Paradisi fiscali made in Ue. La denuncia resta chiusa nella scrivania di Gentiloni
  • Bruxelles non ferma la concorrenza sleale fra Stati membri, che costa all’Italia 3,9 miliardi l’anno. Si susseguono studi inutili, visto che mancano le sanzioni.
  • Il segretario del Partito comunista, Marco Rizzo, convocato dall’ambasciatore dei Paesi Bassi dopo un post online: «Ci danno degli spendaccioni perché abbiamo un debito alto, ma è anche colpa dei loro stratagemmi elusivi»
  • Le triangolazioni dell’Olanda per portare i soldi alle Cayman.
  • La corporate tax al 12,5% in Irlanda attira i colossi del Web
  • Diritto societario flessibile e no alla doppia imposizione: la strategia del Lussemburgo.
  • I trucchi legali adottati a Malta per non pagare né in patria né sull’isola

Lo speciale contiene sei articoli.

L’Unione europea traballa sul fisco. La mancata armonizzazione fiscale su diversi temi, come la tassazione per le imprese, genera gap normativi che alcuni Stati membri sfruttano a loro favore per attirare un maggior numero di investimenti diretti esteri. Non è infatti un mistero che all’interno dell’Ue ci siano diversi paradisi fiscali, che riscuotono successo anche a livello internazionale. E parliamo dell’Olanda, di Malta, di Cipro, del Lussemburgo, dell’Irlanda e (fino al completamento della Brexit) del Regno Unito. Paesi che mettendo in campo schemi elusivi sofisticati sottraggono entrate fiscali ad altri Stati membri.

Secondo diversi studi internazionali i Paesi maggiormente colpiti da questi meccanismi fiscali, all’interno dell’Ue, sono l’Italia (3,9 miliardi), la Francia (7 miliardi), la Germania (4 miliardi) e la Spagna (2,5 miliardi). In generale a livello europeo si perdono ogni anno circa 27 miliardi di dollari di imposte sulle società. E dunque i paradisi fiscali all’interno dell’Unione europea nel corso degli anni sono riusciti a racimolare un bel tesoretto sottraendolo agli alleati.

Ma cosa ha fatto la Commissione in merito? Nulla. Nel corso degli anni si è cercato di fare direttive per riordinare il caos fiscale tra i vari Paesi ma il risultato non è cambiato: continuano a esistere e a proliferare i paradisi fiscali Ue. Nel 2017, dopo i vari scandali fiscali internazionali che avevano visto coinvolti anche alcuni paradisi fiscali europei, si è tentato di dar vita a una lista nera. L’obiettivo era quello di sconfiggere una volta per tutti l’esistenza dei regimi elusivi e garantire più equità. Il problema è che si sono presi in considerazione solo i paradisi fiscali al di fuori dell’Europa. Più di una volta, durante le varie riunioni delle commissioni speciali, gli allora commissari Pierre Moscovici e Jean-Claude Juncker hanno sostenuto che all’interno dell’Ue non ci fossero paradisi fiscali e che tutti gli Stati membri fossero «compliant», ovvero conformi, dal punto di vista fiscale. E dunque da una parte si aprivano indagini su Apple e Irlanda o Fiat e Olanda e si concludevano sostenendo che fossero stati messi in campo degli schemi elusivi sofisticati, e dall’altra si negava l’esistenza di paradisi fiscali all’interno dell’Unione.

Per cercare di mettere una pezza a questa profonda ipocrisia la Commissione e il commissario dell’Economia di turno producono raccomandazioni sui vari Stati membri, evidenziando la presenza di sistemi fiscali problematici. L’ultimo arrivato è stato presentato da Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, che ha sottolineato come ci siano alcuni sistemi fiscali nazionali che sono ancora usati dalle aziende per fare pianificazioni aggressiva. E dunque ha anche ricordato il problema di una concorrenza fiscale sleale all’interno dell’Ue. Il riferimento è sempre ai soliti noti: Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Cipro. La Commissione ha dunque proceduto a evidenziare i vari «punti deboli» fiscali dei Paesi in esame. Tutto corretto, se non fosse che già nel 2018 si erano messe sotto osservazione queste giurisdizioni e che si tratta di mere raccomandazioni.

Report dove si mette nero su bianco l’esistenza di queste problematiche senza però procedere con delle misure sanzionatorie non hanno modificato in passato e non modificheranno di certo in futuro la situazione. A tutto questo si aggiunge anche il fatto che avere come partner europei dei tax havens rallenta, se non danneggia, tutte le iniziative fiscali che l’Ue aveva in mente. Questo perché per dare il via a qualsiasi tassazione comune a livello Ue (come la Web tax) ci vuole il consenso da parte di tutti gli Stati membri. Anche solo l’opposizione di uno solo rende l’iniziativa nulla. E caso vuole che con i progetti fiscali più ambiziosi sia finito tutto in un nulla di fatto, sempre a causa dei soliti noti.

L’ultimo esempio è la tassazione dei giganti del Web. La Commissione aveva addirittura avanzato due proposte. Dopo più di un anno di discussione nessuna delle due è stata approvata. E questo perché i paradisi fiscali all’interno dell’Ue sono contrari a una tassazione comune dei giganti del Web. Il motivo? Avrebbero perso, se la Web tax fosse stata approvata, le entrate che tutti gli anni vengono garantite in modo costante dalle multinazionali.

Con il Recovery fund, il piano da 750 miliardi di euro che ha l’obiettivo di cercare di salvare l’economia europea, il problema si riproporrà. Infatti, per poterlo finanziare, l’Ue sta pensando di spingere l’acceleratore sul progetto di fiscalità europea. E dunque sul fatto che l’Unione possa avere delle risorse proprie da spendere come meglio crede. Per creare una base di partenza di questi fondi si sta dunque pensando a riproporre la Web e carbon tax. Due progetti che erano stati accantonati e che probabilmente – visto l’attuale sistema di voto per le questioni fiscali, la prevalenza degli egoismi nazionali e la presenza di paradisi fiscali che non hanno alcun interesse nel far approvare queste tassazioni – naufragheranno a breve.


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