Ovviamente, per accordarsi bisogna essere in due. E non è detto che Vladimir Putin abbia davvero voglia di trattare. Ora Mosca giura che combatterà pure per un lembo di terra nel Donbass; ora si dice pronta al dialogo; nel frattempo cincischia sui trilaterali con Volodymyr Zelensky e Donald Trump e continua a trucidare i civili.
Quel che è certo è che gli ucraini, il negoziato, lo vogliono eccome. L’ultima conferma arriva da un sondaggio condotto dall’Istituto di sociologia di Kiev a settembre: il 75% degli intervistati è favorevole alla ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto. Dopo quattro anni e mezzo sotto le bombe, la popolazione – ha commentato il direttore dell’ente, Anton Hrushetsky – è disposta «ad accettare compromessi difficili pur di raggiungere una pace accettabile». Basta che non si arrivi a «concessioni unilaterali», o a una «capitolazione».
Il sondaggio e la richiesta di negoziati
Gli ucraini, dunque, sono più saggi di chi li governa. Hanno capito che, sul terreno, lo stallo è pressoché insuperabile. Che per una improbabile riconquista si pagherebbe un prezzo troppo alto. Sanno che bisognerà parlare con l’odiato zar. Che bisognerà cedere qualcosa, a patto di salvare l’onore. E Zelensky? Lui – che stando ad altri sondaggi, perderebbe le elezioni, se lo sfidante fosse Valerij Zaluzhny, ex capo delle forze armate – sostiene di possedere informazioni di intelligence, secondo cui il nemico si starebbe preparando a un’offensiva su larga scala. Ma anziché trarne le conseguenze, anziché tentare di schivare l’ennesimo massacro, chiarendo, finalmente, quali «compromessi difficili» è disponibile a raggiungere, continua a chiedere soldi e armi all’Europa.
Lo scontro con la Corea del Sud
Nel mentre, bisticcia con la Corea del Sud, che aveva messo in imbarazzo, svelando la sua richiesta di trasferimento di due prigionieri di Pyongyang catturati in Ucraina. Forse, far rischiare a Seul il casus belli con Kim Jong-un era una ritorsione del presidente per la notizia che il Guardian ha diffuso ieri: in diversi porti del Paese, tra luglio e agosto, sarebbero state caricate oltre 176.000 tonnellate di carburante in sette petroliere, che poi hanno effettuato 14 viaggi verso l’Estremo oriente russo, aggirando le sanzioni di Usa e Ue.
Le divisioni sulla guerra in Europa
È proprio qua che casca l’asino. Nella sua ostinazione, l’ex comico non è molto diverso dagli altri leader del Vecchio continente, che ne alimentano la resistenza. Ci inorgogliamo all’idea di essere chiamati a proteggere i nostri valori dall’assalto dello zar malvagio. Eppure, alla prova dei fatti, le nostre democrazie si inceppano. Le opinioni pubbliche dell’intera Europa chiedono meno guerra, ma le élite gliene danno di più. Adesso, persino gli ucraini invocano la fine delle ostilità, ma Zelensky risponde colpo su colpo ai raid di Putin, bersagliando le raffinerie e, in maniera più o meno indiretta, anche i nostri interessi.
La tensione sul fianco orientale
Alcuni Paesi – sempre in nome dell’autodifesa, ça va sans dire, secondo l’antica logica del paradosso securitario – fomentano l’escalation, spostando sempre più in là la linea rossa che, con fatica, non è stata ancora superata. Ieri, ad esempio, il Parlamento lituano ha approvato, in prima lettura, un emendamento costituzionale che eliminerebbe il divieto di installare armi di distruzione di massa sul territorio nazionale. Allo sdoganamento del nucleare ha subito reagito il Cremlino, preoccupato altresì dall’ipotesi che lo Stato baltico ospiti una base americana permanente. La Nato, dal canto suo, è ormai avviluppata nel vortice della profezia che minaccia di auto-avversarsi: il fantomatico attacco russo, o l’imminente «provocazione» per saggiare le capacità di reazione dell’Occidente.
Berlino, Mosca e il nodo delle trattative
Dalla Germania, dove pare inarrestabile la crescita di Afd, un partito che invoca la ripresa delle relazioni con Mosca, arriva la conferma della sordità delle classi dirigenti agli orientamenti degli elettori: Berlino denuncia una «guerra ombra», l’entourage dello zar replica che il «nemico effimero» serve soltanto a giustificare le spese per il riarmo. Nessuno intavola una seria trattativa. Una che non parta dall’«Arrendetevi, siete circondati». Emmanuel Macron, intanto, va ad assistere al primo lancio di un missile intercontinentale da un sottomarino nucleare. Non si capisce se i presunti «partner» europei sgomitino per rivendicare il primato a suon di esibizioni muscolari, se si tratti di deterrenza, se ogni giorno ci avvicini al baratro.
Il nuovo fronte tra Bruxelles e Kiev
Ma se i capi di governo mantengono una postura marziale, fratture con gli alleati a Est iniziano a prodursi laddove meno ce le si sarebbe aspettate. La Commissione Ue, ieri, ha presentato un pacchetto di revisione delle politiche di allargamento che prevede, in caso di adesione dell’Ucraina all’Unione, una riduzione degli aiuti all’agricoltura del Paese e una limitazione dell’accesso dei suoi prodotti al mercato agricolo. Una misura protezionistica che ha indignato il ministro ucraino, Taras Vysotskiy: Kiev, ha detto, «non può accettare» i paletti annunciati da Bruxelles. Dobbiamo pagare in eterno l’obolo ucraino?
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