- La notizia, svelata dai russi quindi da verificare, testimonia l’escalation di Teheran. Eppure Biden dialoga con gli ayatollah.
- Netanyahu: «Ci sono pressioni internazionali che vorrebbero impedirci di entrare a Rafah, ma io le respingerò». Il leader dem al Senato americano: «Bibi ostacola la pace».
Lo speciale contiene due articoli.
Notizie inquietanti arrivano dal Mar Rosso. Stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti, gli Huthi avrebbero testato con successo un missile ipersonico, in grado di raggiungere i 10.000 chilometri orari. La stessa fonte ha anche riportato che il gruppo terroristico, spalleggiato dall’Iran, avrebbe intenzione di produrre questo tipo di missile per usarlo contro Israele, oltre che per effettuare attacchi nel Mar Rosso, nel Mar Arabico e nel Golfo di Aden. Se confermata, la notizia non potrebbe che rivelarsi preoccupante. Gli Huthi potrebbero essere infatti entrati in possesso di un’arma assai pericolosa: i missili ipersonici hanno una manovrabilità superiore a quelli balistici e risultano quindi più difficili da abbattere.
Certo: è possibile che questa notizia si riveli infondata e che sia semplicemente frutto di una mossa propagandistica per cercare di mettere sotto pressione Israele e l’Occidente. La stessa Casa Bianca ha parlato di informazioni «inaccurate», mentre un rapporto della Defense Intelligence Agency (Dia), pubblicato il mese scorso, non citava i missili ipersonici tra gli armamenti in mano al gruppo yemenita. Eppure la sola ipotesi che gli Huthi dispongano di un missile ipersonico desta preoccupazione. La domanda a cui rispondere, in caso, sarebbe quindi soprattutto una: chi potrebbe aver fornito loro la tecnologia necessaria per un’arma simile? I principali indiziati sono due. Il primo è la Russia: guarda caso, l’indiscrezione è arrivata da Ria Novosti, mentre a gennaio gli Huthi annunciarono che non avrebbero preso di mira navi russe e cinesi nel Mar Rosso. Il secondo indiziato è invece l’Iran che, appena a novembre scorso, ha presentato una versione aggiornata del suo missile ipersonico Fattah. Ricordiamo che, sempre secondo il rapporto della Dia, il regime khomeinista risulta uno dei principali fornitori di armamenti degli Huthi.
Non è infine neppure escludibile che la tecnologia militare per il missile ipersonico sia stata, in caso, messa a disposizione nell’ambito di un’azione congiunta tra Mosca e Teheran. L’Iran è del resto uno dei maggiori alleati mediorientali del Cremlino: gli ayatollah forniscono ai russi droni che vengono poi usati contro l’Ucraina, mentre a luglio 2022 Teheran siglò con Gazprom un accordo da 40 miliardi di dollari. Non solo. Questa settimana, si sono tenute esercitazioni navali congiunte tra Iran, Russia e Cina nei pressi del Golfo di Oman. Senza trascurare che, un anno fa, la Dia lanciò l’allarme sull’arsenale ipersonico di Pechino: quella stessa Pechino che, nel 2021, firmò un patto di cooperazione venticinquennale con Teheran.
D’altronde, al di là dei missili ipersonici, non è un mistero che il network regionale iraniano stia diventando sempre più pericoloso. Il problema è che l’amministrazione Biden non sembra capire come venire a capo di questa situazione. Il Financial Times ha rivelato ieri che a gennaio si sarebbero svolti in Oman dei colloqui segreti e indiretti tra Washington e Teheran: colloqui in cui, oltre a manifestare preoccupazioni per il programma nucleare iraniano, gli americani avrebbero chiesto al regime khomeinista di usare la sua influenza per convincere gli Huthi a fermare i loro attacchi nel Mar Rosso. Da Teheran hanno smentito di aver discusso degli Huthi con Washington, sostenendo che i colloqui si sarebbero limitati alla questione della revoca delle sanzioni.
Tuttavia, ammesso e non concesso che le cose siano andate così, è chiaro che Joe Biden continua a mantenere una linea blanda nei confronti degli ayatollah. Se veramente avesse chiesto agli iraniani di intervenire per moderare gli Huthi, il presidente americano non avrebbe compreso un elemento essenziale: Teheran non ha alcun interesse ad agire in quella direzione, perché ha tutto da guadagnare dall’instabilità del Mar Rosso. Se volesse imprimere una svolta alla crisi mediorientale, Biden dovrebbe semmai ripristinare la politica di «massima pressione» sull’Iran, che era stata inaugurata dall’amministrazione Trump e che l’attuale presidente ha improvvidamente abrogato nel 2021: una politica che, se tornasse in vigore, indebolirebbe indirettamente i gruppi paramilitari spalleggiati da Teheran e che, offrendo maggiore copertura a Israele, conferirebbe a Biden una leva significativa per convincere Benjamin Netanyahu a ridurre il proprio coinvolgimento militare nella Striscia di Gaza.
Il punto è che, se ripristinasse la linea del predecessore, l’inquilino della Casa Bianca dovrebbe ammettere davanti al mondo (e in piena campagna elettorale) il fallimento della propria politica mediorientale: una politica che ha sempre avuto il suo perno in un appeasement nei confronti del regime khomeinista. In tutto questo, mentre continua a mantenere una linea soft con gli iraniani, Biden si mostra duro con lo Stato ebraico. Ieri, la sua amministrazione ha imposto nuove sanzioni ai coloni israeliani, mentre il leader della maggioranza al Senato statunitense, il dem Chuck Schumer, ha esplicitamente invocato nuove elezioni in Israele: una posizione che, nonostante sia stata derubricata dalla Casa Bianca a opinione personale del senatore, è difficile credere non sia stata preventivamente concordata con Biden. Il problema è che una simile durezza con lo Stato ebraico, senza aver prima ripristinato la deterrenza verso Teheran, rischia di rendere ancora più baldanzosi il regime khomeinista e il suo pericoloso network regionale. Lo stesso comandante di Centcom, Michael Kurilla, ha di recente evidenziato un problema di deterrenza verso l’Iran.
Nel frattempo, Antonio Tajani ha sottolineato che «l’Italia non è in guerra» con gli Huthi. «Noi con gli Houthi vogliamo abbassare il tiro, non alzarlo. Ma siamo determinati nella difesa del traffico mercantile italiano nel Mar Rosso. Ecco perché abbiamo insistito che ci fosse un’operazione militare europea strettamente difensiva, Aspides, della quale noi abbiamo il comando operativo», ha detto.
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