Flat tax da 30 miliardi in faccia alla Ue
  • Mossa stizzita della Commissione che ci dà appena 48 ore per rispondere sui conti. E Pierre Moscovici agita «nuove sanzioni».
  • Matteo Salvini annuncia lo choc fiscale da 30 miliardi che riguarderà sia le imprese sia le famiglie con reddito fino a 50.000 euro. È la risposta alle minacce di Bruxelles sui vincoli di bilancio. Agli alleati, invece, ricorda: «Priorità a Sicurezza bis e autonomie».
  • Ieri primo incontro tra capi di Stato. Emmanuel Macron vuole fare l’ago della bilancia e affondare il Ppe. E Giuseppe Conte nicchia sul commissario all’Italia.
  • Domani la sentenza di primo grado per il viceministro Edoardo Rixi. I 5 stelle: «Rompete il contratto».

Lo speciale contiene quattro articoli.

Il nostro Paese ha una debolezza che si chiama debito pubblico, e la politica europea sa bene quale è la piaga in cui ficcare il dito. E lo fa ogni volta che qualcosa cambia lo status quo che gli euroburocrati e – tendenzialmente – i socialdemocratici continuano a immaginare per il futuro dell’Ue. Eventi esterni come le elezioni per i politici della Commissione sono problemi da contenere, se proprio non si si riesce a risolverli una volta per tutte.

Così lunedì mattina, all’indomani del voto, le Borse hanno aperto tendenzialmente piatte, stesso discorso lo spread. Quest’ultimo, che segna la differenza di affidabilità dei titoli di Stato rispetto al Bund tedesco, è schizzato solo quando sono state diffuse le voci della lettera di reprimenda Ue all’Italia. Idem, ieri, quando la missiva è stata spedita a Roma con espressa richiesta di ottenere una risposta in 48 ore. La diffusione della notizia ha lasciato intendere che il 5 giugno prossimo la Commissione potrebbe aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia. I mercati hanno reagito male, nell’immediato. Piazza Affari è scesa e lo spread ha toccato i 290 punti base per poi chiudere la giornata a 284. Lunedì aveva toccato i 282 punti. L’altalena è stata palesemente influenzata dalle dichiarazioni del commissario economico Pierre Moscovici. «Avrò uno scambio di vedute con il governo italiano su misure aggiuntive, ma non prediligo le sanzioni», ha detto. Salvo poi intervenire quattro ore dopo, sempre a listini aperti, per spiegare che a suo dire «una cosa deve essere chiara: se un Paese, a un certo punto, è totalmente fuori dalle regole, le sanzioni ci sono». Moscovici ha infine aggiunto che le sanzioni «sono principalmente dissuasive, ma possono essere anche persuasive. Cerchiamo di evitarlo».

Qui sta il punto politico della trattativa Stato-Ue. Un concetto che le forze di opposizione in Italia e il gruppo dei «competenti» continua a non comprendere, nonostante la batosta del voto. Moscovici minacciando un intervento persuasivo ha chiaramente spiegato che il suo intento è indirizzare le scelte politiche del governo. Lasciando al tempo stesso intuire che il suo doppio fine è quello di non dover azionare la leva delle sanzioni. Perché si tratta semplicemente di un braccio di ferro politico che nulla ha a che fare con il motivo del contendere, cioè i patti di stabilità.

Tanto più che la lettera spedita ieri, descritta da tutti i media italiani come l’anticipazione di una cataclisma che travolgerà la nostra economia, viene recapitata ogni anno a maggio. Nel 2016, Pier Carlo Padoan la ricevette il 2 maggio e non ci fu nessuna tempesta. Anche nel 2017 e nel 2018 è stata imbucata a maggio. A queste missive i governi di solito rispondono con una lettera di accompagnamento firmata dal ministro delle Finanze e una relazione sui fattori rilevanti da tenere in considerazione per un’adeguata valutazione dell’evoluzione del debito. In passato, le giustificazioni fornite sono bastate a scongiurare il rischio di una procedura. A fronte di promesse e impegni per giunta mai rispettati. La differenza è che quest’anno la Commissione ha atteso la fine del mese, guarda caso due giorni dopo le elezioni, concedendo al Mef poche ore per mettersi al lavoro. La Commissione sa bene che, con un esito del voto in Italia così schiacciato a favore della Lega (ma lo stesso vale per la Francia e l’Ungheria), la mossa dell’infrazione è solo una gabola perché ciascuno dei rappresentanti di Bruxelles riesca a garantirsi un futuro politico migliore. È un modo per avviare la trattativa del rinnovo delle nomine. I cosiddetti speculatori d’altronde puntano dove c’è guadagno, ma ieri quello sull’Italia è stato di breve intensità e durata. I prezzi dei Btp si sono mossi, ma poco. I mercati stanano l’instabilità e le Borse cercano di capire anche quale sarà l’assetto futuro del Parlamento Ue. Ciò crea molta più instabilità politica rispetto alla vittoria di Matteo Salvini (che invece stabilizza i gialloblù). I commissari di Bruxelles sanno anche questo. Non a caso ieri nell’intervista rilasciata alla Stampa, Mario Monti dopo aver recitato il rosario dell’europeista duro e puro ha aperto a un’importante novità. Ha detto che si dovrà ridiscutere i patti di bilancio relativi agli investimenti infrastrutturali. Un’uscita ben ponderata per far capire che è iniziato il mercato delle vacche. Chi sembra non cogliere queste fondamentali sfumature sono i Forza spread. Ancora ieri hanno avviato la gran cassa del «moriremo tutti male e poveri». La scelta di fare deficit e tagliare le tasse, ribadita ieri da Salvini, dovrebbe, a detta loro, devastare una volta per tutte il nostro Pil. Invece, i Forza spread continuano a sbattere la testa contro il muro del catastrofismo, ma la maggior parte degli italiani se ne frega della Borsa perché non ha nulla da investire. Quando si urla alla Patrimoniale, chi campa con 800 euro al mese (e pure deve pagare l’affitto) si sposta ancora più vicino al movimento sovranista. Anzi, sono i Forza spread che lo cacciano nell’area di campo del sovranismo. Il popolo non crede più a chi si straccia le vesti per i principi e poi fa di tutto per mantenere le proprie consulenze intatte. Questo è il punto. Con l’aggravante che stavolta i competenti rischiano di prendere sberle pure da Bruxelles, se – come è facile – quest’ultima scenderà a patti con Salvini.


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