A Baden-Baden, in Germania, in questo scorcio di autunno si è riunito per la prima volta il Rhine Group, il think tank fondato nello scorso agosto da Mario Draghi e da Patrick Callinson, amministratore delegato di Stripe, una delle maggiori società fintech del mondo, e membro di Meta.
I partecipanti sono tutti pezzi da novanta della politica, dell’economia, della finanza e dell’accademia. Ci sono anche i responsabili di due influenti pensatoi europeisti, il Cepr e il Brugel.
Tra i membri italiani figurano Andrea Pignataro (Ion), il terzo uomo più ricco d’Italia, Luca Ferrari di Bending Spoons, Vittorio Colao, ex ministro all’Innovazione del governo Draghi, Francesco Giavazzi, economista e consigliere economico a Palazzo Chigi con lo stesso Draghi, Lucrezia Reichlin della London Business School, l’economista Francesco Decarolis dell’Università Bocconi.
Quel che appare strano, però, è che il thik tank, pur interessandosi prevalentemente dei problemi del continente europeo, non ha sede nell’Ue, ma a Ginevra, presso lo studio di una fiduciaria svizzera di diritto elvetico.
La prima riunione della «nuova creatura» di Draghi
Draghi e sodali intendono usufruire della massima flessibilità e riservatezza che solo la Svizzera può garantire, della grande rapidità degli adempimenti burocratici e dell’anonimato dei finanziatori, dei criteri interni di governance, che al momento del lancio non hanno reso pubblici e non lo sono nemmeno attualmente.
La scelta elvetica, oltretutto, garantisce una completa indipendenza dalle istituzioni e dei controlli dell’Unione europea. Si tratta perciò di qualcosa in più di una semplice cabina di regia e molto di più di un think tank; piuttosto, di un soggetto in grado di coordinare e indirizzare pezzi di politica e di istituzioni in supporto alla Commissione europea per realizzare il cosiddetto Rapporto Draghi.
Del resto, a luglio scorso, lo stesso Mario Draghi, incontrando Ursula von der Leyen, per discutere lo stato della sua attuazione, ha dovuto ammettere: «Dopo due anni, solamente il 15,7% delle sue 283 raccomandazioni è stato implementato».
Per questo l’ex presidente della Bce è corso ai ripari e ha varato il suo centro studi. Il Rhine Group vorrebbe passare dalla diagnosi alla costruzione di una rete capace di promuoverne l’attuazione.
Il cortocircuito di Draghi e del Rhine Group
Queste élite che, però, oggi denunciano la crisi europea, sono quelle che ci hanno portato a questa stessa crisi. Basta ricordare alcuni passaggi epocali che hanno segnato la vita professionale di Mario Draghi: quando era direttore generale del Tesoro italiano, il 2 giugno del 1992, partecipò sul panfilo Britannia, di proprietà della Regina d’Inghilterra, alla riunione con esponenti della finanza della City di Londra e vertici dell’economia italiana per avviare la privatizzazione (quindi la svendita) di grandi gruppi nazionali come l’Iri, l’Eni, l’Enel, l’Ina.
Ad agosto del 2011, Draghi firmò, insieme a Jean-Claude Trichet, una lettera per mandare a casa il governo Berlusconi, con la quale intimava al governo di centrodestra di attuare un piano di «lacrime e sangue» di privatizzazioni e liberalizzazioni, tra cui quelle dei servizi pubblici.
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