrà erogato le risorse promesse ed effettuato i ristori».

Sconcerto anche da parte di molti sindaci. Se – come il governo aveva garantito – le misure dovevano essere «intelligenti», con lockdown mirati, non si capisce perché non siano state fatte differenziazioni tra territori all’interno di una stessa regione. È il tema posto con forza dal sindaco di Brescia, Emilio Del Bono: «Li si pubblichi, questi parametri, provincia per provincia, quelli più vecchi e quelli più nuovi. Solo così si potrà valutare la collocazione di territori subregionali in modo diversificato. Chiediamo che questo passo venga fatto per trasparenza e serietà. I cittadini devono essere messi in grado di sapere se i loro sacrifici sono giustificati e necessari». E l’associazione dei Comuni bresciani – quindi tutti i sindaci -ha scritto a Speranza e a Fontana per chiedere una deroga per il territorio.

Durissima, ovviamente, l’opposizione. Matteo Salvini parla di «lotteria delle chiusure»: «Chiudono in casa milioni di italiani in diretta tv, senza preavviso sulla base di dati vecchi di dieci giorni, senza garantire rimborsi adeguati. E intanto lasciano sbarcare oltre 2.000 clandestini in poche ore. Noi non ci rassegniamo». Ma la notizia è che ai toni battaglieri di Lega, Fdi e Fi, fa riscontro anche un notevole imbarazzo della stessa maggioranza. Il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio, pur difendendo il governo, ammette un’esigenza quanto meno di maggiore trasparenza: «Abbiamo sollecitato il ministro della Salute a venire a fornire questi dati in modo trasparente». E anche i renziani chiedono «chiarezza».

Ma la sensazione è che un pezzo della Roma politica non abbia la percezione della rabbia che sale nel Paese, davanti alla prospettiva di uno tsunami di fallimenti, chiusure e posti di lavoro destinati a saltare.


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