La sera del 4 ottobre scorso, a Brasília, Flávio Bolsonaro ha annunciato davanti alle telecamere «la fine dell’era del Partito dei lavoratori». Forse è presto per dirlo, ma per una volta l’enfasi di un candidato aveva dalla sua parte i numeri.
Il primogenito dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato per tentato golpe, ha chiuso il primo turno con il 47% dei voti, quasi due punti davanti a Luiz Inácio Lula da Silva, che a ottant’anni insegue il quarto mandato e che al primo turno non arrivava secondo dal 1998. Si tornerà alle urne il 25 ottobre per il ballottaggio, e a giudicare dall’umore dei due comitati elettorali è come se una parte della partita fosse già stata giocata.
Alla vigilia, il più accreditato fra gli istituti di sondaggio brasiliani dava Lula avanti di tre punti, e quasi tutte le rilevazioni descrivevano un presidente in testa al primo turno e in parità tecnica al secondo. Il copione si ripete da anni, in Brasile come altrove, e basti ricordare che quattro anni fa Bolsonaro padre prese circa sette punti più di quanto gli attribuissero gli stessi sondaggisti.
L’elettore di destra viene sottostimato con una regolarità che dovrebbe far riflettere, visto che l’errore va sempre nella stessa direzione senza che gli istituti abbiano mai corretto il tiro. Ne escono previsioni che, offerte ogni settimana come fotografie fedeli dell’opinione pubblica, alla prova dello spoglio si rivelano poco più che grottesche caricature.
A sinistra si parla di ritorno dell’estrema destra e di un Paese sedotto dal clan di un golpista. Resta il fatto che Bolsonaro arriva a un passo dal Planalto, il palazzo presidenziale, spinto soprattutto dalle scelte del suo avversario.
Lula e il malcontento economico dei ceti popolari
Lula è tornato al governo nel 2023 promettendo di rimettere i poveri al centro della sua attività, e la spesa sociale ha fatto il suo mestiere, sostenendo consumi e occupazione. Ma la Banca centrale, per frenare i prezzi, ha tenuto i tassi d’interesse reali intorno al 10%, fra i più alti del mondo. Così il conto si è scaricato proprio sul ceto popolare che quella spesa doveva proteggere.
Le famiglie hanno raggiunto un indebitamento senza precedenti mentre la crescita si fermava attorno al 2%, e nelle periferie, che per vent’anni erano state il serbatoio del Partito dei lavoratori, il carovita è diventato l’unico vero argomento di conversazione.
Nelle ultime settimane il presidente ha cercato di rimediare, aumentando del 15% la Bolsa Família (il sussidio simbolo dei suoi governi) e vietando a pochi giorni dal voto le scommesse online, che ha definito un cancro da estirpare. Però sono le stesse scommesse che una legge firmata da lui nel 2023 aveva regolato, allargandole perfino ai casinò virtuali, e che nel frattempo si erano mangiate i risparmi di milioni di famiglie. Dunque agli elettori è rimasta l’impressione di un governo impegnato a rincorrere i danni che aveva provocato.
Al malcontento economico si è sommata la paura della criminalità organizzata, che da mesi i sondaggi indicano in cima alle preoccupazioni dei brasiliani. Su questo terreno Bolsonaro ha giocato la carta della fermezza, promettendo di trattare le grandi bande del narcotraffico come organizzazioni terroristiche. Come Washington ha già fatto all’inizio dell’anno dopo le sue sollecitazioni, e di costruire carceri di massima sicurezza sul modello del Salvador di Nayib Bukele. Bolsonaro vorrebbe anche abbassare l’età della responsabilità penale a 16 anni.
La destra conquista il Congresso e punta alla Corte suprema
Il voto per il Congresso, che si è tenuto lo stesso giorno, premia il Partito liberale dei Bolsonaro, che diventa il primo partito sia alla Camera che al Senato, dove con 28 seggi su 81 forma il gruppo più numeroso da quasi quarant’anni. La destra conquista o guida una ventina di Stati (il Brasile è uno Stato federale), compreso quello di San Paolo, dove il governatore uscente Tarcísio de Freitas ha travolto Fernando Haddad, già ministro delle Finanze di Lula.
È al Senato che si giocherà la partita più delicata, perché la Camera alta ha il potere di mettere sotto accusa i giudici della Corte suprema. Secondo i calcoli che circolano a Brasília, nell’assemblea che si insedierà a febbraio siederà una cinquantina di senatori che in campagna hanno promesso di votare la messa in stato d’accusa dei giudici, a pochi voti dai due terzi necessari.
Bolsonaro Jr, che giovedì ha chiesto le dimissioni del giudice e l’intervento del Senato dopo l’ordine di arresto emesso contro suo fratello Eduardo, punta apertamente alla rimozione di Alexandre de Moraes, il giudice che ha presieduto il processo al padre, considerato vicino al governo Lula e oggi al centro dello scandalo del Banco Master, la banca fallita di Daniel Vorcaro.
Secondo un rapporto della Polizia federale il banchiere, che nel frattempo è stato arrestato, scambiava messaggi con il giudice, e la sua banca aveva firmato un contratto milionario con la moglie di De Moraes.
Lo scandalo attraversa del resto entrambi gli schieramenti, perché nell’inchiesta è finito lo stesso Bolsonaro, per i soldi che la banca aveva promesso al film sulla vita del padre, mentre Lula, che non risulta indagato, vede coinvolti diversi uomini della sua cerchia.
È il caso di Jaques Wagner, uno dei suoi uomini più fidati, già ministro nei suoi primi governi, due volte governatore di Bahia e fino a pochi mesi fa il senatore incaricato di guidare la maggioranza di governo al Senato, ruolo che ha lasciato dopo che, secondo la Polizia federale, avrebbe ricevuto vantaggi dalla banca in cambio del suo appoggio in Parlamento.
Per il ballottaggio i conti sono impietosi per il presidente, perché gli altri candidati hanno raccolto insieme circa l’8% dei voti, quasi tutti a destra, e il più noto fra loro, Ronaldo Caiado, ha già annunciato il suo appoggio a Bolsonaro, comparendo al suo fianco in un comizio a Goiânia due giorni dopo il voto.
Per vincere, a Lula servirebbe il 60% dei voti rimasti senza candidato, oppure una mobilitazione degli oltre 30 milioni di brasiliani rimasti a casa, un’astensione che non si vedeva dal 1998 e che i sondaggisti danno particolarmente diffusa fra le donne dei ceti più poveri, che sono sempre stati il suo elettorato più fedele. Gli analisti ricordano che dal 1989 nessun candidato arrivato secondo al primo turno è poi diventato presidente.
I mercati scommettono sulla vittoria della destra
La Borsa di San Paolo ha già fatto la sua scelta, con un rialzo di quasi l’8% in una sola seduta e il real ai massimi da un anno e mezzo, scommettendo su un governo di destra che tagli la spesa. Gli economisti più prudenti invitano alla calma, perché anche il Partito liberale, al primo vero assaggio del potere, avrà bisogno di spendere per conservarlo, e le promesse di risanamento di Bolsonaro sembrano, a molti osservatori, poco realistiche.
Il Brasile si inserisce del resto in una tendenza che più di un analista descrive come un anno nero per chi governa, da Parigi a Washington, con gli elettori che puniscono i governi in carica per i problemi che non sembrano in grado di risolvere. In America Latina la svolta a destra era già arrivata in Argentina e in Cile, e il Paese di Lula era rimasto, insieme al piccolo Uruguay, uno degli ultimi governati dalla sinistra.
Sullo sfondo resta Donald Trump, che durante la campagna elettorale brasiliana si era astenuto da un appoggio esplicito per non regalare a Lula l’argomento dell’ingerenza straniera e che ha definito il risultato «una vittoria molto, molto grande». Lula ha parlato di «lezione della democrazia» e ha promesso di ricominciare da capo. L’appuntamento è per il 25 ottobre.
Così il «figlio d’arte» è riuscito a superare l’ex sindacalista
Il leader della sinistra resta carismatico ma non ha un partito alla sua altezza. Il rivale punta tutto sul tema insicurezza.
A Juiz de Fora, nello Stato di Minas Gerais, il 9 settembre Flávio Bolsonaro si è fatto portare a spalle dai sostenitori fino all’incrocio dove nel 2018 suo padre era stato accoltellato durante un comizio, con indosso una maglietta simile a quella di allora.
«Abbiamo completato un percorso che il presidente Bolsonaro non è riuscito a concludere», ha detto alla folla. In questa scena sta una buona parte del personaggio, un senatore di 45 anni a un passo dalla presidenza del Brasile.
Primogenito di Jair, avvocato, entrato a 21 anni nell’assemblea dello Stato di Rio de Janeiro, Bolsonaro figlio ha passato quasi vent’anni all’ombra del padre, con una sola impresa in proprio, le elezioni per il sindaco di Rio de Janeiro nel 2016, chiuse con un deludente quarto posto.
Quando lo scorso dicembre il padre, condannato per tentato golpe e ineleggibile, lo ha indicato come erede politico, una parte della destra ha storto il naso, e i sondaggi di inizio anno dicevano che quasi metà degli elettori considerava sbagliata la scelta.
Il senatore ha costruito la campagna proprio su questo dubbio, presentandosi come la versione più garbata del padre, meno incline all’insulto e più disposta a parlare con il centro, senza rinnegarne una sola parola.
La famiglia Bolsonaro punta a riprendersi il potere
Tagli alla spesa pubblica e linea dura sulla sicurezza, con l’età della responsabilità penale abbassata a 16 anni, sono i punti principali della sua agenda politica. Ovviamente in cima alle priorità c’è l’uscita del padre dal carcere, da ottenere con la grazia o con un’amnistia votata dal Congresso.
Per molti elettori di destra quel cognome funziona come una calamita, perché segnala quel pacchetto di valori che portò Bolsonaro padre alla vittoria delle elezioni nel 2018, mentre per gli altri resta un marchio respingente, al punto che più di quattro brasiliani su dieci dicono che non lo voterebbero mai.
Il 4 ottobre la famiglia ha fatto il pieno, con la matrigna Michelle eletta senatrice nel Distretto federale con un numero record di voti, a pochi mesi da un litigio pubblico con il figliastro poi ricomposto, e altri tre parenti sono entrati in Parlamento.
Il fratello Eduardo, ex deputato, vive invece negli Stati Uniti dal febbraio 2025, e da lì si è speso con l’amministrazione Trump per la causa del padre. In Brasile è stato condannato a giugno a quattro anni e due mesi per aver cercato di condizionare un processo, con pressioni che secondo i giudici comprendevano i dazi americani contro il Brasile e le sanzioni contro il giudice Alexandre de Moraes.
Giovedì scorso il giudice ha ordinato il suo arresto e il ritiro dei passaporti, un provvedimento destinato a restare sulla carta, visto che Washington gli ha concesso la residenza permanente. Lo stesso Flávio Bolsonaro era stato ricevuto alla Casa Bianca lo scorso maggio.
Sul candidato pesa poi lo scandalo del Banco Master, la banca privata del finanziere Daniel Vorcaro chiusa d’autorità dalla Banca centrale alla fine del 2025 per quella che gli inquirenti considerano una delle maggiori frodi finanziarie nella storia del Paese.
Vorcaro è stato arrestato, e l’inchiesta ha portato alla luce rapporti con politici di ogni colore e con alcuni giudici della Corte suprema. La banca si era impegnata a finanziare con decine di milioni di reais un film sulla vita di Jair Bolsonaro, e il senatore, finito sotto indagine, sostiene di aver chiuso quel rapporto da tempo.
Lula, il carisma non basta più
Dall’altra parte del ring c’è Luiz Inácio Lula da Silva, un uomo che ha attraversato mezzo secolo di storia brasiliana, figlio di braccianti analfabeti del Nordest arrivato bambino a San Paolo dopo 13 giorni di viaggio in camion. In fabbrica, da metalmeccanico, perse un dito, e da lì cominciò la carriera sindacale che sotto la dittatura lo portò a fondare, nel 1980, il Partito dei lavoratori.
Ha perso tre elezioni presidenziali prima di vincere le due successive, ha passato 580 giorni in carcere per corruzione e ne è uscito quando la Corte suprema ha annullato le condanne, stabilendo che il tribunale non era competente e che il giudice Sergio Moro non era imparziale.
Lo stesso Moro, il magistrato che lo aveva condannato e che poi divenne ministro della Giustizia di Bolsonaro padre, il 4 ottobre è stato eletto governatore. Il caso del Banco Master sfiora anche Lula, che non risulta indagato anche se si sa che a fine 2024 aveva ricevuto in un incontro riservato il banchiere Vorcaro.
Lula ha 80 anni ed è sopravvissuto a due tumori e a un’emorragia cerebrale seguita a una caduta nel bagno del palazzo presidenziale. Se vincesse, a fine mandato avrebbe 85 anni e avrebbe governato quanto Angela Merkel in Germania, più di qualunque presidente americano. La figura di Lula è parecchio ingombrante, a sinistra, considerato che in 40 anni di vita politica ha occupato ogni spazio e gli eredi che ha scelto in passato non hanno retto, da Dilma Rousseff, destituita nel 2016, a Fernando Haddad, sconfitto nel 2018 e di nuovo in queste elezioni a San Paolo.
Il suo legame personale con i poveri va oltre il partito, al punto che anche chi lo considera corrotto lo vede come il politico più disposto a difenderli, in un Paese dove la metà più povera della popolazione possiede meno del 3% della ricchezza delle famiglie. Ma tolto il carisma personale, il suo partito risulta privo di prospettiva e di candidati di peso. Il Partito dei lavoratori non si è ancora accorto che il Brasile di oggi è molto diverso da quello che votava Lula vent’anni fa.
Brics o America, il Paese è al bivio
Negli ultimi anni Brasilia si è avvicinata sempre più a Pechino. Trump ha risposto con i dazi. Ora la traiettoria politica può cambiare, ma gli affari con i cinesi continueranno.
Dalla tribuna delle Nazioni Unite, pochi giorni prima del primo turno, Lula ha avvertito che il Brasile «non è il cortile di nessuno». Il destinatario del messaggio era Donald Trump, ansioso di riportare il Brasile nella sfera di influenza statunitense.
La politica estera di Lula in quattro anni, infatti, ha avvicinato Brasilia a Pechino e fatto del Paese uno dei pilastri dei Brics, il club delle grandi economie emergenti guidato di fatto da Cina e Russia, che dal 2027 sarà presieduto proprio dai cinesi.
La risposta di Washington all’integrazione tra Brasile e Cina è arrivata con i dazi, alzati dalla Casa Bianca al 50% nell’estate del 2025. In realtà, la decisione è stata legata espressamente al processo contro Bolsonaro padre, e poi, dopo che la Corte suprema americana li aveva cancellati, sono stati collocati al 25% da luglio di quest’anno. Con un paradosso, visto che gli Stati Uniti con il Brasile sono in attivo commerciale da quasi vent’anni.
Washington e la sfida sulle materie prime
Va detto che nel settembre scorso, in piena campagna elettorale, Lula ha disertato il vertice dei Brics di Nuova Delhi.
Con il figlio di Bolsonaro al Planalto il quadro diplomatico cambierebbe in fretta, perché il senatore, ricevuto alla Casa Bianca a maggio e salutato da Trump dopo il primo turno come il protagonista di una grande vittoria, ha già annunciato che fra i primi atti del suo governo ci sarebbe una revisione della permanenza nei Brics, a suo giudizio utili soltanto a provocare gli Stati Uniti. Il candidato si è schierato anche contro i tentativi cinesi di ridurre il peso del dollaro negli scambi internazionali, e porterebbe Brasilia nello Scudo delle Americhe, l’alleanza per la sicurezza con cui Washington vuole riportare il continente sotto la propria influenza.
Sul commercio i margini sono molto più stretti, perché la Cina compra quasi un terzo delle esportazioni brasiliane, a cominciare dalla soia e dal minerale di ferro, e le campagne che votano Bolsonaro vivono della domanda cinese. Già il padre, arrivato al potere con toni durissimi verso Pechino, li aveva ammorbiditi in fretta, restando nei Brics e lasciando a Huawei le porte aperte sulla rete 5G.
Terre rare e accordo Mercosur
C’è da aspettarsi che il figlio, se eletto, faccia lo stesso, con rapporti politici più freddi ma affari intatti. Resta l’incognita europea, perché a inizio anno l’Unione ha firmato con il Mercosur, il mercato comune sudamericano, un accordo commerciale atteso da un quarto di secolo, le cui trattative negli anni di Bolsonaro padre si erano arenate proprio sulle politiche ambientali brasiliane.
La partita più delicata si gioca sottoterra, perché il Brasile produce la quasi totalità del niobio mondiale, indispensabile per gli acciai speciali, e custodisce le seconde riserve di terre rare dopo la Cina. Washington spinge perché quei giacimenti restino fuori dalla portata cinese, mentre Lula ha promesso in campagna elettorale che nessuno dall’estero metterà le mani sui minerali brasiliani. Un governo Bolsonaro sarebbe senz’altro più disponibile verso gli americani, con il rischio di ritrovarsi stretto fra due potenze.
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