«Grazie a difesa e farmaceutica resteremo amici e partner fidati anche dopo la Brexit»

A un anno dell’avvio, i negoziati per l’addio del Regno Unito dall’Unione europea sembra appesi a un’unica questione: quella irlandese. Ma se Berlino e Parigi continuano con la linea dura, a rimetterci potrebbero essere anche i nostri connazionali oltremanica. Intervista esclusiva con l’ambasciatore britannico a Roma, che rassicura: «Usciamo dall’Ue, non dall’Europa. Il rapporto tra i nostri Paesi è più forte delle tensioni con Bruxelles La sicurezza unisce: lo dimostrano gli investimenti di Leonardo».

Lo speciale contiene quattro articoli.


Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse


Da quasi vent’anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell’Esquilino.

Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà?

«I britannici si sono espressi democraticamente per l’uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà».

Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo?

«Assolutamente sì».

Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito…

«Tra i cinque test che l’accordo con l’Ue dovrà superare c’è l’indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l’unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata».

Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit?

«Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l’Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all’Ue».

Sembra che l’Unione europea voglia punirvi, però.

«Riconosciamo l’impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un’uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell’Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono».

L’impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C’è il rischio di un «no deal»?

«Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell’accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l’interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti».

Come si concilia la Brexit, cioè un’uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l’Italia?

«Uscire dall’Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all’apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L’Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall’Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l’altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite».

L’Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi?

«L’Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L’amore per arte, scienza, democrazia, l’apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell’Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo».

La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto?

«Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all’Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un’azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l’uso indiscriminato di un’arma chimica illegale».

Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati?

«L’Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell’energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l’ingegneria di precisione, riferita soprattutto all’industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico».

Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi?

«Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell’energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all’occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall’export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all’Italia».





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