Ultimatum degli Stati Uniti a Putin: pace subito o sanzioni a manetta
(Ansa)
  • Trump teme figuracce come in Afghanistan e ammonisce lo zar. Il «Wsj» critica il nuovo inviato speciale Usa: «Gli manca l’esperienza diplomatica». Zelensky: «Per la tregua, dateci 200.000 soldati europei e americani».
  • L’Idf: «Colpite infrastrutture e smantellati esplosivi piazzati sulle strade. Uccisi dieci terroristi». Allarme dell’Onu: «Tel Aviv può annettere la Cisgiordania». Aiuti a Gaza.

Lo speciale contiene due articoli.

Si avvicina il momento in cui Donald Trump e Vladimir Putin si parleranno. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che il Cremlino sta provvedendo ai necessari «preparativi interni» per una telefonata tra i due presidenti. «Quando probabilmente sentiremo qualcosa di più chiaro e concreto da Washington, allora inizieremo a coordinare orari e questioni organizzative», ha spiegato. Il tycoon, intanto, non risparmia pressioni diplomatiche allo zar. «Zelensky vuole trovare un’intesa», ha dichiarato dallo Studio ovale il giorno del suo insediamento, mentre firmava i vari ordini esecutivi che tanto stanno facendo discutere. «Non facendo un accordo, Putin distrugge» il suo Paese. «In caso contrario», continua riferendosi alla necessità di un’intesa, «la Russia sarà in un grosso guaio, guardate l’economia e l’inflazione».

Parole esplicitate meglio ieri in un post su Truth (il suo social network): «Non voglio danneggiare la Russia», scrive Trump. «Amo il popolo russo e ho sempre avuto un ottimo rapporto con il presidente Putin […]. Non dobbiamo mai dimenticare che la Russia ci ha aiutato a vincere la Seconda guerra mondiale, sacrificando quasi 60 milioni di vite». «Detto questo», prosegue, «sto per fare un grande favore alla Russia, la cui economia è in difficoltà, e al presidente Putin: ponete fine a questa guerra ridicola ora! Le cose andranno solo peggio». Poi la minaccia: «Se non raggiungiamo un accordo, e presto, non avrò altra scelta che imporre alti livelli di tasse, dazi e sanzioni su qualsiasi cosa venga venduta dalla Russia agli Stati Uniti e ad altri Paesi partecipanti». «Mettiamo fine a questa guerra», conclude, «che non sarebbe mai iniziata se fossi stato io presidente! Possiamo farlo nel modo facile o nel modo difficile – e il modo facile è sempre il migliore. È ora di «concludere un accordo». Non devono essere perse altre vite».

Durante la campagna elettorale, il tycoon aveva promesso di risolvere il conflitto molto velocemente. Ora si tratta di capire come. Il Wall Street Journal, autorevole quotidiano statunitense, non ripone molta fiducia in Keith Kellogg, inviato speciale per Ucraina e Russia voluto da Trump con l’obiettivo di porre fine alla guerra in 100 giorni. Secondo la testata, questi manca dell’esperienza diplomatica necessaria per raggiungere un accordo con un soggetto ostico come Putin. Volodymyr Zelensky, invece, ha dichiarato che qualsiasi accordo di pace con la Russia richiederebbe almeno 200.000 soldati europei dispiegati sul territorio. «È un minimo», ha sottolineato. «Altrimenti non è niente». Il numero di militari indicato, forse, strizza l’occhio al tycoon, perché coincide con quello trapelato dopo l’incontro, avvenuto oltre un mese fa, tra lo staff dell’allora presidente eletto e quello del presidente ucraino. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha invece dichiarato che per la conclusione del conflitto in Ucraina servono «accordi affidabili e giuridicamente vincolanti, che dovrebbero prevedere un meccanismo per l’impossibilità di violazione». In altre parole, viene ribadita la necessità di garanzie sicure sul fatto che l’Ucraina rimanga fuori dalla Nato. E non è detto che Trump sia disposto a concedere questa vittoria al Cremlino.

Trump che, da quanto trapela, non vuole «una seconda Kabul» e, dunque, non pensa a un disimpegno unilaterale, benché miri a far pesare l’onere del sostegno sugli europei. Dall’altra parte, Zelensky ha sostenuto che qualsiasi forza di peacekeeping in Ucraina deve necessariamente includere gli Stati Uniti. «Il conflitto deve finire», ha dichiarato il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, in un’intervista alla Cbs, ma in maniera «sostenibile». «Il che significa che non vogliamo semplicemente che il conflitto finisca per poi riprendere tra due, tre o quattro anni. Vogliamo portare stabilità».

Dall’Ue, invece, la musica è sempre la stessa. «Non c’è assolutamente alcun dubbio che possiamo fare di più per aiutare l’Ucraina», ha detto Kaja Kallas, l’Alto rappresentante per gli affari esteri, alla conferenza annuale dell’Agenzia per la difesa Ue (Eda). «Con il nostro aiuto, possono vincere la guerra. L’unica lingua che parla Putin è quella della forza. L’Ue ha forza. Le economie dei Paesi Ue insieme sono 17 volte più grandi di quella russa. Dobbiamo forzare la sua mano per mostrargli che perderà. E fermarlo prima che attacchi uno dei nostri». «La gente dice che sono un falco sulla Russia. Beh, amo dire che sono realista», ha anche aggiunto Kallas, le cui origini estoni condizionano il suo operato, ma il cui Stato rappresenta non più dello 0,3% della popolazione Ue.

In casa nostra, ieri Guido Crosetto, dopo aver incassato il sì dal Senato martedì, si è recato alla Camera per le comunicazioni sulla proroga al 31 dicembre 2025 degli aiuti all’Ucraina. «Siamo dalla parte del popolo e non dei criminali di guerra», ha affermato il ministro della Difesa riprendendo un passaggio dell’intervento di Chiara Appendino dei 5 stelle. Sì, quei 5 stelle il cui leader Giuseppe Conte si oppone fortemente all’invio di armi a Kiev. «Questo non vuol dire che abbiamo dimenticato la nostra amicizia decennale con la Russia», ha comunque aggiunto Crosetto.

In ogni caso, la risoluzione di maggioranza – dopo Palazzo Madama – è passata anche a Montecitorio con 181 voti favorevoli, 48 contrari e 64 astenuti, tra cui Pd e Italia viva.


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