Schiaffo di Biden agli alleati: «Via dal Paese il 31 agosto». Ma si tiene pronto un piano B
  • Malgrado le pressioni europee, il leader Usa non cambia idea sulla deadline Draghi: «Le risorse per le forze afgane andranno verso gli aiuti umanitari».
  • «In aeroporto solo gli stranieri. Donne al lavoro? Per ora no, ma è per proteggerle» Incontro tra Cia e capo dei Talebani. Che si dicono contro i mutamenti climatici.

Lo speciale contiene due articoli.

Sembra passato un secolo dallo scorso giugno, quando -durante il G7 tenutosi in Cornovaglia- Joe Biden aveva cercato un ricompattamento con gli alleati storici. Era infatti un presidente americano in forte difficoltà quello che ha partecipato ieri al summit straordinario del G7 dedicato alla crisi afghana e a cui hanno preso parte anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, oltre al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.

Presieduta dal premier britannico Boris Johnson, la riunione virtuale ha registrato una netta spaccatura tra Biden e gli altri leader: l’inquilino della Casa Bianca ha infatti stabilito di voler ritirare definitivamente le proprie truppe dall’Afghanistan entro la deadline ufficiale del 31 agosto. Una posizione che non può non aver irritato gli altri leader, i quali – a partire dallo stesso Johnson – avevano fatto pressioni nei giorni scorsi sul presidente degli Stati Uniti, per convincerlo a una proroga e favorire in tal modo la sicurezza delle operazioni di evacuazione. Del resto, che Biden si stesse orientando in senso contrario all’estensione della deadline era emerso già nelle ore immediatamente precedenti alla conclusione del summit di ieri. Non solo i talebani avevano infatti lanciato nuove minacce, ma lo stesso portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva laconicamente annunciato che non ci fosse «alcun cambiamento nella tabella di marcia della missione».

Ora, è pur vero che, secondo quanto riferito dalla Cnn, il presidente statunitense ha chiesto alla sua squadra di preparare piani, in caso il termine ultimo non dovesse essere rispettato a causa di qualche imprevisto. Ma è comunque abbastanza chiaro che una simile situazione contribuirà adesso a un ulteriore deterioramento delle già turbolente relazioni transatlantiche, incrementando le fratture presenti nel blocco del G7. Senza poi dimenticare le grane interne allo stesso panorama politico americano: ieri vari parlamentari democratici e repubblicani hanno criticato il presidente per la sua mancata proroga del ritiro. Del resto, nel comunicato finale del summit non si fa riferimento specifico alla questione della deadline, ma ci si limita a impegni piuttosto vaghi. «La nostra immediata priorità», vi si legge, «è assicurare l’evacuazione sicura dei nostri cittadini e di quei cittadini afghani che hanno collaborato con noi e assistito i nostri sforzi negli scorsi vent’anni». Più nel dettaglio, sia Johnson che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno invocato ieri la possibilità di un transito sicuro anche dopo la data del 31 agosto. Una posizione che dovrà tuttavia fare i conti con l’ostilità talebana: sempre ieri i «barbuti» hanno d’altronde comunicato di non gradire le partenze degli afghani dal Paese.

Un’altra questione affrontata dal summit è stata poi quella del riconoscimento del nuovo regime di Kabul: un punto, questo, rispetto a cui i leader hanno assunto una posizione fondamentalmente attendista. «Ribadiamo», recita il comunicato finale, «che i talebani devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni nell’arginare il terrorismo, sui diritti umani (soprattutto delle donne, delle ragazze e delle minoranze) e nel perseguire una soluzione politica inclusiva in Afghanistan. La legittimità di ogni futuro governo dipende dall’approccio che esso ora adotta per mantenere i propri obblighi internazionali e i propri impegni per garantire un Afghanistan stabile». Insomma, il riconoscimento del nuovo regime dovrebbe avvenire solamente sub condicione.

In tutto questo, si registrano due ulteriori aspetti interessanti emersi da questo G7. Innanzitutto i leader hanno invocato l’intervento delle Nazioni Unite per coordinare la gestione della crisi umanitaria afghana. In tal senso, durante il summit, Draghi ha dichiarato che «l’Italia reindirizzerà le risorse che erano destinate alle forze militari afghane verso gli aiuti umanitari», esortando i suoi colleghi a fare altrettanto. In secondo luogo, nella nota si fa esplicito riferimento al formato del G20 tra gli strumenti considerati necessari per occuparsi di quanto sta accadendo nel Paese. Questo elemento rafforza evidentemente la linea di Draghi, il quale punta a organizzare proprio un G20 straordinario il mese prossimo, volto a stabilizzare la regione e ad affrontare un’eventuale ondata di migranti diretta verso l’Europa Occidentale. Del resto, proprio durante il summit di ieri, il nostro premier ha posto la questione migratoria. «Saremo in grado di avere un approccio coordinato e comune? Finora, sia a livello europeo, sia internazionale, non si è stati in grado di farlo. Dobbiamo compiere sforzi enormi su questo», ha dichiarato, auspicando anche un impegno comune nella lotta al terrorismo. È quindi anche in quest’ottica che, in sede di G20, Draghi sembrerebbe puntare a un ampio coinvolgimento di attori internazionali. D’altronde, proprio gli scogli in cui è rimasto incagliato il G7 di ieri aumenteranno prevedibilmente la centralità di un G20 in cui – è assai probabile – saranno la Cina, la Russia e (almeno in parte) la Turchia a svolgere un ruolo decisivo, mentre Biden rischia di ritrovarsi seriamente isolato. Un Biden salutato un tempo da una certa fanfara mediatica come grande amico dell’Europa. Quell’Europa a cui invece ieri a voltato freddamente le spalle.


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