- Approfittando della mancanza di un contrappeso liberale come la Gran Bretagna, la Commissione intende raddoppiare il suo bilancio: l’Italia dovrebbe versarvi 56 miliardi. E nel frattempo prepara altre stangate ispirate all’ideologia di Greta Thunberg.
- Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito. Nel 2019 è stato registrato il record decennale negli acquisti dei titoli di Stato italiani.
Lo speciale comprende due articoli.
I Ricovery Fund europei, visti da vicino, sono una polpetta avvelenata che molti politici (per motivi elettorali), imprenditori (per esigenze pressanti di liquidità), e alcuni politici-imprenditori (per entrambe le ragioni) non vedono l’ora di addentare.
Ma anche a prescindere dalla loro legittimità (non prevista dal Trattato sul funzionamento della Ue) e dalla eventuale entrata in vigore (se supereranno il vaglio del Consiglio Europeo, sarà fra il 2022 e il 2024), l’incerta entità degli aiuti di cui l’Italia potrebbe beneficiare è sottoposta a condizioni semplicemente umilianti. Quale governo democratico e indipendente accetterebbe di sottomettere le proprie scelte a «piani di riforme coerenti con le priorità Ue»? E chiederebbe di ricevere sovvenzioni «collegate alla corretta attuazione delle politiche indicate in un progetto di piano di risanamento» superiore, da presentarsi entro una scadenza improrogabile e obbedienti a disposizioni tassative sui settori di intervento? I quali dovrebbero essere – pena il blocco dei finanziamenti – concentrati su «equità», «sostenibilità», «politiche digitali» e «green», con relativo «monitoraggio periodico dei conti»?
Soltanto una classe politica in preda a passività masochistica, eppure desiderosa di mantenere il controllo su un’Italia stremata dalla pandemia, spiata ormai anche nella vita privata, ingessata da una burocrazia onnipotente e dalla egemonia delle caste (prima fa tutte, quella della magistratura).
Ma c’è molto di peggio, se allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini della Repubblica. Approfittando della grave crisi economica e della mancanza – dopo l’addio della Gran Bretagna – di un contrappeso liberale al centralismo burocratico di Bruxelles, la Commissione ha calato l’asso: vuole raddoppiare il suo bilancio, già elefantiaco e sproporzionato, fonte di sprechi, privilegi e sottratto di fatto al controllo dei cittadini europei (l’Italia, tanto per gradire, dovrebbe versarvi senza tergiversare 56 miliardi). Grazie a questo fiume di denaro, la Commissione, come in una partita di giro, intende fungere da garante per gli eurobond che la Banca centrale europea immetterebbe sul mercato. Solo che, guarda caso, il loro credit risk sarebbe superiore a quello dei Bund tedeschi, che di conseguenza ne verrebbero rafforzati. Da un lato l’area del «Superbund» e dall’altra quella degli Eurobond (comunque vengano chiamati).
Non vi sembra abbastanza? E allora la Commissione dell’ineffabile Ursula von der Leyen ha pensato di raccogliere ulteriori risorse tassando i giganti americani del Web (aprendo una ulteriore frattura con gli Stati Uniti, con in prospettiva nuove ritorsioni sui dazi) e sul carbone (qui entrando in rotta di collisione con la Cina). Quanto agli Stati europei, dovrebbero cedere in silenzio ulteriore sovranità fiscale alla superstruttura tecnocratica centrale di Bruxelles.
Il tutto nella logica di un piano trentennale di sviluppo da far invidia a quelli staliniani. Con l’obiettivo della «neutralità climatica», a base di greenbond e fondi di investimento «verdi», dazi «climatici» sul cemento e sull’acciaio (cioè affossando definitivamente settori già boccheggianti), riducendo i crediti e azzerando gli aiuti per il trasporto aereo (già sull’orlo del fallimento) e istituendo tasse sul traffico autostradale (e qui gli italiani potrebbero ridere, dal momento che non avrebbero più lacrime da spendere).
Eppure non manca l’elogio del masochismo nostrano: qualcuno esulta, perché così l’Italietta, incapace di fare i compiti e provvedere a se stessa, avrebbe trovato finalmente il suo professore severo, capace di metterla in riga.
In un panorama simile, tramonta rapidamente anche la contrapposizione fra europeismo ideologico e sovranismo populista. Viene il tempo di opporre al dirigismo e all’opportunismo il progetto di una Unione europea pesante nei principi (difesa e sostegno alle democrazie, forte appoggio alla Nato e alla politica atlantica, libero mercato di merci e persone) e leggera in tutto il resto, con un bilancio non superiore a quello medio dei suoi membri e garanzia per gli Stati di piena indipendenza e responsabilità nelle scelte. Liberi anche di sbagliare, se questo è il prezzo della libertà.
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