- Il ministro delle Finanze dell’Aja, Wopke Hoekstra, spazza via la retorica e lancia il suo diktat: «L’unico strumento in campo è il Mes. E avrà condizioni precise, tranne che per le spese sanitarie. Non garantiamo il debito degli altri». L’Italia può farsi trattare così?
- Sulle protezioni niente solidarietà. Angela Merkel ne compra da Xi Jinping 40 milioni. Berlino snobba i progetti europei di stoccaggio delle mascherine e fa da sé con Pechino.
Lo speciale comprende due articoli.
È stato necessario contare i morti a migliaia nel nostro Paese affinché si sollevasse il velo di ipocrisia che ha ammantato per anni la retorica europeista. In pochi giorni sono caduti dogmi e luoghi comuni imperanti per anni: ci hanno fatto credere che una disoccupazione giovanile record in Italia, Spagna, Grecia fosse una pena da espiare per Paesi che «non avevano fatto le riforme», che l’Ue fosse una gioiosa macchina per il benessere, a patto di rispettarne le regole.
Non è servita la lezione subita quando accettammo incautamente i primi due pilastri dell’Unione bancaria (vigilanza comune e meccanismo di risoluzione) sotto la minaccia dello spread agitata da Schäuble, e stiamo ancora attendendo il terzo (garanzia comune sui depositi). Assenso quasi estorto in un clima che il povero Fabrizio Saccomanni in Commissione d’inchiesta sulle banche descriveva così: «Anche le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però…». Non ci sono bastate nemmeno le registrazioni audio di Yanis Varoufakis per avere consapevolezza del clima da saloon che caratterizza le riunioni dell’Eurogruppo.
Ma da ieri il Re è nudo anche grazie a poche righe di una risoluzione con cui il Parlamento olandese ha fornito un atto di indirizzo al proprio ministro Wopke Hoekstra: no agli eurobond, che costituiscono mutualizzazione del debito; ricorso al Mes senza le previste condizioni solo quando c’è da finanziare spese mediche. Ed è questa la linea tenuta da Hoekstra che ha poi scritto alcuni tweet: «Non è accettabile garantire il debito di altri Stati, la maggioranza dei Paesi condivide questa tesi e non appoggia gli Eurobond». Riguardo al Mes, ha distillato gocce di verità: «Il Mes è un prestatore di ultima istanza per Stati in difficoltà finanziarie, secondo noi il suo uso deve essere accompagnato da condizioni. L’attuale situazione di crisi consente un suo uso incondizionato solo per le spese sanitarie. Per il sostegno economico di lungo termine, è ragionevole che ci siano condizioni economiche».
Parole che piombano come pietre su tutta la melensa mozione degli affetti con cui siamo stati ammorbati per anni. Non c’è spazio per solidarietà. L’Ue è il luogo in cui negli ultimi 28 anni sono stati composti interessi contrastanti, e sistematicamente siamo stati subalterni. A dispetto del rango di seconda potenza manifatturiera europea. E questo è il risultato: un Paese esperto in politiche fiscali aggressive tutelate dalla stessa Unione, il cui Pil è poco meno della metà del nostro, ci risponde che gli aiuti sono solo quelli del Mes, a cui noi abbiamo contribuito per il 18%, e ci fa pure la lezioncina sul rispetto di regole capestro che noi abbiamo supinamente accettato. A questo proposito, proprio ieri è stata annunciata una proposta di legge costituzionale a firma Cestari e Molinari (Lega) finalizzata all’abrogazione della Legge del 2012 di ratifica del Mes. Chissà che a qualcuno in Parlamento non venga in mente di eliminare uno strumento che, quando dovrebbe servire, si dimostra inadeguato.
Ma va sgombrato il campo anche dall’equivoco degli eurobond, che andiamo elemosinando da qualche settimana. Esistono già, sotto due forme: quelli emessi da Bei e Mes, formalmente garantiti dal capitale versato dagli Stati membri. Ma questi fondi sono poi prestati alle imprese o agli Stati con precise condizioni, come farebbe qualsiasi banca.
Di fatto, quelli emessi dagli Stati e comprati e detenuti dalla Bce (2.200 miliardi, di cui 400 italiani), «stampando» moneta. Anche in questo caso, la garanzia è fornita da tutti gli Stati membri. La Bce li può detenere entro certi limiti, solo temporaneamente rimossi, e potrebbe chiederne il rimborso a scadenza ma, per il momento, li rinnova. Si tratta sempre di debiti per il Paese beneficiario.
Quello che invece si vuole introdurre, che Wolfgang Schäuble ha già detto essere contro la Costituzione tedesca, è un fondo comune di garanzia (Erf, European Recovery Fund) che serva per emettere titoli sui mercati e utilizzi quei fondi non più per prestare, ma sovvenzionare direttamente le spese degli Stati. In altre parole, qualcosa di simile a ciò che accade già attualmente col bilancio Ue da circa 140 miliardi (1% del Pil) che però ci vede contributori netti per 5,2 miliardi in media negli ultimi 7 anni. Con la differenza che l’Erf vorrebbe spendere non solo i contributi degli Stati, ma anche denaro prestato dagli investitori che andrà quindi rimborsato.
Ed ecco i punti su cui non ci potrà mai essere un accordo: chi e in che misura contribuisce al fondo di garanzia per emettere obbligazioni? Saremo ancora in prima fila? Chi decide cosa e come finanziare? Perché solo le spese mediche, e non anche un piano per il taglio del cuneo fiscale per consentire la ripresa, ad esempio? Come allocare la spesa tra i diversi Stati? Rischiamo di essere sempre contributori netti? Come reperire le entrate per il servizio del debito dell’Erf? Con un aumento a livello Ue dell’Iva? Con imposte nazionali?
A febbraio non siamo riusciti a concordare un budget da 140 miliardi l’anno e ora vogliamo farne nascere, nel pieno di una crisi economica epocale, uno da 350 miliardi? Quando finiremo di sognare e decideremo di bussare senza esitazione alla porta della Bce?
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