- Il Comune di Castelfranco introduce la «e» rovesciata alla fine delle parole negli annunci su Facebook. Sbandierando inclusività, la giunta piddina massacra l’italiano ed elimina la differenza tra uomo e donna.
- In un appello di 161 progressisti, tra cui l’ex presidente Arcigay, è evidenziato il rischio dello sdoganamento dell’utero in affitto e la necessità di modificare il disegno di legge.
Lo speciale contiene due articoli.
Benvenuti sul pianeta schwa. Aspettando i vaccini, sulla via della felicità arriva la vocale che non esiste, il fonema che Laura Boldrini non vede l’ora di far inserire nella Costituzione. Lo schwa è una «e» rovesciata, rende indistinguibile maschile e femminile, costituisce l’essenza del politicamente corretto che imperversa nei college americani e fa sentire meravigliosamente progressista chi la pronuncia. Nell’intento di uccidere una volta per tutte l’imperialista desinenza maschile, finora le vestali del gender fluid si limitavano alla barbarie dell’asterisco (signor*, figli*, cretin*). Adesso si può procedere con qualcosa di più concreto: un comune del Modenese ha deciso di entrare per primo nel nuovo mondo asessuato.
La rivoluzione arriva da Castelfranco Emilia, dove la giunta piddina ha trovato il modo di superare la fastidiosa abitudine di distinguere uomo e donna, mamma e papà, e negli annunci ufficiali su Facebook ha cominciato a utilizzare «un nuovo linguaggio inclusivo» per eliminare ogni riferimento verbale di genere che possa «ledere le sensibilità dei cittadini». Esempio: «A partire da mercoledì molt* nostr* bambin* e ragazz* potranno tornare in classe». Nell’originale, al posto dell’asterisco c’è la «e» rovesciata che il nostro sistema editoriale graniticamente conservatore si rifiuta di digitare.
Il sindaco Gianni Gargano viaggia sul tappeto volante dei media nazionali ed è raggiante: «Non possiamo rinunciare a stimolare la comunità alla riflessione su questi temi». Già si vede promosso nella segretaria del Nazareno per questa trovata che nella hit parade dell’inclusività lo pone dopo Enrico Letta e subito prima di Alessia Morani. Aggiunge: «La e rovesciata è un simbolo potentissimo. Utilizzando questo segno neutro desideriamo richiamare l’attenzione verso il rispetto nei confronti del diverso in tutte le declinazioni possibili». Al mantra manca solo la frase: «È un piccolo passo per un sindaco ma un grande passo per l’umanità».
Nella terra dell’aceto balsamico e della sinistra di precetto, dove il materialismo scorre nel sangue come un estratto di piadina, Gargano ci aveva già provato l’estate scorsa. Aveva trasformato una piazza nel luogo dell’amicizia arcobaleno piazzando alcune decine di cubi colorati effetto Mondrian, ma senza seguito. Il sindaco è brillante, sembra un piccolo Beppe Sala a caccia della ricaduta l’immagine. Peccato che (come al borgomastro milanese) gli sfuggano i dettagli: tempo fa un ciclista si era massacrato cadendo dentro una volgare buca da Mare della Tranquillità, gli aveva fatto causa e un pm aveva indagato Gargano per «lesioni personali colpose gravi». Senza asterischi.
Parafrasando un vecchio film verrebbe da dire: «Torna a casa Lessico». Ma ormai è tardi, la slavina del pensiero unico è partita e anche l’Unione Europea – sempre in prima linea su tutto ciò che è superfluo – sta studiando l’inserimento del fonema neutro nei protocolli. Poi non stupitevi se Recep Erdogan ci prende a schiaffi. Ce la meritiamo la «e» rovesciata, che esiste da sempre nella lingua inglese con un significato poco edificante. «Quando emetti un suono e non dici niente, allora è uno schwa», viene spiegato nei tutorial for dummies. È lo Zelig delle vocali, sostituisce le altre. Serve solo a sbiancare la coscienza.
Messa lì nel mezzo di una pandemia che ha colpito a livello sociale ed economico soprattutto le donne, l’iniziativa non ha niente a che vedere con la questione femminile, strategica e dolorosa. Non è neppure gentilezza istituzionale, ma sa di carnevalata fuori stagione. Però è politicamente corretta, quindi se ne parla con sussiego. Si inserisce alla perfezione in un contesto surreale internazionale dominato dalla «cultura del piagnisteo» teorizzata da Robert Hughes, in cui la società è costretta ad adeguarsi ai desiderata di una minoranza inquisitoria molto agguerrita, che dà le carte alla politica attraverso gli intellettuali e i media. L’ipersensibilità Lgbt e l’inginocchiatoio permanente del Black Lives Matter insegnano.
La desinenza inventata di Castelfranco Emilia (che vorremmo continuare a ricordare per il Lambrusco) entra nella collezione planetaria delle correzioni di lessico. La più demenziale rimane quella dell’Università di California che vorrebbe abolire espressioni popolari come «a nip in the air» (un freddo pungente) e «chink in one’s armor» (un punto debole) perché «contengono vocaboli che in altre accezioni esprimono disprezzo razziale». Nello slang, nip e chink si usano anche per denigrare i giapponesi e i cinesi. È come se i fruttivendoli dovessero cambiare il nome ai finocchi perché uno dei significati è spregiativo contro i gay.
Il ridicolo non costituisce più una barriera. E allora avanti con la «e» rovesciata in nome del potere dei più buoni. Che, come cantava Giorgio Gaber, «un domani può venir buono alle elezioni».
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