- Più di 50 vittime schiacciate dalla folla durante la tumulazione del numero due del regime. Ali Khamenei stanzia 225 milioni per la ritorsione. Washington in allarme: paura di attacchi con droni. E vieta i telefonini alle truppe.
- Pechino approfitta del vuoto geopolitico per estendere la sua influenza nell’area. Pronti supporti economici e militari al Paese. E anche la Russia offre i suoi missili.
Lo speciale contiene due articoli.
«Affollamento fuori controllo», «folla oceanica», «marea umana» e tante altre espressioni simili. A questo abbiamo dovuto assistere ieri leggendo i siti dei giornali italiani sull’arrivo della bara e il corteo funebre che ha preceduto la sepoltura del generale pasdaran Qasem Soleimani a Kerman, in Iran, la sua città natale.
Ciò che non abbiamo letto, invece, è com’è stata creata quella calca. Se alle piazze si arriva da quattro strade, l’amministrazione iraniana ha scelto di destinarne tre a chi entra e solo una a chi esce. Così, le autorità locali ieri sono state costrette a rinviare per ragioni di pubblica sicurezza la sepoltura di Soleimani: almeno 56 persone morte calpestate e altre 200 rimaste ferite durante la cerimonia. La sepoltura è stata portata a termine nel pomeriggio, dopo che il mezzo che trasportava le salme del generale e di un’altra vittima del raid statunitense era rimasto bloccato nella calca e non aveva raggiunto il cimitero.
Nonostante morti e feriti, il regime è riuscito a mettere in piedi un altro spettacolo antioccidentale. C’erano le bandiere rosse di chi chiede vendetta. Si sono sentiti gli slogan contro gli Stati Uniti di Donald Trump, ma anche contro Israele e il Regno Unito. «Se gli Stati Uniti non se ne andranno dal Medio Oriente, per gli americani sarà un nuovo Vietnam», è stato uno dei cori più gridati dalla folla.
Con la cerimonia a Kerman si concludono anche i tre giorni di lutto per la morte del generale proclamati dalla Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. E la risposta iraniana potrebbe arrivare a breve. Il Parlamento di Teheran ha già approvato all’unanimità una mozione che designa l’esercito americano e il Pentagono come «organizzazioni terroristiche» e ha aumentato i fondi a disposizione dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, i Pasdaran, fino al 20 marzo. La misura, ha spiegato il portavoce del Parlamento di Teheran, Ali Larijani, è pari all’equivalente di 225 milioni di dollari, in linea con l’intenzione di eseguire una «dura vendetta» contro gli Stati Uniti. Il tutto dopo la decisione del Parlamento iracheno di vincolare il governo a espellere le truppe americane. Un’eventualità contro cui si è scagliato il presidente Trump, tanto che alcuni suoi funzionari hanno già scritto una bozza di sanzioni contro l’Iraq nel caso in cui l’esecutivo accolga la richiesta dell’Aula.
Inoltre, secondo fonti iraniane interpellate dal New York Times, l’ayatollah Khamenei durante la riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano ha dato indicazioni precise. La risposta dell’Iran agli Stati Uniti dovrà essere «un attacco diretto e proporzionato agli interessi americani» e «chiaramente messo in atto dalle stesse forze iraniane». Dopo i missili degli alleati sciiti di alcuni giorni fa, Teheran vuole agire autonomamente. «Per la rabbia scatenata dall’uccisione del comandante militare, uno stretto alleato e un amico personale del leader supremo, l’ayatollah è disposto a mettere da parte le tradizionali cautele», scrive il New York Times. Il segretario del Consiglio, il contrammiraglio Ali Shamkhani, ha annunciato che «13 scenari sono stati valutati nel Supremo consiglio di sicurezza nazionale per la vendetta dell’Iran dopo l’assassinio del generale Soleimani, e anche il più debole di questi sarà un incubo storico per gli Usa».
Gli Stati Uniti si preparano alla reazione. Le forze Usa e le batterie missilistiche per la difesa aerea in Medio Oriente sono state poste in stato di massima allerta contro eventuali attacchi con droni: è stata addirittura vietata la connessione online alle truppe, quindi niente telefonini né tablet per paura dell’apparato informatico delle forze iraniane, molto efficiente. Smentite dal Pentagono le possibilità di un attacco sui siti culturali iraniani e le notizie circa un ritiro delle truppe americane dall’Iraq.
In attesa del vertice un vertice straordinario dei ministri degli Esteri dell’Ue che si terrà venerdì e della visita del segretario di Stato americano Mike Pompeo prevista per la prossima settimana, anche i Paesi europei reagiscono. La Germania ha annunciato che ritirerà alcune delle sue truppe schierate in Iraq nell’ambito della della coalizione anti Isis. La Francia ha comunicato che non porterà i suoi uomini fuori dal Paese. Parte del contingente italiano di stanza nell’area di Baghdad, invece, sarà dislocato in altre zone «per la salvaguardia del personale impiegato».
Ma Washington apre la porta al dialogo. Assicurando che Teheran «non metterà le mani sull’arma nucleare», in conferenza stampa il segretario Pompeo ha aggiunto che gli Stati Uniti sperano che l’Iran «comportarsi come uno Stato normale». Poco dopo ecco ribadita la ragione dietro l’uccisione di Soleimani: «Quello che ci preoccupa sono le guerre per procura combattute dall’Iran nella regione». È da un nuovo accordo nucleare e dalla rinuncia alle mire sulla Mezzaluna sciita che è Washington è disposta a riaprire i colloqui con Teheran.
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