Il premier si muove per correggere il tiro di Bruxelles e parla con Angela Merkel in vista del Consiglio Ue. Giovedì l’incontro tra Giancarlo Giorgetti e Farmindustria per vagliare la nostra catena industriale e individuare possibili aziende da coinvolgere nella produzione del siero.

Mario Draghi apre il cantiere sui vaccini che viaggerà su due livelli: quello europeo, per aggiustare il tiro della Commissione Ue, e quello italiano per cambiare il passo fin qui tenuto dal Commissario Domenico Arcuri. Sul primo fronte, il presidente del Consiglio ha avuto ieri pomeriggio una conversazione telefonica con Angela Merkel per fare il punto sugli ultimi sviluppi in campo sanitario e nella regione del Mediterraneo in preparazione del Consiglio europeo in videoconferenza di giovedì e venerdì.

A casa nostra, intanto, si muove il Mise: giovedì pomeriggio il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, incontrerà il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi. L’appuntamento è stato preannunciato ieri dal leader della Lega, Matteo Salvini, auspicando «una sovranità vaccinale italiana», cioè che «i vaccini si possano produrre qui in Italia». Più che altro, l’obiettivo di Giorgetti sarà quello di fare una prima ricognizione tecnica per capire come funziona la catena industriale, valutare le effettive capacità degli impianti disponibili nel Paese, confrontandosi su cosa possono produrre le singole aziende, su chi ha le macchine adatte (ovvero i bioreattori) per partecipare eventualmente alla produzione, con quali tempi e soprattutto con quali costi anche in termine di investimenti necessari (considerando che i soldi del Recovery fund, arriveranno, forse, solo nel 2022). Lo stesso Scaccabarozzi è anche presidente e ad di Janssen Italia controllata dal colosso americano Johnson & Johnson che ha un vaccino in rampa di lancio. «Le grandi multinazionali farmaceutiche» ha spiegato ieri «hanno tutto l’interesse a stringere accordi di produzione per conto terzi». È il caso della Sanofi, che ha dovuto ritardare la messa a punto del proprio vaccino e che infialerà in Francia il prodotto della Janssen, così come ha già annunciato di contribuire al riempimento di quello di Pfizer-BioNTech. Ma gli impianti non si improvvisano: «La produzione di un vaccino non è come realizzare altri farmaci, un vaccino è un prodotto vivo, non di sintesi, va trattato in maniera particolare. Deve avere una bioreazione dentro una macchina che si chiama bioreattore. Insomma, non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala, da quando si inizia la produzione passano 4-6 mesi», ha sottolineato il numero uno di Farmindustria. Vanno, inoltre, distinti i diversi processi. Come l’infialamento: «alcune hanno già delle macchine per questo passaggio, ma bisogna vedere se sono adatte a infialare proprio quei vaccini. Alla Catalent di Anagni per esempio lo stanno già facendo con Astrazeneca e lo faranno anche con il preparato di Johnson&Johnson», ha ricordato Scaccabarozzi.

Per produrre i vaccini anti-Covid in Italia, insomma, bisogna intanto sapere che cosa si vuole produrre. «Ci sono due fasi, la prima riguarda la produzione della sostanza: cioè produco l’Rna, la proteina, il virus dello scimpanzé, a seconda dei vaccini. Solo Gsk (che ha uno stabilimento a Rosia, in provincia di Siena, ndr) ha i bioreattori, ma non per il vaccino anti-Covid, bensì per quello contro la meningite che è batterico. Reithera ce l’ha, ma non credo per fare milioni di dosi. La seconda fase riguarda l’infialamento e da noi molte aziende possono farlo», ha precisato ieri anche Rino Rappuoli, direttore scientifico di Gsk.

Di certo, le strozzature nella produzione su larga scala dei vaccini possono essere superate lavorando con l’industria e incoraggiando nuove alleanze per essere pronti in pista anche quando si tratterà di sostenere il flusso delle dosi, una volta superata l’emergenza. La stessa Ue spinge in questa direzione: «In Europa ci sono all’incirca sedici strutture industriali» capaci di produrre i vaccini anti-Covid e la Commissione europea «sta garantendo che tutte le imprese con le quali abbiamo negoziato un contratto di fornitura siano in forte cooperazione con quei sedici stabilimenti» perché «mettere su da zero un sito di produzione farmaceutica richiede almeno quattro anni, in una situazione normale», ha detto il commissario Breton. Anche il presidente francese, Emmanuel Macron, ha sottolineato l’importanza di «accelerare insieme la produzione di vaccini attraverso partenariati industriali». Ma la stessa Sanofi per il momento non sta producendo il vettore virale e, in attesa di produrre i suoi vaccini (uno dei due, con Gsk), si occupa dell’infialamento dei contenitori dei concorrenti. La partita, dunque, è complessa per tutti. Non parliamo di produrre caramelle.

Nel frattempo, bisogna vaccinare con le dosi già a disposizione. Ai dati aggiornati dal ministero della Salute abbiamo ancora una scorta di oltre 1,3 milioni, tra dosi consegnate e dosi iniettate. Ma va trovato subito un rimedio all’impostazione fallimentare fatta fin qui, sia dalla Ue sia da Arcuri. Bisogna procedere con la somministrazione per target e non per popolazione, garantendo la copertura soprattutto alle categorie più a rischio per abbassare la curva di mortalità e togliere pressione a ospedali, a personale tecnico-sanitario che può così essere dirottato a inoculare i vaccini. Ricordando che la campagna va gestita con un’operazione di tipo industriale che ha come prodotto un cittadino immunizzato al Covid. Per ottenerlo, servono tre catene di fornitura delle risorse necessarie: i vaccini, i vaccinandi e i vaccinatori. Basta che cambi una delle tre e la somministrazione va in tilt, sprecando tutte le altre. Questa logica vale anche in Europa dove, invece, si è pensato solo a firmare i contratti per le dosi, dimenticandosi che le aziende produttrici vanno messe in condizione di consegnarle.

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