• Il governo turco ha rivelato di avere avviato un’indagine su 346 account, aperti su vari social network, che avrebbero «aiutato la speculazione contro il Paese». Un remake dei vivaci twittatori anti Quirinale.
  • L’interesse dell’Italia è quello di contribuire a convincere il leader ad arrendersi. O collaborare alla destabilizzazione totale di Turchia e Iran per avere l’appoggio Usa.

Lo speciale contiene due articoli

Recep Tayyip Erdogan come Sergio Mattarella: il paragone vi sembra assurdo, se non addirittura irriverente? Mica tanto. Perché nel pomeriggio di ieri il governo turco ha rivelato di avere avviato un’inchiesta su 346 account, aperti su vari social network e probabilmente quasi sicuramente intestati a soggetti fittizi, che avrebbero «aiutato la speculazione contro il Paese» diffondendo «voci false e tendenziose» sulla crisi economico-finanziaria che sta facendo barcollare la lira e dall’inizio dell’anno le ha fatto perdere oltre il 40%.

La storia non vi ricorda nulla? Ma sì, dai: social network, profili falsi, fake news, indagini… Proprio così: ad Ankara sta accadendo quasi esattamente quello che da una settimana, in Italia, agita i giornali e divide l’opinione pubblica. Là è stata appena avviata un’indagine su questi circa 400 «mestatori online» che vorrebbero condurre il Paese nel baratro finanziario; a Roma il 6 agosto la Procura ha annunciato l’esistenza di un’inchiesta su altrettanti profili Twitter, presumibilmente fittizi e creati da non meglio identificati «interessi russi», dai quali, nella notte tra il 27 e il 28 maggio, sono partiti insulti e inviti alle dimissioni nei confronti del presidente della Repubblica per la sua decisione di opporsi alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia.

L’unica differenza sostanziale tra le due vicende è che a condurre l’inchiesta, ad Ankara, non è la magistratura ordinaria, bensì il ministero degli Interni. Però di questo, a dire il vero, nessuno si è sorpreso: da tempo è noto che, nella Turchia sotto il regime di Erdogan, le regole istituzionali sono allentate e la divisione dei poteri è sottoposta a qualche tensione «innovativa» rispetto alle tradizionali regole di Montesquieu.

Quel che invece sorprende è la clamorosa, quasi straordinaria similitudine tra le due indagini: un parallelismo che in qualche modo rischia di trasformarsi anche in fonte d’imbarazzo per il Quirinale. Perché, a distanza di una sola settimana, la coincidenza è davvero clamorosa e non proprio edificante. A Roma la magistratura indaga qualche centinaio di vivaci twittatori anti-Mattarella per i due reati di «attentato alla libertà del presidente della Repubblica» e di «offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato»: due reati per i quali, in base agli articoli 276 e 278 del Codice penale, gli indagati rischiano una pena edittale dell’ergastolo. Ad Ankara il governo (presumibilmente attraverso i suoi occhiuti servizi segreti) ha messo nel mirino questi 346 presunti cattivi utenti di Twitter, Facebook e perfino Whatsapp, ipotizzando un loro uso «antinazionale» e «terroristico» dei canali online con scopi speculativi: in termini di potenziale galera per gli imputati, il rischio è più o meno lo stesso.

In Turchia, del resto, il tema del controllo dei social network è da tempo materia delicata. Soprattutto dopo il misterioso golpe del 2016, finito nel sangue e nelle purghe contro ogni opposizione, il presidente Erdogan ha vietato più volte l’accesso a Facebook, a Twitter e a Whatsapp. Di recente sono stati bloccati tutti gli account che avevano osato criticare il governo per l’ultima offensiva militare contro i curdi nel Nord della Siria, e in certi casi sono stati addirittura eseguiti arresti per «propaganda terroristica» condotta online.

Ora, dopo il minaccioso annuncio del governo turco sulla nuova inchiesta anti-social network, si vedrà come si comporterà Erdogan: se farà annunci o proclami in prima persona, o se lascerà parlare soltanto le manette.

In Italia, malgrado qualche garbata sollecitazione, dal 6 agosto il capo dello Stato non ha mai voluto intervenire per segnalare all’opinione pubblica la sua personale (e auspicabile) dissociazione dalla improvvisa (e improvvida) severità giudiziaria contro le voci critiche sui social network.

I soliti maligni sostengono che Mattarella lo abbia fatto senza esporsi, attraverso un articolo pubblicato l’8 agosto sul Corriere e intitolato «Attacco web, il Colle e l’inchiesta: nessuna minaccia al dissenso». In mezza pagina di giornale, affidata al principe dei quirinalisti, Marzio Breda, si negava che il presidente «voglia far marcire in galera chiunque si pronunci criticamente su di lui» e si sottolineava che «dal Colle non sono partite denunce» e che «e da lassù non c’è dunque nulla da chiarire». Si smentiva, insomma, l’idea che Mattarella sia «uomo permaloso che, credendosi un semidio, voglia rianimare il reato di lesa maestà». Sarebbe, garantiva il Corriere, «una distorsione della realtà».

Per carità, nessuno osa nemmeno ipotizzarlo: quello, semmai, sembra l’identikit di Erdogan.

Maurizio Tortorella


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