- Il presidente litiga con lo slovacco Robert Fico, che minaccia tagli all’elettricità se Kiev bloccherà il transito del metano: «L’Ue rischia 120 miliardi di danni». Lo zar liquida Olaf Scholz: la lenta riconquista degli oblast occupati dagli ucraini lo spinge a temporeggiare.
- Telefonata Cremlino-Baku, Vladimir Putin si scusa per il volo azero: droni nemici in zona durante la fase di atterraggio.
Lo speciale contiene due articoli.
Motus in fine velocior: ne stanno succedendo di tutti i colori ora che – almeno questo è l’auspicio – la guerra in Ucraina sembra entrare nella sua fase conclusiva. Ad esempio, il colpo di teatro del premier slovacco, Robert Fico, banderuola dell’Unione europea, pronto a ospitare i colloqui di pace tra i belligeranti. L’ambiguità strategica, appannaggio degli Stati Uniti, è diventata l’asso nella manica di Vladimir Putin, che si prepara a un serrato negoziato con Donald Trump. Lui vuole la garanzia che Kiev non entri mai nella Nato; il tycoon offre un più generico «congelamento» della candidatura. Così, dapprima lo zar sembra aver respinto il piano del presidente eletto, aprendo la pista che porta a un bilaterale a Bratislava. Dopodiché, ieri, attraverso il portavoce Dmitry Peskov, ha di nuovo sparigliato le carte, precisando che qualunque Paese «neutrale» (Ungheria? Turchia?) può diventare teatro dei negoziati. Quella slovacca non sarebbe «l’unica proposta» e, anzi, l’elenco degli aspiranti mediatori sarebbe «abbastanza» lungo. Ancora irto di ostacoli, comunque, è il percorso per una soluzione diplomatica. E ovviamente, il Cremlino attribuisce la colpa alla «posizione del regime di Kiev».
Volodymyr Zelensky non ha preso bene le manovre di Fico. Sullo sfondo dell’improvviso attivismo slovacco c’è la delicata partita energetica. Dopodomani scadono gli accordi di transito del gas attraverso l’Ucraina e il leader di Bratislava si è messo a minacciare gli ucraini: «Dopo il primo di gennaio», ha dichiarato in un video postato su Facebook l’altro ieri, «valuteremo la situazione e potenziali misure reciproche contro l’Ucraina. Se necessario, cesseremo di fornire l’elettricità di cui l’Ucraina ha urgente bisogno durante le interruzioni della rete», causate dai bombardamenti nemici. Il premier, furioso, avverte: la chiusura dei rubinetti del metano costerebbe all’Europa 120 miliardi di euro. È una gatta da pelare pure per i Paesi politicamente vicini a Bruxelles: Gazprom ha annunciato che dal primo gennaio interromperà le erogazioni alla Moldavia, giustificandosi con il rifiuto, da parte di Chisinau, di saldare il proprio debito con la compagnia.
La reazione del presidente in tuta mimetica è stata caustica: «Sembra che Putin abbia dato a Fico l’ordine di aprire il secondo fronte energetico contro l’Ucraina a svantaggio degli interessi del popolo slovacco», ha scritto su X. «Le minacce di Fico di interrompere la fornitura di energia elettrica d’emergenza all’Ucraina questo inverno mentre la Russia attacca le nostre centrali elettriche possono spiegarsi solo così». «Sostenere l’aggressione russa», ha aggiunto Zelensky, «è completamente immorale» e l’ostinazione del primo ministro «ha già privato il popolo slovacco di un indennizzo per la perdita del transito del gas russo. La Slovacchia fa parte del mercato unico europeo dell’energia e Fico deve rispettare le regole europee comuni». Un colpo basso all’Ucraina reciderebbe «i legami delle attuali autorità slovacche con la comunità europea».
La verità è che la resistenza è allo stremo. E non solo nel Donbass. Ieri, Bloomberg ha ospitato l’analisi di alcuni funzionari militari americani, secondo i quali, entro la primavera del 2025, il contingente che era riuscito a penetrare nel Kursk potrebbe essere ricacciato al di là del confine russo. Già oggi, gli incursori hanno ceduto quasi la metà delle aree strappate al nemico con la repentina offensiva della scorsa estate. Si confermerebbe che la strategia del nuovo capo dell’esercito, il generale Oleksandr Syrsky, è stata tanto ardita quanto improvvida. George Barros, esperto dell’insospettabile Institute for the study of war, citato dalla testata Usa, assicura che è sempre stato chiaro che la Russia avrebbe potuto facilmente riprendere il controllo del Kursk, organizzando un contrattacco adeguato, tipo quello che ha avviato con l’aiuto dei nordcoreani.
Se le cose si mettessero male, Kiev perderebbe un formidabile strumento di pressione a un tavolo che già si annuncia molto complicato, vista la situazione sul campo. E considerando che Trump è più interessato a mettere fine alla guerra che a tutelare gli interessi vitali degli alleati. D’altra parte, la lenta riconquista dei suoi oblast potrebbe indurre Putin a temporeggiare, rinviando l’armistizio al momento in cui avrà massimizzato i guadagni territoriali e avrà ripreso il controllo delle regioni perdute. Ciò spiegherebbe le reticenze degli ultimi giorni, nonché il benservito che lo zar ha dato al cancelliere tedesco uscente, Olaf Scholz, il quale chiede da settimane un nuovo confronto telefonico con il presidente della Federazione: «Non ci sono piani del genere per l’1, il 2 o il gennaio», ha tagliato corto Peskov. È il 20, semmai, la data chiave: quel giorno, The Donald si insedierà alla Casa Bianca.
Certo, per Mosca lo scenario non è roseo. Oltre a essere diventata bersaglio dei missili a lungo raggio forniti dagli Stati Uniti, si è rivelata vulnerabile alle uccisioni mirate, come quella di Igor Kirillov. Ieri, le autorità russe hanno annunciato di aver sventato altri due attentati, a un funzionario della Difesa e a un blogger militare. Chiaramente, più ci si avvicina al redde rationem, più le sollecitazioni e gli azzardi, da una parte e dall’altra, si intensificano. Perciò si sta di nuovo surriscaldando il fronte del gas. La storia si ripete e Putin confida nell’antico alleato della Russia: il generale Inverno.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >