La Meloni scatenata: stoccate a Nordio e Marina Berlusconi
Giorgia Meloni (Ansa)
  • Il premier frena il ministro sul concorso esterno: non è in agenda. Sulla figlia del Cav: sfogo giusto, ma non ci può dire che cosa fare.
  • Il primo cittadino di Cecina, sorpreso nel boschetto a comprare coca dallo spacciatore, segnalato alla Prefettura: «Chiedo scusa».

Lo speciale contiene due articoli.

Un colpo a Carlo Nordio, uno a Marina Berlusconi, un paio ai giornali di opposizione: Giorgia Meloni, ieri a Palermo per le commemorazioni a 31 anni dalla strage di via D’Amelio in cui, il 19 luglio 1992, furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) non si risparmia nel punto stampa con i giornalisti.

Arrivata in città poco dopo le 9, la Meloni depone una corona davanti alla lapide in memoria degli agenti uccisi; presso la Caserma Lungaro incontra Manfredi Borsellino, che le dona un ritratto del papà Paolo; a seguire il momento di raccoglimento al cimitero di Santa Maria di Gesù, davanti alla tomba di Paolo Borsellino, e poi la visita nella Basilica di San Domenico, dove riposa Giovanni Falcone. Infine l’arrivo in Prefettura, con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, dove il presidente del Consiglio presiede il comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico. Una visita istituzionale, sobria: la Meloni sceglie di non partecipare alla tradizionale fiaccolata, ma respinge al mittente le accuse di chi ha definito questa decisione una fuga per paura delle contestazioni: «Ci sono giorni», argomenta la Meloni, «in cui non si dovrebbero fare polemiche sterili e inventate che fanno bene solamente a quelli che stiamo combattendo. Chi fa queste polemiche non aiuta le istituzioni. Mi sento di dire che quello che ho letto questa mattina (ieri, ndr) su alcuni quotidiani mi ha molto colpito. Una polemica inventata sul fatto che io avrei scelto di non partecipare alla tradizionale fiaccolata per paura di contestazioni e per ragioni di ordine pubblico. È una notizia inventata ma soprattutto chi è che», chiede il premier, «che mi dovrebbe contestare, esattamente? Perché è la mafia che mi potrebbe contestare».

La Meloni affonda i colpi: «La fiaccolata», ribadisce, «è stata un tema di agenda, io ho preferito fare la cosa più istituzionale che c’era, perché dall’altra parte se avessi partecipato solo alla fiaccolata avrebbero detto: eh ma non è non la cosa più istituzionale a cui partecipare. Le polemiche? Io sono una persona che si permette di camminare sempre a testa alta», sottolinea il premier, «non scappo mai. Per cui sono qui oggi e sarò qui sempre quando c’è da combattere la mafia».

Molto netta la risposta della Meloni a chi le chiede di commentare la lettera al Giornale attraverso la quale Marina Berlusconi ha attaccato una parte della magistratura, in relazione alle notizie di nuove indagini sul papà: «La persecuzione di cui mio padre è stato vittima», ha scritto la primogenita del Cav, «e che non ha il pudore di fermarsi nemmeno davanti alla sua scomparsa, credo contenga in sé molte delle patologie e delle aberrazioni da cui la nostra giustizia è afflitta. È una storia che vede una sia pur piccola parte, della magistratura trasformarsi in casta intoccabile e soggetto politico, teso solo a infangare gli avversari veri o presunti». Ai cronisti la Meloni risponde con una sola frase: «Non posso considerare Marina Berlusconi un soggetto della coalizione», sottolinea il presidente del Consiglio, «nel senso che non è un soggetto politico».

La Meloni chiude anche la telenovela sulla modifica del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, reato che (va detto) in realtà nel codice penale non esiste, come aveva avuto modo di ribadire nei giorni scorsi il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, al quale aveva dato ragione addirittura il leader dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, pure impegnato in una polemica incandescente contro il governo.

Purtroppo, però, coi tempi che corrono, anche avere ragione non basta: troppe le accuse (false) al governo di voler indebolire la lotta alla mafia, e così il premier chiude la pratica: «Sul concorso esterno», spiega la Meloni, «Nordio ha risposto a una domanda, ma lui stesso ha detto che non è previsto dal programma di governo e infatti non c’è stato alcun provvedimento. Forse dovrebbe essere più politico. Sono opinioni che diventano fatti», aggiunge la Meloni, «e le opinioni diventano fatti quando si vuol fare una polemica pretestuosa».

Poche ore dopo, rispondendo al question time alla Camera, lo stesso Nordio precisa la sua posizione: «Comprenderete il mio sconcerto», dice il Guardasigilli, «e il mio sdegno quando qualcuno mi ha definito favoreggiatore della delinquenza mafiosa. Nel programma di riforme annunciato da questo governo non vi è traccia, ne avrebbe potuto esserci, di modifiche della disciplina del concorso esterno in associazione mafiosa. Non fa parte del programma governativo: non c’è, non esiste e non sarà fatto». Detto ciò, Nordio non rinuncia a spiegare ancora una volta, l’ennesima, la natura della questione dal punto di vista squisitamente giuridico: «Il problema», spiega Nordio, «è sorto a causa dell’incertezza applicativa del concorso esterno, tanto che la Cassazione a suo tempo ha cambiato indirizzo. Le voci per introdurre una norma tipica sono quasi universali nel mondo universitario e forense. La mia interpretazione è anche più severa di quella dei miei critici, perché anche chi non è organico alla mafia, se comunque ne agevola il compito, è mafioso a tutti gli effetti. Le mie considerazioni sulla necessità di una normativa ad hoc sul concorso esterno, miravano ad eliminare incertezze future», aggiunge Nordio, «costruendo uno strumento anche più efficace di quello attuale nella repressione delle associazioni criminose e di chi, in un modo nell’altro, vi fa parte». Sarà per un’altra volta.

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