Trump: «F-35 all’Arabia». Israele allarmato
Lockheed F-35 «Lightning II» in costruzione a Fort Worth, Texas (Ansa)
  • Il tycoon apre alla vendita dei «supercaccia» ai sauditi. Ma l’accordo commerciale aumenterebbe troppo la forza militare di Riad. Che già flirta con la Cina (interessata alla tecnologia). Tel Aviv: non ci hanno informato. In gioco il nuovo assetto del Medio Oriente.
  • Il viceministro agli Affari esteri arabo: «Noi un ponte per le trattative internazionali».

Lo speciale contiene due articoli.

Cinque anni dopo gli Accordi di Abramo, la politica di Donald Trump per ridisegnare il Medio Oriente torna di grande attualità durante il Salone aerospaziale degli Emirati che si svolge questa settimana. Se nel 2020 l’idea era quella di permettere a Israele di normalizzare le relazioni con l’Arabia Saudita, stabilendo rapporti con il mondo musulmano, tale azione avrebbe visto i sauditi ricevere un pacchetto di sicurezza dagli Usa che includeva i caccia stealth Lockheed Martin F-35 Lightning II. Ebbene, lunedì 17 novembre il presidente Trump ha annunciato che l’Arabia Saudita riceverà tali velivoli e che l’Arabia è «un grande alleato» degli Stati Uniti. Ma questo contratto, ancora tutto da scrivere, giocoforza cambierà gli equilibri di potere nella regione rafforzando Riad nel Medio Oriente, perché quella dei sauditi sarà la prima nazione araba a ricevere i velivoli più avanzati della Nato.

Al momento, però, la vendita deve ancora passare al vaglio del governo statunitense e dalla supervisione del Congresso, dove non mancheranno obiezioni provenienti dagli israeliani più vicini alla finanza Usa e da quelli che abitano in Israele, ai quali Washington dovrà necessariamente dare delle garanzie.

Infatti, se prima della guerra a Gaza l’amministrazione Biden credeva di essere vicina a un accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, il netto rifiuto del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di permettere la formazione di uno Stato palestinese, imposto dalle componenti più a destra del suo governo, ha impedito il patto. Ma Trump non può, né vuole, perdere l’opportunità della vendita degli F-35 all’Arabia Saudita anche perché Riad, almeno secondo l’istituto indipendente Sipri di Stoccolma, è sempre il principale acquirente di armi statunitensi.

Dal canto loro, i sauditi considerano la normalizzazione dei rapporti con Israele ancora possibile ma del tutto scollegata dalla fornitura dei caccia. Israele, invece, considera la fornitura dei Lightning II agli arabi «molto preoccupante» e soprattutto non manca di far notare la pericolosa vicinanza tra Riad e Pechino, che sta fornendo sempre più materiale militare e che sta investendo al tempo stesso. Proprio al salone di Dubai la formazione acrobatica di casa, gli Al Fursan, non vola più con i Leonardo MB-339 italiani bensì con gli Hongdu L-15 forniti da Pechino, che di italiano hanno soltanto la livrea nero-oro.

Gli Usa rischiano così di ripetere con gli F-35 quanto accadde in Turchia nel 2019: Erdogan, nonostante il no della Casa Bianca, acquistò batterie di missili S-400 dalla Russia e il tycoon, al suo primo mandato, escluse Ankara dal programma F-35. Ma in Turchia già si producevano parti del motore, e nessuno può escludere che queste non siano state messe nelle mani di tecnici russi e poi cinesi. Così oggi, per incassare denaro, gli Usa rischiano ancora: questa volta, che la tecnologia alla base del loro caccia più avanzato, che sfortunatamente è anche il nostro, cada nelle mani cinesi. Da Riad hanno già fatto sapere che l’aviazione araba non è comunque disposta ad accettare versioni dell’aeroplano con qualsivoglia limitazione operativa, anche se sanno che, nel malaugurato caso di un capovolgimento delle relazioni con gli Usa, gli aeroplani smetterebbero di essere assistiti. Esattamente come accadde agli F-14 Tomcat venduti all’Iran dal 1976 e poi mai aggiornati fino a renderli inservibili. Per questo motivo l’Arabia Saudita dovrà rassicurare Washington di limitare la sua cooperazione militare con la Cina, ma anche garantire a Israele che gli F-35 in forza con le Idf avranno sempre un vantaggio militare qualitativo rispetto a quelli venduti in altri Paesi del Medio Oriente.

Resta doveroso ricordare che Israele è sempre il maggiore alleato degli Usa nella regione e allo Zio Sam non conviene certo peggiorare i rapporti con chi è fortemente compenetrato nella sua finanza e nella sua industria nazionale, anche militare. Ma oggi Donald Trump non considera la vendita dei caccia come una grande mossa di politica estera, bensì principalmente una questione di occupazione e di produzione nazionale. Anche perché il costo degli F-35 cala quanto più si riesce a fare economia di scala a livello globale.

Nelle sue decisioni ha prevalso quindi il lato commerciale e questo atteggiamento lo rende più aperto alla vendita di armi rispetto ai suoi predecessori. Ma agire senza coinvolgere Israele è stata, a parere di molti analisti, una mossa azzardata. Vero è che gli Stati Uniti continueranno per almeno due decenni ad avere molta influenza sullo stato delle armi saudite grazie al supporto degli operatori privati americani (contractors), che si rivela sempre più necessario per gestirle, per addestrare e allenare i militari locali e per eseguire le manutenzioni necessarie al loro mantenimento in efficienza. Una situazione che soltanto una nazione al mondo può cambiare, proprio la Cina.

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