- Decisioni rinviate in attesa del monitoraggio Iss. Oggi tavolo con le Regioni. Strappo di Antonio Decaro: «Chiudiamo Bari alle 19».
- Uno studio di Oxford rivela: chi ha bloccato di più le attività non ha contenuto l’epidemia.
Lo speciale contiene due articoli.
Regna l’incertezza, sia sul fronte dei ristori che su quello delle nuove misure anti Covid. Se quella di ieri sera doveva essere, a Palazzo Chigi, la riunione decisiva per mettere a punto la nuova stretta, alla fine tutto si è risolto, dopo un incontro di un’ora e mezza, in un ulteriore rinvio, in attesa di dati più aggiornati, che a questo punto non potranno che essere quelli del monitoraggio settimanale dell’Iss. E se il ritardo nell’emanazione del dl Sostegno comincia a far emergere un malumore sempre più palese da parte di alcuni settori della maggioranza, le nuove chiusure rischiano di esaltarne le divisioni, riproponendo anche gli attriti tra potere centrale e amministratori locali che hanno contraddistinto la prima fase della pandemia. Di certo, infatti, per ora c’è che sotto la spinta dell’ala più intransigente dell’esecutivo, capeggiata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, il dpcm entrato in vigore solo qualche giorno fa (il 6 marzo) all’insegna di un nuovo approccio alla questione che avrebbe tenuto conto delle istanze dei soggetti maggiormente colpiti dalle misure, fornendo loro un cospicuo periodo di anticipo nella comunicazione delle stesse, è di fatto lettera morta. Non solo: la nuova stretta, secondo quanto filtra, potrebbe partire già da questo weekend, con il preavviso di un giorno solo che è stato ferocemente criticato dai diretti interessati per tutto l’operato del Conte bis.
Venendo al merito di quello che potrebbe toccare in sorte agli italiani già nelle prossime ore, l’ipotesi prevalente è che si torni esattamente al complesso delle misure messe a punto dal precedente esecutivo nel periodo natalizio. Il che vuol dire, sostanzialmente, uniformare le restrizioni in tutto il Paese nei weekend, comprese le Regioni che sono in fascia gialla, con negozi, bar e ristoranti chiusi. Ma su come declinare nel dettaglio queste nuove limitazioni agli spostamenti, i punti di vista sono più di uno, e non hanno mancato di emergere sia sottotraccia, nella riunione a Palazzo Chigi di ieri tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, i ministri più importanti, il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il direttore del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, sia attraverso pubbliche dichiarazioni degli esponenti politici.
Ad esempio, non è ancora chiaro se si vorrà dichiarare, nei weekend, tutta Italia zona rossa o zona arancione. E la differenza non è di poco conto, perché nei fine settimana «arancioni» del trascorso periodo festivo era consentito circolare liberamente all’interno del proprio Comune tra le 5 del mattino e le 22, mentre se dovessero prevalere i «rigoristi», stavolta il colore sarebbe il rosso e ci sarebbe il lockdown duro, quello in cui, come un anno fa, ogni spostamento non strettamente necessario era vietato. Perché c’è da ricordare che una delle poche novità introdotte dal governo Draghi è stata quella di non consentire, nelle zone rosse, le visite ad amici e parenti, anche per una sola volta al giorno, che prima invece erano consentite. E sarà proibita l’attività sportiva, se non nelle vicinanze della propria abitazione. A rimetterci saranno negozianti, baristi e ristoratori delle zone in cui la curva del contagio è ritenuta sotto controllo, poiché sia nel caso dei week-end arancioni che di quelli rossi, anche loro dovrebbero abbassare le serrande assieme a tutti gli altri, potendo fare solo asporto e consegna a domicilio. Zona gialla che tra l’altro potrebbe mutare in senso più restrittivo nei giorni feriali, con la chiusura dei ristoranti a pranzo e l’anticipo del coprifuoco di due o tre ore, diventando sempre più simile a una zona arancione.
Ma l’impressione è che, al di là di cosa si deciderà per i weekend, con i dati degli ultimi giorni ben presto tutta l’Italia possa ritrovarsi in rosso: è stato infatti il Cts a mettere nero su bianco la richiesta, già avanzata in passato al governo, di prevedere un passaggio automatico in zona rossa per le aree che superino la cifra di 250 contagi settimanali ogni 100.000 abitanti. Proprio sulla base di questo, alcuni sindaci e governatori (che si confronteranno oggi con l’esecutivo) hanno anticipato i tempi e annunciato le chiusure, come sta succedendo in Puglia con il sindaco di Bari, Antonio Decaro, che ha intenzione di andare anche oltre le ipotesi in campo, chiudendo di fatto il capoluogo pugliese alle 19, mentre il presidente della Regione, Michele Emiliano, ha già fatto sapere di aver disposto la chiusura di tutte le scuole.
Sul fronte politico, chi si sta spendendo di più, nel perimetro della maggioranza, per scongiurare un’ulteriore ondata di chiusure, è il leader leghista, Matteo Salvini, per il quale non c’è bisogno di «chiudere tutto in tutta Italia». Salvini ha aggiunto che «nei weekend non servono più chiusure ma più controlli», e sulla stessa lunghezza d’onda c’è il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, del M5s, sul cui parere, non a caso, ha fatto leva il Capitano («Come ormai sostengono molti medici, il Cts e il sottosegretario Sileri, servono interventi mirati ed efficaci). Il pentastellato ha affermato che non ha senso «penalizzare la parte dell’Italia dove il contagio è sotto controllo» con un lockdown generalizzato di diverse settimane. E con la sua sponda a Salvini («Da lui parole di buon senso», ha commentato), ha consacrato un asse anti serrata.
Dall’opposizione, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, chiede di tutelare i più fragili dal contagio «con posti riservati sui mezzi pubblici, orari dedicati nei supermercati, alla posta e negli uffici pubblici, e con una assistenza domiciliare dedicata a chi la richiedesse». «Se il governo le leggesse», ha aggiunto, «avremmo probabilmente meno morti e meno chiusure».
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