La scelta dell’Opec sul taglio dei barili fa irritare Biden. Putin invece gongola
  • Il prezzo del petrolio si alzerà. E Mosca si avvicina all’Arabia Saudita, con cui il presidente Usa vuole «rivedere» le relazioni.
  • «Dribblo le sanzioni, nulla di illegale». L’imprenditore trevigiano Sergio Bonesso che vende prodotti petroliferi russi ai Paesi che non impongono blocchi: «Politica e commercio devono viaggiare lungo strade diverse».

Lo speciale contiene due articoli.

Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha difeso a spada tratta la scelta dell’Opec+ di dare un taglio da oltre due milioni di barili al giorno per tenere alti i prezzi del greggio. «La Russia e gli Emirati Arabi Uniti lavorano attivamente nell’Opec+ e le decisioni dell’organizzazione non sono dirette contro nessuno», ha detto ieri il numero uno del Cremlino. In effetti, però, la scelta avvicina (e non poco) Mosca all’Arabia Saudita, visto che l’aumento dei prezzi di fatto rappresenta un grande aiuto per la Russia, tra i maggiori esportatori di greggio al mondo.

Il problema è che questa scelta rischia di mettere in crisi i rapporti con il G7 dopo che, proprio in queste settimane, il gruppo dei Sette è al lavoro per imporre un tetto al prezzo del greggio russo sul mercato globale.

In effetti, la scelta dell’Opec+ non è stata per nulla gradita dal presidente americano Joe Biden che fatto notare di sentirsi tradito dal principale partner arabo.

Come risposta alla scelta di Riad, il presidente americano ha reagito ordinando al dipartimento dell’Energia di mettere sul mercato a novembre 10 milioni di barili dalla Strategic petroleum reserve (Spr), la più grande riserva mondiale di greggio, nata nel 1975. In realtà, però, la scelta sta preoccupando gli esperti perché le riserve sono già oggi ai livelli più bassi dal 1984.

Come ha fatto notare il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, in un’intervista alla Cnn, a seguito delle decisioni sui tagli, Joe Biden ha intenzione di «rivedere» le relazioni con l’Arabia Saudita: «Il presidente è stato molto chiaro sul fatto che questo è un rapporto che dobbiamo continuare a rivedere, che dobbiamo essere disposti a ricalibrare», ha detto.

D’altronde, per Biden questo rappresenta a tutti gli effetti uno sgambetto da parte dell’Arabia Saudita. Dopo il viaggio del presidente a Gedda tre mesi fa, la speranza era che vi fosse una riconciliazione con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, accusato di aver architettato l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi e che questo portasse a un avvicinamento tra i due Paesi.

Al contrario, i sauditi sembrano essersi ora schierati con Mosca. Stando ad alcune indiscrezioni, gli Stati Uniti avevano messo l’Opec+ davanti una scelta: o lo Zio Sam o Mosca. Per cercare di spingere l’Opec+ ad avvicinarsi a Washington il presidente Biden aveva spedito in Arabia Saudita Amos Hochstein, l’inviato speciale per l’Energia, e il funzionario della sicurezza nazionale Brett McGurk per discutere di questioni energetiche.

Il ministro dell’energia di Riyadh, il principe Abdulaziz bin Salman, ha risposto senza mezzi termini. «Ci preoccupiamo prima di tutto degli interessi del regno dell’Arabia Saudita, quindi degli interessi dei Paesi membri dell’Opec e dell’alleanza Opec+», ha detto.

Il vero problema, è che saremo noi occidentali a pagare le spese di questa scelta. «Il taglio di due milioni di barili al giorno dell’Opec+ ha esercitato maggiore pressione sulle infrastrutture energetiche già sotto stress negli Stati Uniti e in Europa», spiega alla Verità Will Rhind, amministratore delegato e fondatore di GraniteShares. «Nonostante i timori che l’economia globale stia entrando in recessione, il prezzo del petrolio è salito sulla scia dei tagli annunciati. È probabile che l’offerta di petrolio rimanga limitata poiché non ci sono Paesi con capacità inutilizzata in grado di compensare i tagli. Con l’Opec+ apparentemente disposto a difendere il prezzo del petrolio in un momento in cui l’economia globale ha più bisogno di approvvigionamento, è probabile che i prezzi rimarranno più alti e più a lungo e potrebbero superare di nuovo i 100 dollari al barile prima della fine dell’anno».

«L’Opec in genere riesce a mantenere promesse solo nel breve periodo», aggiunge sempre alla Verità Massimo Siano, responsabile per il Sud Europa di 21Shares. «Ovviamente questa non è una buona notizia e potrebbe far salire il prezzo del Wti oltre i 100 dollari al barile. Ciò aumenterebbe ancor di più la spirale inflazionistica globale e costringerebbe le banche centrali a rivedere al rialzo i loro obiettivi sui tassi d’interesse. Il rialzo dei tassi è la soluzione più drastica per far scendere il prezzo dei combustibili fossili, ma qualora dovesse accadere il danno collaterale sarà il rallentamento della crescita».

D’altronde, la speranza è proprio quello di un aumento delle entrate. Arabia Saudita e Mosca sperano entrambe che i tagli aumentino le entrate per questi due Paesi, soprattutto per la Russia, fiaccata da una guerra lunga e costosa.

«Il rischio macroeconomico sta peggiorando. I sauditi sapevano che il taglio avrebbe irritato Washington ma stanno gestendo il mercato», ha spiegato alla Reuters Ben Cahill, ricercatore presso il Center for strategic and international studies. Senza contare che a Riad chiaramente non piace l’idea di un tetto al prezzo russo, fattore ritenuto un meccanismo di controllo non di mercato che potrebbe essere utilizzato da un cartello di consumatori contro i produttori.

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