- Colloqui separati al Quirinale per i due leader, che fanno il nome del professore. Il presidente si prende una pausa e oggi convocherà i presidenti delle Camere. Il capo leghista: «Liberi di dire “signornò” all’Ue».
- Ma nomi come Enzo Moavero Milanesi (Affari europei) o Giulia Bongiorno (Giustizia) non vanno giù ai grillini duri e puri: «Estranei a valori del M5s».
- Paolo Savona all’Economia potrebbe essere l’uomo giusto per dare serietà alle lotte strillate contro l’Ue.
- Nel plotone di esecuzione non poteva mancare l’agenzia di rating Fitch: «Con i populisti aumento del rischio creditizio». Tiene bordone il tedesco Manfred Weber, capogruppo del Ppe: «Crisi euro vicina». Il Ft evoca i nazisti: «Democrazia liberale finita come dopo Weimar».
Lo speciale contiene quattro articoli.
Da barbaro a barbiturico, il Matteo Salvini di lotta lascia spazio a quello di governo. Sono le 18 e 30 di ieri e il leader della Lega, appena uscito dalla consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della quale ha indicato Giuseppe Conte come premier del governo legastellato, si rivolge così ai giornalisti: «Non è possibile che il 20% degli italiani usino psicofarmaci», dice Salvini, «una cosa legata alla precarietà e alla insicurezza. Contiamo di lasciare ai nostri figli un mondo migliore. Siamo pronti a partire». Salvini, per l’occasione in cravatta verde, ha accanto a sé i capigruppo, Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio. La battuta sugli psicofarmaci è tutta da decrittare, il leader della Lega in effetti distribuisce tranquillanti: all’Europa, alla Bce, a Mattarella, ai «mercati», ai governi europei che hanno già scatenato la guerra preventiva contro il governo gialloblu. Non vuole più essere costretto a parlare dopo la chiusura della Borsa di Milano, come se fosse un pericolo pubblico. Le parole di Salvini sono Xanax allo stato puro: sedative.
«Qualcuno all’estero», sottolinea Salvini, «dovrà cambiare la sua prospettiva. Sarà un governo di speranza e prospettiva, non sarà un governo remissivo. Abbiamo fatto il nome del presidente del Consiglio, abbiamo ben chiara squadra e progetto di paese, siamo vogliosi di partire e di far crescere l’economia. Leggiamo con interesse e stupore», aggiunge Salvini, «dichiarazioni di ministri e commissari di altri paesi, preoccupati. Non hanno nulla di cui preoccuparsi: vogliamo fare investimenti, rendere più stabile il lavoro. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l’interesse nazionale italiano al centro, rispettando nel limite del possibile tutte le normative e i vincoli, però facendo crescere il paese. Non c’è nulla da temere», sottolinea ancora Salvini, «dalle nostre politiche economiche che saranno molto diverse da quelle degli ultimi cinque anni che hanno fatto aumentare il debito di 300 miliardi: la ricetta del passato è stata fallimentare». Il leader della Lega, uscito dal Quirinale, risponde a chi gli chiede se Giuseppe Conte non sia da considerarsi un «tecnico»: «Tutti i premier sono politici». E aggiunge: «Conte, il premier, immagino, incaricato è esperto di semplificazione, sburocratizzazione e snellimento della macchina amministrativa, quello che tante aziende ci chiedono». C’è spazio anche per i primi avvertimenti all’Ue: «Sarà il governo della libertà di andare a Bruxelles, Berlino e Parigi a dire signornò, questo fa male all’Italia e agli italiani. Di precarietà si muore, di austerity si muore, di immigrazione fuori controllo si muore, di vincoli europei si muore».
Poco più di mezz’ora prima, era toccato a Luigi Di Maio incontrare il capo dello Stato. «Siamo di fronte a momento storico. Abbiamo indicato al capo dello Stato il nome migliore, che può portare avanti, con una leadership solida, il contratto di governo». Di Maio, con accanto i capigruppo del M5s, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, è raggiante. Ha appena ufficializzato a Mattarella l’indicazione di Giuseppe Conte come premier del governo targato Lega-M5s. Di Maio ha sperato fino all’ultimo di poter diventare presidente del Consiglio, ma i numeri, implacabili, gli hanno sbarrato la porta di Palazzo Chigi. La Lega non poteva dare il via libera al capo politico del M5s.
«Nel contratto di governo», scandisce Di Maio, «ci sono le cinque stelle, i 20 punti indicati in campagna elettorale e tante soluzioni alle sofferenze degli italiani, dal reddito di cittadinanza alla legge Fornero, a più spazi di bilancio in Europa; dalla lotta al gioco d’azzardo al superamento della buona scuola, alla sanità, con la meritocrazia per chi è a capo degli ospedali. Ci sono le grandi battaglie storiche del M5s, come l’acqua pubblica. Se il presidente Mattarella», sottolinea Di Maio, «valuta giusto il nome, allora sarà un governo politico che mette al centro le questioni politiche».
«Giuseppe Conte», aggiunge Di Maio, all’uscita dal Quirinale, «sarà un premier politico di un governo politico, indicato da due forze politiche, con figure politiche al proprio interno. E soprattutto con il sostegno di due forze politiche votate. No ai cambi di casacca, no a persone che vengono dal gruppo Misto e che entrano in altri gruppi». «Sono molto orgoglioso di questo nome», conclude Di Maio, «perché è la sintesi del M5s. Non vesserà il popolo italiano. Non è stato eletto? Era nella mia squadra, lo hanno votato 11 milioni di italiani».
Di Maio pensa che Mattarella non dovrebbe avere alcun problema a conferire l’incarico a Giuseppe Conte, già indicato come ministro del fantomatico governo M5s, uomo ben inserito nei circoli internazionali che contano. Il professore fiorentino ha un curriculum che dovrebbe essere considerato soddisfacente dal Quirinale. Ma problemi inaspettati potrebbero essere dietro l’angolo. Intanto il Colle non ha rilasciato dichiarazioni, salvo annunciare che stamani provvederà a consultare i presidenti di Camera e Senato, il grillino Roberto Fico alle 10 e l’azzurra Maria Casellati alle 12. Secondo alcune fonti, Mattarella avrebbe fatto presente a Salvini e Di Maio il ruolo che la Costituzione assegna al premier con l’articolo 95, ovvero la direzione della politica generale del governo e l’unità dell’indirizzo amministrativo.
Carlo Tarallo
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