Isis e nuove milizie. Se la Siria esplode rischiamo anche noi
L'attentato alla chiesa di Damasco del 22 giugno (Ansa)
  • L’attentato alla chiesa di Damasco è opera di un gruppo appena nato. I negoziati con Israele e le ambiguità del leader Al Sharaa.
  • L’esperta Elisa Garfagna: «Oggi lo Stato islamico si concentra su Africa e Medio Oriente. I terroristi sfruttano l’Intelligenza artificiale e la conoscenza dei social. Il loro target sono gli adolescenti. Obiettivo: radicalizzare e reclutare».
  • Nell’agosto 2023 lo Stato islamico ha annunciato l’insediamento di un nuovo comandante: Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi. La nomina è stata resa pubblica tramite un messaggio audio diffuso dalla macchina propagandistica jihadista, nel quale il nuovo portavoce del gruppo, Abu Hudhayfah al-Ansari, ha proclamato la sua lealtà al nuovo «califfo».

Lo speciale contiene tre articoli.

Il canale libanese Lbci ha riferito domenica scorsa, citando fonti a conoscenza degli sviluppi in Siria, sulle condizioni poste da Damasco per un accordo di pace con Israele. Secondo il rapporto, le condizioni includono il riconoscimento israeliano del regime del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, il ritiro dai territori conquistati da Israele dallo scorso dicembre e dalla zona cuscinetto del Golan, la cessazione degli attacchi aerei israeliani in Siria e accordi di sicurezza nella Siria meridionale, in particolare lungo il confine e la zona trifrontaliera con la Giordania. Ma la cosa più importante, secondo il rapporto, è che la Siria pretende dagli Stati Uniti garanzie per gli accordi e il sostegno americano al regime siriano. In cambio, la Siria riconoscerebbe la sovranità israeliana sulle alture del Golan.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha annunciato l’interesse di Gerusalemme a estendere gli accordi di «pace e normalizzazione» anche a Siria e Libano. «Israele intende ampliare il perimetro degli Accordi di Abramo», ha affermato Saar in conferenza stampa, facendo riferimento agli storici patti mediati dagli Stati Uniti e siglati nel 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco. «Vogliamo includere altri Paesi, come la Siria e il Libano, nel processo di pace e normalizzazione, garantendo al contempo la tutela degli interessi fondamentali e della sicurezza nazionale di Israele», ha concluso il ministro.

Tutto avviene mentre un’inchiesta approfondita firmata da Reuters ha svelato nuovi dettagli inquietanti sull’uccisione sistematica di circa 1.500 cittadini siriani di etnia alawita, avvenuta nel corso di una violenta offensiva mirata lungo la costa mediterranea tra il 7 e il 9 marzo 2025. Secondo quanto emerso, gli attacchi sarebbero stati orchestrati da milizie riconducibili al nuovo governo siriano, attraverso una catena di comando che, secondo il rapporto, risalirebbe fino agli apparati centrali del potere a Damasco.

Nonostante la gravità delle violenze documentate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che dispone la revoca totale delle sanzioni americane nei confronti della Siria, seguendo la linea già intrapresa in precedenza anche dall’Ue. Secondo quanto comunicato ufficialmente dalla Casa Bianca, la misura è subordinata a una serie di impegni vincolanti che Damasco dovrà rispettare: l’espulsione di tutte le fazioni terroristiche palestinesi presenti sul proprio territorio, l’avvio di un processo di normalizzazione diplomatica con Israele e l’assunzione del controllo diretto sulle carceri in cui sono detenuti oltre 10.000 combattenti dello Stato islamico. Tali condizioni pongono sfide considerevoli per il governo guidato da al-Sharaa che, sebbene abbia adottato un profilo esteriore più moderato – «si è accorciato la barba», notano alcuni osservatori – resta, per molti analisti internazionali, profondamente radicato nell’ideologia jihadista.

Premesso che la pacificazione tra Israele e Siria è ancora lontana, un accordo di queto tipo non piace allo Stato islamico e al nuovo gruppo jihadista siriano chiamato Saraya Ansar al-Sunna (Squadroni dei sostenitori della Sunna), autore dell’attacco kamikaze in una chiesa cristiana qualche giorno fa a Damasco. Nonostante la perdita del controllo territoriale nel 2019 e l’eliminazione di buona parte del suo vertice, lo Stato islamico continua a costituire un pericolo concreto e duraturo nell’area siriana. Le più recenti valutazioni, provenienti da fonti delle Nazioni Unite e istituti di ricerca internazionali, stimano che il gruppo conti attualmente tra i 5.000 e i 7.000 combattenti attivi distribuiti tra Siria e Iraq. In quest’ultimo Paese, i jihadisti presenti nelle aree desertiche sarebbero meno di mille. Questi combattenti operano in piccole unità mobili, principalmente nelle zone aride della Siria orientale, in particolare nelle province di Deir Ezzor, Homs e Hama. Sfruttano l’assenza di un’autorità stabile, effetto collaterale della guerra civile, e le tensioni irrisolte tra il regime siriano, le forze curde e la coalizione internazionale a guida statunitense. Secondo gli analisti dell’International Centre for Counter-Terrorism (Icct), l’organizzazione ha rivoluzionato la propria strategia: ha abbandonato il modello di esercito regolare in favore di un’insurrezione armata, puntando su attentati mirati, azioni di sabotaggio e attacchi contro le truppe governative siriane, le milizie curde delle Forze democratiche siriane (Sdf) e bersagli civili. Le operazioni vengono pianificate attraverso una struttura di comando non centralizzata, che si avvale di sistemi di comunicazione criptati e dell’esperienza militare accumulata in oltre un decennio di conflitto.

A questa minaccia operativa si aggiunge un altro fronte d’allarme: la presenza di migliaia di jihadisti detenuti in carceri e campi di prigionia nel nord-est della Siria, sotto sorveglianza curda. Secondo le stime fornite dalle Sdf, oltre 10.000 membri dello Stato islamico — inclusi numerosi stranieri — sono rinchiusi in strutture spesso precarie e sovraffollate. A questi si aggiungono circa 60.000 donne e minori legati al gruppo, confinati nel solo campo di Al-Hol, da tempo considerato un epicentro potenziale di nuova radicalizzazione jihadista.

La destabilizzazione della Siria non è che una delle preoccupazioni delle intelligence occidentali dato che l’Africa e il Sahel sono il campo di battaglia dell’Isis e di al-Qaeda che si sfidano sulla pelle dei civili per la supremazia. Qui i numeri sono spaventosi perché secondo recenti stime i vari gruppi locali dell’Isis possono contare su almeno 10.000/15.000 miliziani mentre al-Qaeda si attesterebbe attorno ai 16.000 uomini (circa 8.000 solo in Somalia con gli Shaabab). Tutto questo è più vicino a noi di quanto possiamo immaginare perché attraverso le rotte dei migranti (come visto molte volte), arrivano in Europa uomini preparati alla guerra che possono contare su importanti appoggi locali. Il pericolo jihadista nell’Unione europea non è mai venuto meno, come mostra l’ultimo rapporto di Europol 2025 che analizza l’evoluzione del terrorismo nell’Unione europea, offrendo una sintesi dettagliata su attentati, operazioni di polizia e sentenze legate al jihadismo, all’estremismo di destra e sinistra, a moventi etno-nazionalisti e ad altre forme di violenza ideologica. Nel corso del 2024, 14 Paesi Ue hanno registrato complessivamente 58 episodi di matrice terroristica: 34 portati a termine, 5 falliti e 19 neutralizzati prima di entrare in fase operativa. Nello stesso periodo, sono stati effettuati 449 arresti in 20 Stati dell’Unione. Particolarmente preoccupante è il dato anagrafico degli indagati: circa un terzo degli arrestati per reati legati al terrorismo era composto da minorenni o giovani appena maggiorenni. Il caso più eclatante riguarda un ragazzo di soli 12 anni, coinvolto in un’indagine per aver partecipato all’organizzazione di un attacco terroristico. E questa è la notizia più brutta.

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