- L’Eliseo punta a organizzare le elezioni a dicembre, come ventilato in un incontro (da cui siamo stati esclusi) con i due leader che si sono spartiti il Paese. Una mossa per indebolire l’Italia ora che Palazzo Chigi cerca di tornare protagonista in Africa.
- Stime negative del Fmi. Nuova polemica: c’è la pressione fiscale più alta d’Europa.
Lo speciale contiene due articoli
La Libia rappresenta la faglia geopolitica tra l’Italia e la Francia che rischia di devastare le capacità di ricomposizione dei conflitti dell’Unione europea e di influire pesantemente sul futuro assetto dello scacchiere mediterraneo. Se con la cacciata di Muammar Gheddafi, cogliendo la scusante favorevole delle rivoluzioni arabe di primavera, a Parigi speravano di togliere la Libia alla sfera d’influenza italiana spronando un riassetto più favorevole degli equilibri politici nord africani a lungo congelati, ora incominciano a comprendere che le avventure neocolonialiste portano molti più problemi di quanti possano gestirne dei Paesi che culturalmente non sono più attrezzati ad amministrare politiche di potenza.
Oggi siamo lontani dai mesi immediatamente successivi all’intervento, cosiddetto umanitario, della Francia, al quale si accodarono l’Italia ed il Regno Unito per cercare di difendere i propri interessi prevedendo di spezzettare, qualora necessario per contenere le pretese di Parigi, il futuro assetto della Libia in tre Stati ben distinti.
Tuttavia da anni oramai la situazione sul terreno, nonostante l’ipocrisia della comunità internazionale che a parole continua a difendere l’unità di facciata dello Stato libico, rispecchia i piani di divisione del Paese sulla base dei confini che in passato definivano la Cirenaica, la Tripolitania e il Fez. Quando negli anni passati i governi italiani erano caratterizzati da una forte debolezza internazionale ed erano disposti a subire ricatti pur di sopravvivere finanziariamente, la nostra presenza in Libia ha avuto un approccio debole con cui si sperava di riuscire a calmierare la pressione migratoria e di non danneggiare le attività dell’Eni.
Per dimostrare l’inconsistenza della nostra posizione, a maggio Emmanuel Macron ha perfino convocato a Parigi una riunione di tutte le parti coinvolte nella questione libica escludendo dal consesso i vertici italiani. In quell’occasione il generale Khalifa Haftar, capo indiscusso della Cirenaica, Fayez Al Sarraj, presidente della Libia riconosciuto dall’Onu, e i rappresentanti delle varie istituzioni del Paese africano diedero il loro sostegno – non la firma, in quanto gli attori a vicenda non si riconoscono – alla dichiarazione con cui si fissavano per dicembre le elezioni parlamentari.
La settimana scorsa, per sostenere il piano di marcia, il ministro degli Esteri francese Jean Yves Le Drian si è recato in visita in Libia, dove ha incontrato sia i rappresentanti ufficiali di Tripoli, sia quelli della ribelle Tobrouk e si è concesso una chiacchierata anche con Haftar a Bengasi, la città che il generale libico considera il simbolo della sua isolata resistenza contro l’Isis e della quale oggi in gran parte rimangono solo desolanti macerie.
Nonostante le frasi di circostanza del ministro francese, riportate con gallica sicumera da Le Figaro, confermino il convincimento che le elezioni possano tenersi prima della fine dell’anno, all’Eliseo la tensione è palpabile. Macron sa bene che l’Italia sta riprendendo geopoliticamente quota e che con poche mosse ben studiate è riuscita a reinserirsi con credibilità tanto nella vicenda libica, quanto in tutte le questioni importanti del Nord Africa.
Le danze sono state aperte dal viaggio esplorativo di Matteo Salvini a Tripoli nel mese di giugno. Nel frattempo gli Stati Uniti di Donald Trump sono tornati a preferire Roma a Parigi grazie a una posizione anti tedesca assai più credibile. L’Egitto, alleato americano in Medio Oriente e grande beneficiario delle attività di Eni, ha ricevuto Salvini, che ha così potuto inviare attraverso il presidente egiziano Abd Al Fattah Al Sisi qualche messaggio politico ad Haftar, da mesi alla ricerca di un canale semi ufficiale di comunicazione con il governo italiano che gli permetta di svincolarsi in parte dall’abbraccio di Macron e di segnalare il proprio pragmatismo a Washington. Infine pochi giorni fa si è recata da Al Sarraj il ministro della Difesa italiano, Elisabetta Trenta, per informare le istituzioni libiche sostenute dall’Onu che per l’Italia le elezioni possono essere solo il risultato di un processo inclusivo di stabilizzazione del Paese, e che spera di poter incontrare a breve anche Haftar.
L’Italia, con realismo strategico, sta finalmente legittimando il secondo fronte di comunicazione rubando Haftar alla Francia, abilitandone la figura internazionalmente e contestando l’ammissibilità geostarategica di una Libia protettorato francese. La settimana prossima l’assemblea della Cirenaica dovrebbe avviare le procedure legislative per le elezioni di dicembre. A questo punto è assai facile prevedere che la complessità dello scacchiere sociale libico e le forti rivalità personali dei principali attori coinvolti ostacoleranno lo svolgimento delle elezioni così come programmate da Parigi senza l’Italia. Ma soprattutto non è difficile prevedere che Parigi utilizzerà nei prossimi mesi ogni mezzo per indebolire l’immagine e la stabilità del nostro Paese a livello internazionale.
Quel che manca all’Italia è un sistema d’intelligence economica e geopolitica da anni implementato da tutti i principali Paesi rivali, e in cui Parigi è storicamente all’avanguardia.
Laris Gaiser
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