Le ultime bugie di Battisti per cercare di salvarsi
Ansa
  • Prima del blitz dell’Interpol il latitante Cesare Battisti aveva chiesto l’asilo politico in Bolivia: «Aiutatemi, voi siete una democrazia. In Italia la Cia tortura i prigionieri».
  • Il terrorista è sceso dal jet sorridendo alle telecamere, poi è stato rinchiuso. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede: «Nessuno può sottrarsi alla giustizia italiana».

Lo speciale contiene due articoli.

Si sa che Cesare Battisti preferisce definirsi scrittore più che terrorista, ma il suo ultimo capolavoro, la richiesta di asilo in quattro pagine al governo boliviano, respinta dalla Commissione nazionale per i rifugiati, è uno straordinario esempio di letteratura fantasy.

Una rivisitazione della sua vita e della storia degli anni di piombo per cui qualcuno dovrà certamente segnalarlo per il Nobel. L’immagine dell’Italia degli anni Settanta e Ottanta che il nostro ex latitante più famoso ha provato inutilmente a spacciare ai burocrati di Evo Morales è del tutto simile a quella che la memorialistica ci ha regalato dell’Argentina dei colonnelli, con i suoi giovani desaparecidos; del Cile di Pinochet con i suoi stadi stracolmi di dissidenti; o del Brasile degli squadroni della morte. Una macedonia che certo risulterà indigesta non solo ai nemici di Battisti, ma anche ai suoi vecchi compagni di lotta.

Nell’incipit, Battisti racconta di provenire da «una famiglia comunista» e spiega che suo nonno fu «uno dei fondatori del Partito comunista italiano». Ma Battisti non racconta alle autorità boliviane la sua storia di giovane scavezzacollo di provincia, dedito alle scazzottate e alle rapine a mano armata. No: si descrive come un pensoso intellettuale disgustato dal mondo intorno a lui. «Alla fine delle scuole secondarie», si legge nella richiesta di asilo, «presi coscienza che il Partito comunista partecipava alla spartizione del potere e alla corruzione generalizzata nello Stato italiano. All’inizio del 1970, quando il Partito comunista espulse l’intellighenzia di sinistra, mi unii inizialmente a un’organizzazione di sinistra denominata Lotta continua e in quel periodo fui tratto in arresto durante alcune azioni di esproprio proletario per finanziare l’organizzazione e la pubblicazione del periodico Lotta continua».

Da Lotta continua sarebbe transitato in Autonomia operaia e quindi, nel 1976, avrebbe «costituito un’organizzazione armata clandestina denominata Pac». La verità come detto è molto diversa: nel 1972 Battisti viene arrestato a Frascati per il furto di 31 macchine per scrivere, nel 1974 viene denunciato per lesioni personali e «sottrazione di minore a fini di libidine violenta su persona incapace» (una tredicenne con cui lui ventenne fece una fuitina); nello stesso anno viene arrestato per rapina aggravata e sequestro di persona ai danni di un dentista romano. Per questi suoi reati da delinquente comune finisce nel carcere di Udine (è l’inizio del 1977) e qui conosce Arrigo Cavallina (il vero fondatore dei Pac), che in quel momento si trova in galera con l’accusa di eversione e lo converte alla lotta armata. Tornato in libertà, Battisti assalta un ufficio postale in provincia di Latina. Quindi fugge, e trova rifugio a casa di Cavallina a Verona. «Se non fosse dovuto scappare, non avrebbe mai intrapreso la lotta armata» ci aveva detto Vincenzo Battisti, fratello maggiore di Cesare.

Ai boliviani, Battisti dimentica di raccontare di aver partecipato a tre omicidi e di averne pianificato un quarto, e di aver indirizzato la lotta armata contro obiettivi civili come i commercianti (un macellaio e un gioielliere furono due delle sue vittime). Racconta un’altra storia: «Dopo l’omicidio di Aldo Moro», narra il romanziere Battisti, «nel maggio del 1979 (in realtà 1978 ndr), insieme a molte altre organizzazioni ci riuniamo per decidere se questa azione era compatibile con la linea del progetto politico. Con parte dei militanti dei Pac prendiamo le distanze da questa azione, segnalando che questa non era coerente con i nostri principi rivoluzionari e che anche costituiva un suicidio politico». Per questo si sarebbe allontanato «dal comitato centrale dell’organizzazione».

Nel 1979 Battisti viene arrestato con l’accusa di «associazione sovversiva e possesso di arma da fuoco». A questo punto rientra in gioco la fantasia dello scrittore: «Nel frattempo agenti della Cia insieme con le agenzie di intelligence italiane intensificarono le pratiche di tortura e di sparizione dei prigionieri politici», scrive.

Si arriva così all’evasione. Per Battisti non fu una fuga organizzata da ex compagni quasi a livello amicale e in cui lui portò con sé un camorrista. Per lo scrittore fu un clamoroso gesto politico: «Costituì un atto di giustizia di fatto e un’azione pulita giacché non fu necessario l’uso della violenza». Quasi un Martin Luther King degli anni di piombo.

«E così», prosegue Battisti nella richiesta di asilo, «insieme a un gruppo di militanti che come me sostenevamo la ritirata strategica nel mezzo dell’avanzata fascista trovammo rifugio in Francia. Poi sono stato trasferito in Messico dove risiedetti sino al 1990».

A questo punto Battisti riassume la sua biografia da latitante, il ritorno in Francia grazie alla cosiddetta dottrina Mitterrand. Arriva il 2004, il presidente francese Jacques Chirac concede l’estradizione, a Palazzo Chigi c’è Silvio Berlusconi. «In realtà», farnetica Battisti, «si trattò di un accordo milionario realizzato tra gli stati francese e italiano, governati dalla destra». Quindi la fuga in Brasile, la nuova famiglia, altri cinque libri, la residenza permanente concessa dal presidente Lula nel 2010. Ma ecco di nuovo la terribile internazionale sovranista: «Ancora una volta, altra nefasta coincidenza, nel 2018, un governo eletto di ultradestra in Italia e un altro in Brasile, quello del presidente Bolsonaro rendono necessario chiedere aiuto da un Paese di principi democratici come la Bolivia». Che domenica ce lo ha gentilmente rispedito a casa. Lui e le sue balle.



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