Netanyahu: «Due Stati? Non se ne parla»
Benjamin Netanyahu (Ansa)
  • Washington tratta con le nazioni arabe che fingono di occuparsi di Gaza ma rifiutano di garantire per Hamas. Così Gerusalemme dice no al piano scritto dagli Usa: «Non è tempo di fare regali. Adesso il nostro unico obiettivo è la vittoria totale contro Hamas».
  • I Giovani palestinesi assediano la sede Rai di Bologna: scontri con la polizia.

Lo speciale contiene due articoli.

Il direttore della Cia, William Burns, è arrivato ieri mattina in Israele in vista di un incontro con il primo ministro Benjamin Netanyahu, come confermato da un funzionario israeliano al Times of Israel. Netanyahu ha preferito incontrare Burns anziché inviare una delegazione a Il Cairo, dove si stanno svolgendo colloqui con Hamas per tentare di raggiungere un accordo sugli ostaggi. I negoziati continuano, ma incontrano delle difficoltà perché Hamas continua a cambiare le condizioni, senza dimenticare che al suo interno c’è divisione sul futuro della guerra e nessuno è in grado di sapere se Yaya Sinwar, capo militare sparito dai radar da due settimane e sul quale stanno circolando voci non confermate su una possibile morte, è informato sugli sviluppi delle trattative. In ogni caso secondo varie fonti, le discussioni si sono arenate principalmente sul numero di detenuti palestinesi richiesti da Hamas (150-200 per ogni prigioniero) per accettare l’accordo sugli ostaggi. In tal senso il Qatar sta aspettando da martedì una risposta da Hamas al feedback israeliano sulla proposta di un accordo.

Il leader dell’Ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha dichiarato ad al-Arabiya che qualsiasi accordo tra Israele e Hamas «deve includere un impegno per un cessate il fuoco immediato, il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza e un serio scambio di prigionieri». Il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagar, ha invece commentato l’operazione avvenuta ieri nell’ospedale Nasser a Khan Yunis, dove si ritiene che Hamas abbia tenuto ostaggi israeliani: «Ci sono informazioni credibili che ci possano essere i corpi dei rapiti nella struttura sanitaria e noi vogliamo trovarli e recuperarli. Come è stato dimostrato all’ospedale Shifa, al-Rantisi, all’Amal e in molti altri, Hamas usa sistematicamente gli ospedali come centri del terrore».

Oltre al tavolo sul quale si discute di un cessate il fuoco e del rilascio degli ostaggi, gli Stati Uniti – insieme a diversi Paesi arabi – stanno elaborando un piano per il post conflitto tra Hamas e Israele. Questo piano include la definizione «di una tempistica certa» per l’istituzione dello Stato palestinese. Tale strategia è stata riportata dal Washington Post, il quale tuttavia evidenzia l’incertezza riguardo all’accettazione da parte di Israele. Il piano si basa sul cessate il fuoco tra Israele e Hamas: durante questa tregua, prevista per almeno sei settimane, gli Stati Uniti intendono rendere pubblico il piano e avviare le prime fasi della sua implementazione, compreso il sostegno alla formazione di un governo palestinese provvisorio. Pronta la replica dell’ufficio di Netanyahu, che ha respinto le richieste di una soluzione a due Stati, dichiarando che «non è il momento di discutere di regali ai palestinesi». Avi Hyman, portavoce dell’ufficio del primo ministro israeliano, ha affermato durante una conferenza stampa con la Cnn: «Ora non è il momento di parlare di concessioni al popolo palestinese». Mentre alla domanda sul piano degli Stati Uniti e dei Paesi arabi, Hyman ha risposto: «Ecco, in Israele siamo ancora all’indomani del massacro del 7 ottobre. Ora è il momento della vittoria totale contro Hamas. E continueremo sulla strada verso la vittoria. Tutte le discussioni sul giorno dopo Hamas si svolgeranno il giorno dopo Hamas», ha concluso Hyman.

Qui la questione è molto semplice e noi della Verità lo abbiamo ascoltato più volte nei briefing ai quali abbiamo partecipato negli scorsi giorni in Israele. A Gerusalemme hanno due obbiettivi, che sono ritenuti imprescindibili e sui quali non si tratta: la completa distruzione di Hamas, il ritorno a casa degli ostaggi che sono ancora in vita e il recupero delle salme delle vittime. Inoltre, l’operazione di Rafah è ritenuta inevitabile perché è lì che ci sono gli ultimi bastioni di Hamas. Per evitare che ciò accada, una soluzione c’è e passa dall’impegno militare dell’Egitto e del Qatar che potrebbero entrare e distruggere, ad esempio, gli ultimi depositi di armi e missili. Dato che non intendono assumersi responsabilità dirette nella Striscia di Gaza, Israele non si fida di ciò che potrebbe accadere durante una tregua ed è obbligato a farlo, ampliando la sua fascia di sicurezza.

Ieri le forze di difesa israeliane (Idf) hanno dichiarato di aver eliminato in un attacco nel Sud del Libano la notte precedente Ali Muhammad al-Debes, un comandante senior di Hezbollah della forza d’élite Radwan, e il suo vice Hassan Ibrahim Issa. Funzionari libanesi hanno detto che dieci persone sono state uccise nell’attacco, tra cui tre uomini di Hezbollah e sette civili in una famiglia. Un funzionario della sicurezza libanese ha detto che i membri di Hezbollah erano al piano terra dell’edificio colpito, mentre la famiglia era al piano superiore. L’Idf ha anche annunciato di aver ucciso all’ospedale Shifa Ahmed Gul, un comandante di Hamas che ha partecipato al massacro del 7 ottobre in Israele e che teneva in ostaggio un soldato, Noa Marciano. Infine, il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha dichiarato su X di aver intercettato una spedizione di armi proveniente dall’Iran e destinata al gruppo yemenita Huthi, sostenuto da Teheran. «Su una nave nel Mar Arabico sono state confiscate armi convenzionali avanzate e altre forniture letali provenienti dall’Iran e dirette verso aree dello Yemen controllate dagli Huthi». Il Centcom ha anche rivelato la scoperta di «oltre 200 pacchi contenenti componenti di missili balistici a medio raggio, esplosivi, parti di veicoli subacquei senza pilota, apparecchiature di comunicazione militare e gruppi di lanciatori di missili anticarro guidati».

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