- Aggiornato il protocollo sulle cure domiciliari: cortisone ed eparina solo a rigide condizioni. Via libera ai monoclonali.
- L’ultima trovata: il mobility manager. Obbligatorio per le imprese sopra i 100 dipendenti e i Comuni di oltre 50.000 abitanti, gestirà lo smart working e gli orari di uffici e scuole. Ma era davvero necessario?
Lo speciale contiene due articoli.
Paracetamolo e saturimetro sì, eparina e idrossiclorochina no, cortisone ni, monoclonali entro i primi giorni. Dopo le polemiche e i ricorsi a Tar e Consiglio di Stato sui farmaci da usare a casa con i pazienti nelle prima fasi dell’infezione da Covid, arrivano le nuove linee guida per le cure domiciliari. Il documento, firmato dal direttore della Prevenzione del ministero della salute, Gianni Rezza, sostituisce la circolare precedente che risale al 30 novembre ed è stato redatto da un apposito Gruppo di lavoro costituito da rappresentanti istituzionali, professionali e del mondo scientifico. Nel protocollo, dopo un anno di pandemia, oltre a «vigile attesa, tachipirina e antinfiammatori», si definiscono le modalità di gestione domiciliare del paziente stabilendo i farmaci obbligatori, impedendo al medico o al pediatra la scelta secondo l’ippocratica «scienza e coscienza». La nuova circolare, che verrà periodicamente aggiornata dal gruppo di lavoro, è stata fatta stilare dal ministro Roberto Speranza che però non ha coinvolto il suo sottosegretario Pierpaolo Sileri, peraltro firmatario con il capogruppo della Lega in Senato, Massimiliano Romeo, di un ordine del giorno proprio per l’istituzione di un protocollo unico nazionale per le cure domiciliari ma soprattutto per il superamento della linea «tachipirina e vigile attesa». Allo stesso modo sono stati tagliati fuori i medici che lavorano da più di un anno al progetto di cure per la Covid-19.
«E così andiamo avanti con un protocollo fotocopia del precedente, con i medici di famiglia che vengono relegati a fare i videoterminalisti, gli inseritori di parametri, i richiedenti tamponi, i firmatari della fine quarantena» dice Andrea Mangiagalli, medico di medicina generale di Milano componente del consiglio scientifico del Comitato cure domiciliari che scenderà in piazza il prossimo 8 maggio. «Non resta nulla da fare al medico, anche perché il paracetamolo il paziente lo prende da solo, facciamo i test, verifichiamo se si alimenta e se poi la saturazione arriva a 92, allora si ricovera così come accade se si pensa di fare la cura monoclonale. Queste sono linee guida per non fare nulla a casa, perché dopo aver indicato i farmaci sì e quelli no, in fondo c’è scritto che se però vuoi fare qualcosa sono affari tuoi… Questo significa non avere fiducia nella classe medica, considerarla incompetente e soprattutto non fare nulla per allentare la pressione sugli ospedali». E infatti nella nuova circolare che riguarda i pazienti a domicilio asintomatici o paucisintomatici si parla di «Vigile attesa», ossia una «sorveglianza clinica attiva», che deve essere attuata con costante monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente da parte dei medici di medicina generale e dei pediatri anche attraverso approccio telefonico o in televisita. I primi interventi prevedono per chi non ha sintomi o ne ha di lievi, l’uso di paracetamolo, quindi tachipirina, o Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) in caso di febbre o dolori articolari o muscolari. Per quanto riguarda l’uso di antibiotici si stabilisce l’uso esclusivamente nei casi in cui l’infezione batterica sia dimostrata da un esame microbiologico. Sconsigliato invece l’uso dell’idrossiclorochina perché «l’efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici randomizzati fino a ora condotti» e non bisogna utilizzare neanche l’eparina se non «nei soggetti immobilizzati per l’infezione in atto». Il ministero segnala anche che non esistono evidenze solide di efficacia nemmeno per supplementi vitaminici e integratori alimentari.
Nelle fasi precoci di malattia, la circolare dispone che i medici di base possano indicare l’uso di anticorpi monoclonali indirizzando rapidamente il paziente ai centri regionali abilitati alla prescrizione ma anche in grado di gestire eventuali reazioni avverse gravi. La terapia con monoclonali deve essere riservata, in base alle evidenze di letteratura, a pazienti entro 72 ore dalla diagnosi d’infezione e comunque sintomatici da non oltre 10 giorni, ma che non abbiano già la polmonite. L’uso del cortisone invece viene raccomandato esclusivamente nei soggetti con malattia grave che necessitano anche di ossigeno oppure ove non sia possibile nell’immediato il ricovero per sovraccarico delle strutture ospedaliere, perché, suggerisce il ministero, l’utilizzo della terapia in fase precoce con steroidi si è rivelata inutile se non dannosa in quanto in grado di inficiare lo sviluppo di un’adeguata risposta immunitaria. Invece, pur restando consigliato l’uso del saturimetro, che misura la capacità polmonare, il ministero corregge il livello di saturazione: il valore soglia di sicurezza per un paziente Covid domiciliato è il 92% di saturazione dell’ossigeno in aria ambiente (sotto va valutato il ricovero e/o ossigenoterapia a casa). Mentre nel precedente protocollo era il 94%.
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