«Un’altra donna vittima della cultura del dominio e della sopraffazione maschile». Viene descritta così Giulia Cecchettin, non solo dalle vampate del femminismo ideologico-mediatico ma anche dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Questo si legge nella lettera che invita i presidi a ricordare stamane nelle aule, con un minuto di silenzio, la giovane assassinata e tutte le vittime di femminicidio, a quattro giorni dalla Giornata contro la violenza sulle donne. «La commemorazione coincide purtroppo con l’ennesimo tragico femminicidio che ha scosso le coscienze di quanti hanno visto in Giulia una figlia, una sorella, un’amica, una studentessa impegnata». Poi la frase da Fiorella Mannoia: «Un’altra donna vittima della cultura del dominio e della sopraffazione maschile».
Servirebbe ben più di un minuto di sospensione dalla canea social, per prendere le distanze dal conformismo di facciata, per marcare il distacco dalla carica di cavalleria bipartisan che da due giorni sta facendo a fette in modo infantile il genere maschile in quanto tale. Con indignazione a sinistra e appiattimento passivo a destra. Valditara ha deciso per il minuto di silenzio su invito del direttore dell’agenzia Adnkronos, Davide Desario. L’omicidio di Giulia riguarda tutti per cordoglio, vicinanza, pietà e senso di giustizia. Ma riguarda solo Filippo Turetta per responsabilità penale e sociale. Eppure non sembra così. Come scriveva magistralmente Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi: «Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».
L’Italia si sveglia ipocrita e manichea, in preda a un’emotività che ha diritto di albergare solo nel dolore insanabile della famiglia della vittima. Quando Matteo Salvini dice: «Se (Turetta, ndr) è colpevole, nessuno sconto di pena e carcere a vita», l’unica ad avere il diritto di replicare in modo istintivo è Elena Cecchettin, la sorella della giovane massacrata. «Lui dubita della colpevolezza di Turetta perché bianco, perché di buona famiglia. Anche questa è violenza, violenza di Stato». Parla dentro un vortice di disperazione senza fine e dimentica che anche il peggior criminale è colpevole solo dopo tre gradi di giudizio.
Si può comprendere il suo trasporto. Si può perfino ascoltarla in silenzio mentre si espone a un’intemerata millenarista con responsabilità oggettive che partono da Adamo ed Eva. «Gli uomini devono fare mea culpa, anche chi non ha mai fatto niente, anche chi non ha mai torto un capello», tuona Elena davanti a feroci microfoni con un unico obiettivo, quello del virgolettato. «Io sono sicura che nella vostra vita c’è stato almeno un episodio in cui avete mancato di rispetto a una donna in quanto donna. Catcalling, commenti sessisti, ironia da spogliatoio, come la chiamano. Fatevi un esame di coscienza». E ancora: «I mostri non sono malati, sono figli sani del patriarcato e della cultura dello stupro».
L’esame di coscienza dovrebbero farlo innanzitutto intellettuali e politici impegnati a demolire senza alcun senso di realtà la figura dell’uomo che è anche padre, è anche figlio, è anche fratello, è anche amico. Per questo lascia esterrefatti la deriva, l’onda emotiva che indica nel maschio in quanto tale il male assoluto. Per questo abbiamo letto tre volte, increduli che fosse così appiattita su luoghi comuni progressisti, la dichiarazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Questa vicenda deve farci riflettere sulla questione dei femminicidi. Come uomo chiedo scusa a tutte le donne, a cominciare da mia moglie e da mia figlia per quello che fanno gli uomini. Bisogna cominciare a far capire anche alle famiglie che non ci sono persone di Serie A e Serie B». Ovvietà assortite, parole che avrebbero potuto pronunciare Beppe Sala, Fedez o Laura Boldrini. Manca solo lo schwa.
Nel giorno del maschio sulla graticola vengono alla luce due complicazioni concettuali. La prima è la filosofia del «tutti colpevoli, nessun colpevole» di estrazione gruppettara e brigatista, che se a sinistra è facilmente digeribile, a destra risulta indigesta. Se tutti i maschi sono responsabili è come se non lo fosse nessuno; gonfiare e mettere in acqua il canotto della coscienza collettiva significa negare l’unico salvagente a disposizione: la coscienza individuale. La seconda è l’ossessione progressista per la rieducazione da gulag del maschio, sintetizzabile nell’«educazione affettiva» da insegnare in classe. Ma non spetta allo Stato etico pianificarla, non spetta alla scuola impartirla, ma spetta alla famiglia trasmetterla tutti i giorni. A quella famiglia in via di demolizione nel millennio degli individualismi e dei laicismi. Ci sarebbe anche un manuale formidabile, molto antico e poco trapper: il Vangelo.
Mentre Michele Serra, annaspando nel Banal Grande, si esibisce nel piatto forte dal titolo «La malattia del maschio», il delirio collettivo diventa esponenziale sui social. Il consigliere regionale del Veneto, Stefano Valdegamberi (eletto nella lista Zaia, oggi nel gruppo misto) riesce a salire sul podio accusando Elena Cecchettin di satanismo. «Da parte della ragazza c’è il tentativo di quasi giustificare l’omicida dando la responsabilità alla società patriarcale. Sembra una che recita una parte, il suo è un messaggio ideologico. Più che di società patriarcale dovremmo parlare di società satanista. E poi quella felpa con certi simboli aiuta a capire molto…». Nel giorno della vergogna vale tutto e non c’è freno alle parole. La cavalleria scende in pianura, gli zoccoli travolgono ogni cosa. Anche la pietà per una giovane donna uccisa con 20 coltellate e abbandonata ai piedi di una scarpata.
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