«Dipende da Draghi, ma ci stiamo avvicinando allo scontro. O allo schianto»: così un big del M5s risponde alla Verità, che gli chiede se questa volta siamo davvero a un passo dall’uscita dei pentastellati dalla maggioranza. Ieri il M5s non ha partecipato al voto finale sul dl Aiuti alla Camera, che è stato comunque approvato con 266 voti a favore e 47 contrari. Un solo deputato sui 104 grillini, Francesco Berti, ha votato a favore del decreto. In Consiglio dei ministri, ricordiamolo, lo scorso 2 maggio il M5s si era astenuto sul decreto Aiuti, per la contrarietà alla norma sull’inceneritore di Roma. Lo scorso 7 luglio, alla Camera, aveva votato la fiducia al governo, per poi astenersi ieri sul testo; una opzione, quella del voto disgiunto, che però al Senato non potrà essere ripetuta, poiché a Palazzo Madama c’è un voto unico su fiducia e provvedimento.
Nel tardo pomeriggio, il premier Mario Draghi è salito al Quirinale per conferire con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. A quanto risulta alla Verità, Draghi non ha comunque intenzione di mollare la guida del governo in un momento così difficile, anche se il M5s dopodomani passerà all’opposizione. Con il capo dello Stato, non si è ragionato di scenari diversi da quelli di un governo guidato da Draghi. Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha ufficialmente chiesto una verifica di governo: «Il M5s», ha detto il Cav, «ha deciso di disconoscere un provvedimento fondamentale per il Paese, come il dl Aiuti. È inaccettabile». Berlusconi ha chiesto a Draghi «di sottrarsi a questa logica politicamente ricattatoria e di prendere atto della situazione che si è creata. Chiediamo», ha aggiunto Berlusconi, «che ci sia una verifica della maggioranza al fine di comprendere quali forze politiche intendano sostenere il governo». La Lega ha fatto sapere di essere d’accordo con la richiesta di Berlusconi.
Che cosa succederà al Senato? La mancata partecipazione del M5s al voto alla Camera, ha detto Giuseppe Conte, era «una decisione già chiara, c’è una questione di merito per noi importante, che avevamo anticipato. Una questione di coerenza e di linearità, quindi nulla di nuovo». Nel M5s non tutti sono d’accordo sulla uscita dal governo, a partire naturalmente dai tre ministri (Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone e Federico D’Incà) e dai cinque sottosegretari, ma ormai il dado sembra tratto.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a quanto ci risulta da fonti del Colle, segue con attenzione e inevitabile preoccupazione quanto accade, anche se al momento di fatti nuovi dal punto di vista istituzionale non ce ne sono. Il problema è politico, e consiste nel braccio di ferro tra Conte e Draghi. Se al Senato i grillini non voteranno la fiducia, uscendo dall’Aula, la crisi di governo sarà aperta, ma potrebbe essere chiusa in poche ore. Se pure Conte andasse fino in fondo, ritirando la delegazione dal governo, infatti, Draghi avrebbe comunque una solida maggioranza in entrambi i rami del parlamento, irrobustita dalla scissione del M5s da parte di Luigi Di Maio: il governo potrebbe infatti contare su 455 voti alla Camera (la soglia minima per ottenere la fiducia è 316) e 214 al Senato (la soglia è 161).
Draghi intanto sta studiando il documento che gli è stato consegnato da Conte che contiene i 9 punti irrinunciabili per la permanenza del M5s in maggioranza: l’intoccabilità del reddito di cittadinanza; l’introduzione del salario minimo; il contrasto al precariato; più aiuti a famiglie e imprese con scostamento di bilancio e taglio del cuneo fiscale; il proseguimento sul percorso della transizione ecologica; lo sblocco delle cessioni di crediti per il superbonus; l’applicazione del cashback fiscale; un intervento di agevolazione per chi è in debito con il fisco e l’introduzione di una clausola sulle leggi delega. Draghi sarebbe disponibile a un «accordino» entro il 16 luglio su qualche punto del documento (ieri il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha incontrato il premier con il quale ha discusso della sua proposta sul salario minimo), ma ormai il tema sembra superato: «Se Draghi cede», spiega alla Verità una fonte di governo, «autorizza tutto il resto della maggioranza a porre ricatti politici».
Gli scenari al momento più probabili sono due. Il primo: il M5s non partecipa al voto di fiducia in Senato e ritira la delegazione dal governo, Draghi sale al Colle ma, avendo appena ottenuto un’ampia fiducia anche senza il M5s, per Mattarella è inutile rispedirlo in parlamento e quindi si va avanti sostituendo i ministri del M5s; il secondo: il M5s non vota la fiducia, il premier si presenta dimissionario da Mattarella, sostituisce i ministri grillini con altri e va in parlamento a chiedere la fiducia al Draghi bis. C’è poi sempre la possibilità che Conte faccia ancora una volta dietrofront, del resto Giuseppi ci ha abituato a repentini cambi di strategia. L’unica certezza è che le prossime 48 ore nei palazzi del potere saranno incandescenti, anche coi condizionatori accesi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >