Meloni all’Ue: più flessibilità sui conti per i rincari
Giorgia Meloni (Ansa)

60 miliardi di euro spesi in appena tre anni per tenere in piedi famiglie e imprese di fronte ai rincari dell’energia. Una cifra che Giorgia Meloni porta con sé all’assemblea di Assolombarda a Milano, ma che non le basta. Anzi, la utilizza proprio per sostenere il contrario di quanto si potrebbe pensare: quella montagna di denaro è la prova che il modello fin qui adottato non regge.

«Se non costruiamo risposte strutturali e di lungo periodo rischiamo di restare in balia dell’emergenza», ha denunciato il presidente del Consiglio, fissando l’orizzonte oltre la gestione delle crisi contingenti.

Il nodo del gas e il confronto con Bruxelles

Al centro del ragionamento vi è il costo del gas, voce che più di ogni altra determina il (gravoso) prezzo finale dell’energia elettrica. Con il decreto bollette, il governo aveva aperto un tavolo con la Commissione europea per costruire un meccanismo capace di contenere quel prezzo. Meloni afferma che il confronto «è in fase avanzata»: non un accordo concluso, ma un cantiere aperto.

Nel frattempo, la lista degli interventi già messi in campo è piuttosto lunga: la riduzione degli oneri in bolletta, l’eliminazione del differenziale tra il prezzo del gas italiano e quello europeo, strumenti come il gas release e l’energy release. Quando le tensioni in Medio Oriente e lungo le rotte del Golfo hanno fatto salire i prezzi dei carburanti, il governo ha tagliato le accise e fatto pressione sulle principali compagnie energetiche perché calmierassero i listini. «Diverse compagnie hanno risposto positivamente», ha precisato Meloni, aggiungendo che «non è sensatissimo comprare petrolio e gas a migliaia di chilometri da qui quando una parte la possiamo estrarre in Italia».

Il piano dell’esecutivo sull’energia

La strategia energetica del governo si muove su più binari contemporaneamente, senza gerarchie esplicite tra le fonti. La potenza installata con le rinnovabili è cresciuta di quasi il 40%.  

Sul nucleare, Meloni ha confermato l’obiettivo già annunciato: arrivare alla prima produzione di energia da nuovo nucleare entro il prossimo decennio.  Le condizioni normative per avviare questo percorso ci sono tutte, e il lavoro in questo senso continua quotidianamente. Non si tratta un’ipotesi remota, quindi, ma non è nemmeno ancora una certezza. Il nucleare di nuova generazione in Italia si potrebbe definire, piuttosto, un cantiere.

Il messaggio all’Europa: flessibilità sull’inflazione

L’inflazione è forse il punto più delicato dell’intervento del presidente del Consiglio. I piani nazionali di bilancio erano stati costruiti su un’inflazione programmata dell’1,8%. Oggi quella cifra è molto più alta, e in Italia come in altri Paesi una parte consistente della spesa pubblica si adegua automaticamente all’inflazione per legge. Il risultato è che vi sono miliardi di euro di uscite in più senza che nessun governo abbia preso nuove decisioni, per cause che non dipendono dalle scelte nazionali ma da quelle comunitarie.

Tale spesa, ha spiegato Meloni, occupa lo spazio che le regole europee consentono e lo sottrae agli investimenti, alle imprese, alla crescita. La proposta italiana per combattere questo cortocircuito è riconoscere questa dinamica e introdurre un margine di flessibilità, come suggerito recentemente dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti all’Ecofin. Il premier ha annunciato che riproporrà la questione personalmente al Consiglio europeo in programma giovedì 15 e venerdì 16.

Nessun taglio su coesione e agricoltura

Sul quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, la posizione italiana è articolata e non priva di tensioni interne al dibattito. Roma non si oppone affatto al finanziamento di nuove priorità, inclusa la competitività. Ma pone una condizione: non si possono cercare quelle risorse tagliando coesione e politica agricola comune.

La logica è quella dell’interdipendenza, dunque: non si costruisce competitività se i territori non crescono tutti alla stessa velocità. E non si difende l’autonomia strategica se si rinuncia all’unica forma di autonomia che l’Europa esercita davvero, ovvero il controllo su ciò che produce e mangia. L’Italia, su questo fronte, ha promosso il documento «Amici della coesione», firmato da ben 22 Paesi membri su 27.

L’Africa come opportunità, non come emergenza

Nell’intervento di Meloni agli imprenditori lombardi trova spazio anche l’Africa, spesso presente nell’agenda del governo più come mero dossier migratorio che come partita economica. Questa volta il registro è diverso: il continente più giovane del pianeta, tra i mercati a maggiore crescita nei prossimi decenni. «Esserci significa non lasciare ad altri un’opportunità che può essere soprattutto nostra», ha detto il presidente del Consiglio.

Si tratta di un’indicazione rivolta direttamente al mondo delle imprese: l’Africa è più difficile da leggere come mercato rispetto agli Stati Uniti o al Golfo, ma chi arriva prima costruisce posizioni solide e di lungo periodo. Il Piano Mattei intende muoversi esattamente in questa direzione.

All’assemblea di Assolombarda, Meloni ha chiuso con un appello agli imprenditori: «Il governo ci sarà quando serve e vi lascerà lavorare». Le sfide ambiziose del governo sono costrette a convivere con una realtà energetica ancora instabile, un’Europa ancora divisa sulle regole di bilancio e dei mercati globali che non aspettano le decisioni dei Consigli europei. Insomma, la strada da percorrere per l’Italia è ancora lunga, ma è quella giusta.

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