Draghi detta la linea ai governatori. «In ogni hub 672 vaccinati al giorno»
  • Dal governo arrivano le istruzioni per le Regioni, strigliate ancora una volta per la preferenza accordata a categorie e furbetti vari rispetto agli anziani. Gli operatori dovranno impiegare non più di 10 minuti a dose.
  • Numeri ancora preoccupanti, ma con qualche segnale positivo: ieri 21.267 contagi e 460 morti, il tasso di positività si attesta al 5,8%. Una settimana fa era al 6,2%.

Lo speciale contiene due articoli.

La sberla arriva di mattina. «Alcune Regioni trascurano i loro anziani a favore di altri gruppi». A stamparsi a cinque dita sui governatori è la mano di Mario Draghi che parla in Senato in vista del Consiglio Europeo di oggi. È la prima volta che il presidente del Consiglio prende di petto l’argomento e conclude con un affondo che non lascia dubbi: «Persistono importanti differenze molto difficili da accettare. Mentre alcune Regioni seguono le istruzioni del ministero della Salute, altre non lo fanno, a favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale».

Sembra brutto ridurlo a un emendamento Scanzi. Qui si parla di politici (anche trentenni) e avvocati in Toscana e Sicilia, di magistrati e giornalisti in Campania e Puglia, di categorie non in trincea come sindacalisti, docenti universitari e «parenti di gente che conta». Una commedia umana di specialisti nello sport italiano più diffuso, quello sintetizzato da Umberto Eco: «Saltare la fila e parcheggiare in doppia fila». Mentre il premier parla i volti arrossati dallo schiaffone sono quelli di Eugenio Giani, Vincenzo De Luca, Michele Emiliano, Nello Musumeci che più di altri hanno interpretato in modo impressionista la campagna vaccinale.

La verità sta nei numeri. Mentre la criticata Lombardia ha somministrato dosi a 1,3 milioni di abitanti e a 422.000 anziani su 800.000 (fra over 80 e ospiti delle Rsa) superando il 50%, Toscana, Sardegna, Calabria e Puglia sono ben sotto la media nazionale del 27,5% per la prima dose e del 17,8% per il ciclo completo. Il richiamo mostra un limite strutturale ereditato dal governo di Giuseppe Conte, incapace fin da gennaio di mettere nero su bianco le categorie da privilegiare; il fantasma di Roberto Speranza aleggia come un convitato di pietra scespiriano.

Draghi prosegue, indicando l’assoluta priorità negli over 80 e negli anziani malati: «È cruciale proteggere i nostri concittadini anziani e fragili, e tutti dobbiamo restare uniti come lo siamo stati, soffrendo, nei mesi precedenti. Tutte le Regioni dovranno attenersi alle priorità definite dal ministero della Salute». È il famoso piano «10 marzo» (dal giorno in cui Speranza l’ha diffuso) con sei categorie in testa: personale sanitario, cittadini over 80, persone estremamente fragili con 14 patologie indicate, disabili gravi, personale della scuola, militari e forze dell’ordine. Poiché era in grande ritardo, alcuni governatori hanno proseguito in parallelo con i loro.

Il richiamo arriva a zittire anche i gruppi di pressione. La senatrice Paola Binetti aveva scritto una lettera al ministro Speranza per chiedergli di «vaccinare i parlamentari come priorità democratica». Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha chiesto di vaccinare gli atleti e i tecnici delle discipline olimpiche. E sul Corriere della Sera, Walter Veltroni ha lanciato la surreale campagna: «Prima i giovani». Gli stessi intellettuali e giornalisti che lo applaudirono, ora sull’onda dell’indignazione gli darebbero fuoco. Italica coerenza.

Oltre il folclore c’è la realtà. Il premier tiene il punto: «L’obiettivo è portare il ritmo di somministrazioni a mezzo milione al giorno. L’accelerazione è già visibile nei dati: nelle prime tre settimane di marzo la media è stata di 170.000, più del doppio rispetto ai mesi precedenti (frecciata a Conte, ndr). Ciò è avvenuto malgrado il blocco di Astrazeneca». Con questo intento Palazzo Chigi ha varato un documento con il quale chiede alle Regioni di tenere aperti i punti vaccinali straordinari 12 ore al giorno e fino a 8 ore quelli mobili. Per una vaccinazione rapida il cittadino dovrà rimanere in attesa non più di 10 minuti; per questo le linee di somministrazione dovranno essere otto per almeno 672 persone ogni 24 ore.

Oltre la bufera c’è l’orizzonte della ripartenza. «Se la situazione epidemiologica lo permette cominceremo a riaprire la scuola in primis. E cominceremo a riaprire le scuole primarie e le scuole dell’infanzia anche nelle zone rosse allo scadere delle attuali restrizioni, ovvero speriamo subito dopo Pasqua». Qui Draghi ottiene un applauso convinto dal centrodestra, mentre un imbarazzato silenzio si abbatte sui banchi dem e Leu, tifosi del lockdown permanente. Per riuscire nel progetto non dovranno più esserci ritardi nella consegna dei vaccini. Nella missione al Consiglio europeo di oggi – a una parte del quale sarà collegato anche Joe Biden – il presidente italiano rimarcherà la necessità di «rafforzare la credibilità dell’Unione».

Tornando in Italia, non si spegne l’eco del caso Lombardia, vicenda molto mediatica cavalcata con particolare aggressività dalla sinistra. Guido Bertolaso in visita all’hub di Codogno è stato contestato da un anziano («Vergogna, dimettiti») e ha risposto: «Sono qui per chiedere scusa e per fare in modo che le cose funzionino meglio rispetto a prima. Mi chiamo Guido, è stato un disguido».

Ieri l’accusatore del giorno era Mario Mazzoleni, membro del cda della piattaforma Aria liquidata dal governatore Attilio Fontana per le disfunzioni sugli sms. «I vertici sapevano che il portale non era adatto per i vaccini», ha tuonato. La replica della Regione: «È strano che il consigliere faccia confusione fra i sistemi; quello per la gestione degli inviti è stato creato appositamente per le vaccinazioni». Nelle interviste, Mazzoleni si è dimenticato di specificare che era nel cda in quota Pd, partito impegnato a trarre il massimo vantaggio da un virus. Che sbadato.


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