Il Pd ridotto a pezzi sale sul Colle. Mentre i grillini vogliono fare i «responsabili»
ANSA
La delegazione dem è composta da quattro persone che non si fidano l’una dell’altra. Specchio di un partito dilaniato, ostaggio di un ex segretario che medita di disfarsene. E costretto ad aspettare le mosse degli altri.

Lo speciale contiene due articoli.

C’era una volta il partito fatto di apparato, acciaio e politica, che si contrapponeva orgoglioso al «partito di plastica», effimero, televisivo e berlusconiano. C’era una volta e non c’è più: oggi c’è un partito nuovo e imperscrutabile, un partito evanescente che sale sul Colle con una delegazione quattro per quattro, non per le ruote motrici ma perché ci sono quattro dirigenti in una squadra dove ognuno – piuttosto che accompagnarlo – vigila sull’altro. Il Pd sale al Quirinale, oggi, con una delegazione dove c’è il falco-renziano Andrea Marcucci, che sorveglia il presidente turco-renziano Matteo Orfini, che a sua volta sorveglia la colomba renziana Graziano Delrio, che a sua volta sorveglia il reggente ex-renziano (oggi anti-renziano) Maurizio Martina. Il reggente è reggente (ieri sera si è pure candidato per la segreteria dopo aver convocato l’assemblea per il 21 aprile), ma resta anche vigilato speciale. Il ministro della «squadra di governo più bella del mondo» oggi è diventato improvvisamente un traditore, al pari dell’altro ministro «infido» (Renzi dixit), Dario Franceschini, accusato dal presidente-vigilante di essere un traffichino. Anche il capo del governo – «Gentiloni è una risorsa» – è oggi un apostata che racconta incredulo le telefonate in cui Matteo gli grida «Sei diventato un inciucista» e sospira: «Vi rendente conto? Lui a me!». È bastato che Martina dicesse «Ascolteremo quello che ci dice il Capo dello Stato», per farlo entrare tra i sospetti.

Dopotutto sono passati un quarto di secolo, sette segretari e un cataclisma elettorale, poi la bussola della storia ha incominciato a girare impazzita: pare incredibile, ma il Pd di oggi sembra il più fragile dei partiti che sale sul Colle. Il più antico, la Lega, è diventato uno dei più nuovi. Il più nuovo – il M5s – è il più votato e imperscrutabile. Il più piccolo dei grandi, Fratelli d’Italia, ha quintuplicato la sua rappresentanza parlamentare, mentre il Pd si è ridotto alla Camera a un terzo di quello che era, passando dal massimo storico di Bersani (290 seggi) al minimo storico di Renzi (111), realizzando il peggior risultato del centrosinistra dal dopoguerra ad oggi.

Il Pd è diventato un partito provvisorio, in crisi, «un partito Ztl» che vince solo nei centri storici delle città, l’unico partito che vuole restare fuori dai giochi per definizione (persino Leu sarebbe disposta a entrare in un governo!), un partito che si presenta davanti a Sergio Mattarella in stato conflittuale e gassoso.

Il partito evanescente vive su una serie incredibile di paradossi: ha un leader – Matteo Renzi – che ha le truppe ma non ha più una carica, che si è dimesso ma vuole tornare. Ha un reggente che (per ora) non regge perché ha la carica ma non ha le truppe. Può vantare un premier – Paolo Gentiloni – che non ha più un mandato pieno, un dimissionario che cura gli affari correnti (potrebbe farlo per anni, visto che gli altri hanno i numeri ma non ancora una maggioranza). Il Pd ha un presidente della Repubblica emerito – Giorgio Napolitano – che lancia moniti presidenziali, e un presidente in carica che, al contrario del Pd, vuole a tutti i costi che nasca un governo. Persino il candidato leader sfidante – Nicola Zingaretti – per adesso è un candidato non-candidato, che si è autoiscritto alle primarie convocate dal segretario e sostanzialmente disdette dal reggente. Delle primarie senza data, in un partito di ex renziani che guardano negli occhi i renziani per capire se sono ancora renziani, e con un gruppo parlamentare ultra renziano, che domani potrebbe diventare gattopardo-zingarettiano, come nella scorsa legislatura era bulgaro-bersaniano, ma destinato a diventare gattopardo-renziano (attraverso un’operazione trasformistica a denominata «congiura dei 101»). Ma Zingaretti – per ora – è anche un presidente di regione eletto che ha una carica ma non una maggioranza, mentre Debora Serracchiani è una ex presidente di regione che non si ricandida, ma anche una ex vicesegretaria che si è dimessa, così come Gianni Cuperlo è un ex sfidante oggi assai lucido che però è diventato per sua scelta ex deputato, dopo aver lasciato il posto (collegio di Sassuolo, un tempo sicuro) a Claudio De Vincenti, un ex ministro che è stato trombato a sorpresa in quello stesso collegio (oggi ex sicuro). Il vicepresidente della Camera del Pd Ettore Rosato – d’altra parte – è il padre della legge grazie a cui è stato trombato nel collegio, e ripescato sul proporzionale. Mentre l’ex sottosegretaria del Giglio magico – Maria Elena Boschi – è stata eletta con i voti della Svp, con cui aveva stretto un patto perché ottenesse più collegi sicuri di quelli che aveva. In questo partito strano che era famoso per le analisi elettorali collettive, e che aveva elevato a scienza il rito salvifico dell’autocritica (storica e meravigliosa vignetta del Male su Enrico Berlinguer: «Compagni, dove avete sbagliato?»), non si è fatto nessun dibattito sulla sconfitta politica, come non si era fatto nessun dibattito sulla sconfitta amministrativa, come non si è fatto nessun dibattito sulla sconfitta elettorale.

Nel vuoto pneumatico la corrente più forte del Pd è un hashtag di twitter, #senzadime. L’uomo che ha portato il partito nell’internazionale socialista, è lo stesso che vorrebbe portare fuori, l’uomo che lo ha portato al minimo storico, vorrebbe riportarlo alla vittoria con rito macroniano. Il Pd è un partito evanescente perché sale oggi sul Colle con una delegazione in cui i convitati si sorvegliano come frati, e chattano in diretta con il fantasma di Rignano, l’uno per dire quello che l’altro dice al Capo dello stato. Un partito che ha un piccolo-grande problema irrisolto: non riesce a stare più né con Renzi, né senza di Renzi.

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