La Ue ha preso in giro pure Draghi. La sua agenda è rimasta chiusa
Mario Draghi e Ursula von der Leyen (Ansa)
Dopo un anno di tante parole e pochi fatti, martedì conferenza congiunta su come concretizzare il report di Super Mario. Intanto Ursula viene smentita su tutto dalla vice Ribera: dalle auto alle tasse sulle big-tech.

Tra 48 ore avremo la prova provata che l’Ue è solo chiacchiere e distintivo. Dispiace per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, abbandonandosi forse a un eccesso di retorica, nel celebrare la prima conferenza europea di Ventotene ha dichiarato: «c’è bisogno di fare l’Europa per superare la logica del conflitto e delle guerre. Ventotene è uno dei luoghi ispiratori dell’esperienza di ciò che è divenuta la Unione Europea». Una bella narrazione, ma è una favola. Lo sapremo martedì quando, col solito cerimoniale di nomi e cariche altisonanti dietro cui nascondere il nulla, Ursula von der Leyen terrà una conferenza con Mario Draghi a un anno dalla presentazione del rapporto sulla competitività stilato dall’ex presidente della Bce.

Già che si celebri l’anniversario di un rapporto che è un atto d’accusa per il fallimento Bruxelles suona strano, ma la presidente della Commissione, reduce da un discorso sullo stato dell’Unione in cui ha detto tutto e il suo contrario salvo un’ossessiva chiamata alle armi e la perorazione dell’Ucraina nell’Ue che due terzi dei Paesi non vogliono, ha poco o nulla da mettere sul tavolo. Vedremo se e come Mario Draghi terrà il punto. C’è intanto chi già ha fatto i conti. L’European Policy Innovation Council, ha istituito un «Draghi Observatory» per misurare l’attuazione delle proposte avanzate nel rapporto di 400 pagine che contiene 383 raccomandazioni e afferma la necessità di investimenti finanziati con debito comune per 800 miliardi all’anno per cinque anni in innovazione e sviluppo.

In 12 mesi sono state prese solo 43 misure (l’11,2% di quelle suggerite) e sono solo semplificazioni normative. Di debito comune, fiscalità comune, unione bancaria, investimento di 500 miliardi da qui al 2030 nelle reti energetiche, flessibilità sulle emissioni, sviluppo di progetti tecnologici nell’intelligenza artificiale, fiscalità coordinata non c’è assolutamente nulla. Ci sono però i numeri e quelli di Eurostat fanno paura soprattutto a chi in Europa si dà allo sport di moda, parlare male di Donald Trump. L’economia americana nel primo semestre è cresciuta otto volte di più di quella europea. Ursula von der Leyen si ostina a dire: «Un anno fa il rapporto Draghi ha invitato l’Ue a cambiare marcia: abbiamo risposto velocemente con forza». Deutsche Bank – che almeno per carità di patria dovrebbe stare con la baronessa – la smentisce: «Non si è vista nessuna svolta, solo piccoli aggiustamenti».

In effetti sulla sanità ci si è limitati a un generico biotech-act, sul mercato dei capitali non si è andati oltre una raccomandazione sul risparmio comune, nulla s’è fatto né per l’energia né per le telecomunicazioni. Di debito comune non se ne parla (ma vedremo che ora con la Francia che è per le buche torna di moda il Mes) se non forse per 100 miliardi di bombe. Stéphane Séjourné – Commissario all’industria – ammette: «Solo sulla carta tutti dicono di volere un mercato unico più integrato». La dimostrazione che l’Ue è inesistente arriva sul punto di maggiore crisi industriale: l’auto. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione la Von der Leyen ha fatto timide aperture sul rinvio delle sanzioni, sugli standard di emissioni facendo intravedere che alcune delle richieste dei costruttori – rinvio dello stop ai motori endotermici, puntare non solo sull’elettrico – si possono accettare. Ma la vicepresidente della Commissione, la socialista spagnola Teresa Ribera che ha la delega al Green deal – è la reincarnazione di Frans Timmermans – e alla Concorrenza – è stata a scuola da Karl Marx – smentisce in toto la baronessa. La ragione? La frattura tra socialisti e popolari con i primi che sentono come nel Consiglio europeo i governi a trazione sinistra sono ormai una sparuta minoranza e fanno di tutto per ancorare l’Europa al conservatorismo gauchista. In un’intervista a Milano Finanza la Ribera ha fatto sapere le seguenti cose: multare Google per 3 miliardi e chiederne lo spezzatino è il minimo che si può fare così come vanno tagliate le unghie a tutte le big tech (Meta e Apple per prime). Ovviamente in funzione anti-Trump. La Ribera che caldeggia la web-tax pare ignorare che Olanda, Irlanda e Lussemburgo fanno i loro bilanci grazie alla fiscalità di assoluto favore che concedono ai giganti tecnologici americani. Diventa però tollerante e non spara sul sovranismo quando si tratta di banche. Se gli italiani vogliono Commerzbank e la Germania si oppone? L’Ue non può dire nulla. E l’unione bancaria? Beh ci penseremo. Nessun cedimento invece sulle auto. Solo elettrico, via i motori endotermici e nessuna proroga. E i cinesi che ci invadono? I costruttori europei si mettano insieme sul modello del consorzio Airbus per fare una vetturetta elettrica europea. Il traguardo sono le emissioni zero e se Stellantis non ce la fa sono problemi suoi come sono problemi di italiani, spagnoli e greci se non possono comprarsi l’auto elettrica che non può essere sovvenzionata ancora: non dall’Ue, ma neppure dai singoli Paesi. Viene da chiedersi: chi comanda a Bruxelles? Non la Von der Leyen sempre più contestata, ma neppure la Ribera sempre più isolata. È l’eurocrazia che perpetua se stessa. Con buona pace delle democratiche perorazioni di Sergio Mattarella e delle raccomandazioni di Mario Draghi. Che assomiglia sempre di più, ricordando Ugo La Malfa, alla Cassandra dell’Ue.

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